Il linguaggio e la politica - QdS

Il linguaggio e la politica

Fleres Salvo

Il linguaggio e la politica

mercoledì 03 Febbraio 2021 - 00:00

Sono tra quelli che considera il linguaggio una convenzione

Sono tra quelli che considera il linguaggio una convenzione: un modo attraverso il quale un certo numero di persone condividono il senso ed il significato da attribuire a ciascuna parola, riferendola ad un concetto, ad un oggetto, ad una situazione, ad una persona, ecc.

Sin qui nulla di trascendentale: se in Italia ci mettiamo d’accordo e decidiamo che quell’animale a quattro zampe che abbaia ed è fedele al suo padrone si chiama cane, tutti lo chiameremo cane, così come gli inglesi lo chiameranno dog e i francesi chien!

I problemi cominciano quando la convenzione lessicale di cui si è detto viene disturbata da quella pratica, sempre più in uso nel nostro Paese e non solo, secondo la quale la chiarezza espressiva ha un significato politico e pertanto, in quanto “compromessa ideologicamente”, sarebbe giusto che venisse stemperata, attraverso l’uso di un linguaggio più “asettico”.

Tale tipo di espressione verbale, che altera il significato delle cose, travolge la sua convenzione etimologica e confonde le menti semplici, in un paese civile verrebbe definita ipocrita, falsa, filistea, bacchettona, bigotta, finta, untuosa, farisaica, insincera, gesuitica, commediante, baciapile, ecc. Da noi no!

Da noi, con la complicità di autorevoli giornali di regime, giusto per dargli la verginità e l’autorevolezza che non ha affatto, ma soprattutto per giustificare chi, ipocritamente, la usa, è invece definita “politicamente corretta”.

Il grande Giorgio Gaber direbbe: chissà se cane è di destra o di sinistra. Chissà se risponde a Gentile o a Gramsci, a Montanelli o a Scalfari.
Il fatto è che le parole non sono affatto “compromesse ideologicamente”, lo sono, invece, coloro i quali le usano o ne abusano, attribuendo loro connotazioni che esulano dal significato etimologico di cui sono espressione: e sono tanti, troppi!

Mi piacerebbe se, almeno per una volta, l’autorevolissima Accademia della crusca si facesse sentire non solo per stabilire se sia più giusto dire “arancino” o “arancina”, ma anche per protestare contro i ridicoli tentativi di strumentalizzazione di termini di uso corrente.

Chissà se è troppo sperare che qualcosa del genere accada in fretta, magari prima di abbandonare del tutto il nostro “dolce stil novo”, in favore di qualche dialetto dell’Africa sub sahariana!

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