Milano, 25 ott. (askanews) – Nell’ictus ogni minuto può cambiare la prognosi. Riconoscere subito i sintomi e chiamare il 112 o il 118 resta il primo passaggio decisivo, ma oggi la velocità delle cure dipende anche da come sono organizzati gli ospedali, dalla disponibilità degli specialisti e dalla capacità di collegare rapidamente i centri periferici con quelli più attrezzati. È uno dei temi al centro della Giornata mondiale dell’ictus del 29 ottobre, che nel 2026 ha come slogan “Every M1nute Counts”, ogni minuto conta. “Oggi abbiamo terapie sempre più efficaci, ma devono poter raggiungere il paziente in tempo”, sottolinea Pasquale Palumbo, presidente della SNO – Scienze Neurologiche Ospedaliere e direttore della Neurologia dell’Ospedale Santo Stefano di Prato.
I segnali più conosciuti sono la comparsa improvvisa di difficoltà a muovere un braccio o una gamba, l’asimmetria del volto e i disturbi del linguaggio. Ma un ictus può manifestarsi anche con problemi improvvisi alla vista, perdita di equilibrio o coordinazione, difficoltà nella comprensione o uno stato confusionale. La regola, spiega Palumbo, è non aspettare che i sintomi passino e attivare immediatamente il sistema dell’emergenza.
La rapidità, però, non dipende soltanto dal paziente. Non tutti gli ospedali italiani possono contare sulla presenza di un neurologo 24 ore su 24. È su questo aspetto che può intervenire il cosiddetto “telestroke”: il medico di un ospedale senza specialista può collegarsi con un neurologo esperto, condividere dati clinici e immagini diagnostiche e decidere rapidamente il trattamento.
“La tecnologia esiste. Il problema è trasformarla in una rete organizzata e omogenea”, osserva Palumbo. La SNO ha avviato una rilevazione tra i neurologi italiani per ricostruire la disponibilità di specialisti e sistemi di telemedicina. Secondo Palumbo, i primi risultati mostrano già una differenza tra “un Nord più strutturato e un Sud molto meno pronto”.
La rete deve funzionare fin dal soccorso. Una prenotifica dell’ambulanza può permettere all’ospedale di prepararsi prima dell’arrivo del paziente e accelerare gli esami necessari a stabilire se si tratta di un ictus ischemico, causato dall’ostruzione di un vaso, o emorragico, provocato dalla sua rottura.
Nel primo caso, per i pazienti che ne hanno le caratteristiche, è possibile intervenire con la trombolisi endovenosa. In presenza dell’occlusione di un grosso vaso si può ricorrere anche alla trombectomia meccanica, che però richiede centri dotati di neuroradiologia interventistica. Da qui la necessità di collegare gli ospedali in una rete capace di condividere rapidamente le immagini e trasferire senza ritardi i pazienti che hanno bisogno delle procedure più complesse.
Anche le possibilità di intervento si sono ampliate. Le linee guida statunitensi del 2026 confermano la trombolisi entro 4,5 ore nei pazienti eleggibili, mentre tecniche avanzate di imaging consentono in alcuni casi di individuare pazienti che possono beneficiare delle cure anche oltre questa finestra. Per alcune occlusioni di grandi vasi, in pazienti selezionati, la trombectomia può essere indicata fino a 24 ore dall’esordio dei sintomi. Questo, avverte Palumbo, non significa che si possa aspettare: prima si interviene, maggiori sono le possibilità di salvare tessuto cerebrale.
Un’altra novità riguarda la somministrazione dei farmaci per sciogliere i coaguli. Al tradizionale alteplase si è affiancato il tenecteplase, che può essere somministrato con un’unica iniezione endovenosa, anziché attraverso un’infusione prolungata. Il farmaco, rimborsabile in Italia dal 2025 per il trattamento dell’ictus ischemico acuto, può semplificare le procedure e ridurre i tempi, soprattutto quando il paziente deve essere trasferito in un altro ospedale per una trombectomia. “Nell’ictus anche semplificare una procedura significa guadagnare tempo”, sottolinea Palumbo.
Resta infine il capitolo della prevenzione. Ipertensione, fumo, diabete, colesterolo elevato, obesità, sedentarietà e fibrillazione atriale sono tra i principali fattori di rischio. “Il punto è non aspettare che compaia il primo ictus per occuparsi della propria salute vascolare”, conclude Palumbo. Ma accanto alla prevenzione individuale, per la SNO la sfida è costruire un sistema nel quale la possibilità di accedere rapidamente alla competenza specialistica non dipenda dal luogo in cui ci si trova.

