Il catanese Kaballà, tra tradizione e contemporaneità - QdS

Il catanese Kaballà, tra tradizione e contemporaneità

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Il catanese Kaballà, tra tradizione e contemporaneità

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lunedì 08 Febbraio 2021 - 12:59
Il catanese Kaballà, tra tradizione e contemporaneità

Catanese, è presente sulla scena musicale italiana, ma non solo, da oltre trent’anni. Pippo Rinaldi si racconta al QdS e canta per noi "Finu a domani" (VIDEO).

Catanese, è presente sulla scena musicale italiana, ma non solo, da oltre trent’anni. All’anagrafe è Giuseppe Rinaldi, Pippo per gli amici, Kaballà per i suoi estimatori. Vive a Milano con l’Etna e la sua Catania nel cuore e continua a vivere denso di “astratti furori”. Ci conosciamo da oltre vent’anni. Lo spunto per questa intervista è l’uscita, il mese scorso, del brano che lo vede come autore “Viene Natale (se stiamo lontani staremo vicini)“. Si tratta di un progetto solidale promosso dalla Regione Sicilia e dalla Fondazione Giglio di Cefalù a sostegno delle famiglie degli operatori sanitari italiani che vede la partecipazione corale di cantanti e personaggi dello spettacolo. Oltre a questo, anche dalla voglia di chiacchierare con lui della sua lunga carriera.

Partiamo dalla fine, se me lo consenti. Parliamo del tuo ultimo lavoro come autore del brano “Viene Natale (se stiamo lontani staremo vicini)“.

Il Natale è oramai passato ma l’emergenza sanitaria continua ancora. Sono stato coinvolto dall’Assessorato alla Salute della Regione Sicilia e dall’organizzazione di “Puntoeacapo” di Nuccio La Ferlita. È stato il modo di sensibilizzare la gente e dire, in maniera diretta e tramite un messaggio universale quale la musica, che era ancora necessario avere pazienza e stare ancora lontani perché questo sarà il modo di salvare la vita a decine, e forse, centinaia di persone. Contestualmente questo brano lancia una raccolta fondi che è ancora aperta e attuale, per il sostegno delle famiglie degli operatori sanitari che sono morti “in trincea”. Abbiamo voluto ribaltare il luogo comune e far partire dalla Sicilia un progetto che riguardasse tutta l’Italia. È stato scelto il periodo natalizio perché ritenuto il più propizio per la sua diffusione ma, come mi è stato detto da più parti, la sua valenza non tiene conto di quella scadenza ma mantiene il suo valore oggi e lo manterrà domani leggendola come un messaggio a tutti i siciliani nel mondo, un inno alla fratellanza e alla voglia di stare vicini anche se si vive dall’altra parte del mondo. Non parla del Natale ma di quello che stiamo vivendo, delle nostre emozioni interiori condizionate dal contesto che siamo stati costretti a vivere. Abbiamo coinvolto moltissimi artisti siciliani che hanno tutti aderito incondizionatamente. La musica del brano è mia e al testo, oltre a me, hanno collaborato mia moglie, Vincenzina Cirillo, e Lello Analfino.

Torniamo adesso a quando tutto ebbe inizio. Kaballà, perché e come nasce quello che oggi è il tuo nome d’arte?

Kaballà doveva essere, inizialmente, un progetto. Il termine rappresenta la numerologia, l’alchimia. Volevo esprimere la mescolanza che partiva da questa dottrina esoterica ebraica per indicare il mix tra dialetto, musica, Mediterraneo. Nel tempo è entrato il rock, in altri il folk.

Parliamo adesso nei tuoi album. Come nasce “Petra Lavica”?

Ti devo confessare che è stato un caso. Nasce tutto con Francesco Virlinzi, Nico Libra, i miei amici di sempre perchè è con loro che ascoltavo e scoprivo la musica che proveniva dai diversi luoghi del mondo. È con loro che ero immerso nella musica. Nel mio sangue e nelle mie radici la Sicilia c’è sempre stata ma il mio primo album nasce lontano dalla mia isola, a Milano, città nella quale mi ero rifugiato dopo essere “scappato” dalla mia terra. L’incontro con Gianni De Berardinis, disc jockey, produttore discografico, conduttore radiofonico e autore musicale che poi l’ha prodotto, è stata la molla che ha fatto nascere “Petra Lavica”. Nel 1990, in uno dei miei ritorni in Sicilia avevo in testa un album che per me è stato fondamentale, “Crêuza de mä” di Fabrizio De Andrè. Era nata in quel periodo l’esperienza di Peter Gabriel che sfociò nel suo progetto “Real World”. C’era questo nel mio sogno. In quell’occasione, ti dicevo, mi “scappa” fuori dalla mente una melodia. Nel viaggio di ritorno in aereo a Milano scrissi di getto il testo. Gianni lo fece sentire a Massimo Bubola, reduce dal lavoro con De Andrè. Quel pezzo fece nascere su musica di Nino Rota “Brucia la terra”, che fece poi parte della colonna sonora de “Il Padrino parte III” di Francis Ford Coppola. Da tutto questo nasce la volontà di realizzare un album con quella cifra stilistica, tutto in dialetto siciliano. L’album fu compreso da Stefano Senardi, allora direttore generale della CGD, che decise di pubblicarlo. Poi, oltre al dialetto, arrivarono le contaminazioni letterarie, Tomasi Di Lampedusa ad esempio, il rock con le sue chitarre elettrice ma anche il sitar, il basso pompato e il mandolino.

Il dialetto continua a essere presente fino al tuo terzo album, “Lettere dal fondo del mare”.

Si. Forse “Petra Lavica” è uscito troppo presto. Pensa che questo album, tutto in dialetto siciliano, vendette di più al nord che non in Sicilia. Il mio secondo album, “ Le vie dei canti” ha una vena leggermente più pop ma è proprio questo che mi permette di arrivare a “Lettere”, un’opera in italiano, un album elettro-acustico che mi rappresenta moltissimo e racconta il mio amore per la musica americana e, la Sicilia al suo interno, ne diviene citazione colta, escursione profonda nell’isola. È un album che amo molto. Tempo fa mi era venuta voglia di preparare un concerto basato solo su quest’album e forse un giorno lo farò.

Dopo il tuo album “Astratti furori” è iniziato principalmente il tuo importante percorso come autore proprio a partire da quel “Non ti dimentico (Se non ci fossero le nuvole)” interpretato da Antonella Ruggiero che lo portò al festival di Sanremo nel 1999.

Si, quel brano è stato il punto di partenza di una scelta che mi ha, per così dire, monopolizzato e non mi ha lasciato tempo per altro. Negli anni ho scritto brani per Eros Ramazzotti, Alessandra Amoroso, Alex Britti, Carmen Consoli, Mietta, Musica Nuda, Noemi, Anna Oxa, Raf, Ron, Bobo Rondelli, Antonella Ruggiero, Valerio Scanu, Tazenda, Umberto Tozzi, Paola Turci, Nina Zilli e molti altri ancora.

A quando un nuovo album che ti vede anche come interprete?

Non lo voglio dire perché ogni volta che ne parlo, alla fine, non esce (ride, nda). L’ho annunciato già diverse volte perché nel cassetto Kaballà ha diversi inediti. Questa volta voglio dire “quando i tempi saranno maturi”. Come diceva Fossati, in mezzo c’è la vita che io ho deciso di vivere. Fare l’autore, in alcuni momenti, è totalizzante. La musica, come ben sai, è la mia vita e da qualche anno ho ricominciato ad esibirmi dal vivo e ho eseguito anche qualche inedito. Nel brano di cui abbiamo parlato all’inizio dell’intervista, in effetti, canto e, devo confessarti, adesso canto meglio di allora (ride, nda). La mia carriera artistica è sempre stata caratterizzata dall’andare e ritornare, come se avessi un vulcano Etna interiore. E ancora una volta torna la mia Catania, torna la mia isola luogo in cui l’andare e ritornare fanno parte della sua e della nostra storia.

Negli ultimi tempi hai scritto, inoltre, un brano con Mario Venuti, quello di Francesca Mìola.

Io e Mario (Venuti, nda) ci conosciamo da sempre e collaboriamo regolarmente dagli inizi degli anni 2000. “Echi di infinito”, il brano di Antonella Ruggiero per Sanremo 2005 era scritta con Mario Venuti. Il brano di cui parli, “La costola di Adamo”, devo confessarti che mi piace moltissimo. Il progetto è stato realizzato per la partecipazione di Francesca Mìola all’ultimo Sanremo Giovani e contiene un tributo alla musica morriconiana. Lei è una cantante raffinata, oltre che brava. Non gliel’abbiamo fatta e sono rimasto scioccato perché penso che la giuria non lo ha assolutamente capito, viste e ascoltate anche un paio delle canzoni che invece hanno scelto. Francesca penso che meritasse il palco del teatro Ariston, anche grazie alla nostra canzone (ride, nda).

Trent’anni di carriera. Qualche rimpianto?

Certamente sì. Rimpiango, per esempio, di non aver più realizzato un album scritto e interpretato da me, dopo il mio quarto album, il live “Astratti Furori”. Nel frattempo, però, continuo a esibirmi dal vivo. Lo scorso anno, nonostante la pandemia, sono riuscito a esibirmi durante l’estate e quest’anno, pandemia permettendo, tornerò. Nel bailamme che è stata la mia vita, un giorno Peppe Quirici, il produttore di Ivano Fossati, durante una riunione mi disse: “Complimenti per le canzoni, possiamo tiraci fuori qualcosa di buono ma soprattutto ti devo fare i miei complimenti per come le interpreti”. È stata una delle soddisfazioni più grandi della mia vita, puoi capire quindi quanto abbia voglia di tornare a interpretare le mie canzoni. In questo mio ultimo periodo artistico mi accompagna un giovane maestro, Antonio Vasta, con il quale è nata una complicità artistica incredibile che si è sviluppata con “Viaggio Immaginario nella Sicilia della Memoria”, il concerto che rende omaggio alla mia terra con le mie canzoni ma anche con la letture di brani della più alta ed intensa letteratura siciliana e spezzoni di film del grande cinema italiano, montati dallo scomparso Sebastiano Gesù, docente di cinematografia all’Università di Catania.

È possibile continuare a contribuire al progetto “Viene Natale” con libere donazioni, utilizzando il conto corrente dedicato (IBAN: IT78Y0521643260000000091315) o tramite la raccolta online sulla piattaforma Gofundme.

Ricominceremo a stare vicini. Per adesso è la sua musica, quella di Pippo “Kaballà” Rinaldi, che ci tiene vicini. E non ci lascia mai soli.

Roberto Greco

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