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Il prezzo del Lodo Moro

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Il prezzo del Lodo Moro

Giuseppe Sciacca  |
giovedì 27 Ottobre 2022 - 13:34

In libreria il volume di Gadiel Gaj Tachè, fratello del bimbo di soli due anni, ucciso nel sanguinoso e vile attentato alla sinagoga romana.

Erano le 11.50 di sabato, 9 ottobre, di quaranta anni orsono, donne e uomini con i loro piccoli, lasciavano festosi il Tempio Maggiore di Roma, dove secondo la tradizione, in occasione di Sukkot (la Festa delle capanne) si era svolta la benedizione dei bambini. Appena usciti, nell’area antistante la sinagoga, fu una intensa pioggia di proiettili di fucili mitragliatori ed il lancio di alcune granate.

Rimasero sul selciato, in un lago di sangue, trentasette feriti i cui corpi erano stati dilaniati da schegge e trapassati da pallottole, oltre, il bambino italiano di famiglia ebraica di due anni, Stefano Gaj Tachè, che veniva privato della vita ed a cui oggi è intitolato il piazzale antistante il luogo sacro.

Quel giorno il consueto servizio di sicurezza non solo non era stato rafforzato, ma mancava pure la macchina della polizia, che di solito presenziava nelle occasioni di eventi che comportavano assembramenti, sebbene il rischio di un attentato alla sinagoga era stato ripetutamente segnalato dai servizi segreti.

La desecretazione dei documenti

Così come è stato, poi, confermato dai documenti dell’Archivio di Stato desecretati a seguito della legge Renzi del 2014, ma con la limitazione riguardante l’accordo segreto di reciproca salvaguardia, concluso con i palestinesi nel 1973, che fu determinante ai fini dell’accaduto; il Governo Conte nel 2020 ha confermato il segreto di stato; mentre il Governo Draghi, nell’agosto del 2021, ha dato una ulteriore direttiva per la desecretazione degli archivi.

La copiosa documentazione, resa pubblica, conferma, in pieno, la dichiarazione rilasciata dal già Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nell’ottobre del 2008, ad un giornale israeliano, che accusava il governo italiano di aver lasciato agire indisturbati gli attentatori per perpetrare il vile assalto al Tempio Maggiore.

Si era consumato, così, il più grave attentato in danno di ebrei, avutosi sul territorio del nostro Paese, dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Erano anni di forte avversione e ostilità, da parte di alcune aree della società civile e dei media, in cui trovavano la loro cassa di risonanza, nei confronti degli ebrei italiani, a cui veniva fatto carico di non prendere le distanze dalle iniziative, anche militari, della politica estera dello stato di Israele, che proprio in quel periodo aveva iniziato a colpire, con l’esercito, le basi palestinesi in Libano, con l’operazione “Pace in Galilea”.

Il “Lodo Moro”

Erano soprattutto gli anni in cui il così detto, anche se impropriamente, “Lodo Moro” proiettava la sua cupa ombra protettiva sulla vita nel nostro intero territorio nazionale.

Si trattava di un patto super segreto, concluso dal Governo Andreotti, nel 1973, in cui l’onorevole Aldo Moro era Ministro degli esteri, con i terroristi palestinesi, che a fronte della promessa di non eseguire attentati contro obiettivi italiani, veniva assicurata ai terroristi la possibilità di trasportare e custodire armi nell’ambito del territorio italiano, e anche la possibilità di colpire obiettivi obbiettivi ebraici.

Una dolorosa ed amara verità quella dell’attentato romano su cui ancor oggi non si è fatta piena luce, così come peraltro per molte altre stragi italiane e per lo stesso omicidio Moro, avvenuto quattro anni dopo l’assalto alla sinagoga. Tra le tante zone d’ombra rimaste ed interrogativi irrisolti, vi è pure quello che i partecipanti al commando non fossero tutti Palestinesi, come anche un testimone ed il giudice Rosario Priore sostenevano.

È stato un fatto che a tutt’oggi segna la storia dell’Italia. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo discorso di insediamento, nel febbraio 2005, innanzi alle Camere congiunte, ha proferito queste parole: “Il nostro Paese ha pagato, più volte, in un passato non troppo lontano, il prezzo dell’odio e dell’intolleranza. Voglio ricordare un solo nome: Stefano Tachè…”.

L’opera in libreria

Ora è in libreria, dal 16 settembre, il volume di Gadiel Gaj Tachè, fratello del bimbo a soli due anni, ucciso nel sanguinoso e vile attentato alla sinagoga romana “Il silenzio che urla” ( Ed. Giuntina), che racconta l’aggressione dal punto di vista delle vittime, di chi ha subito sulle proprie carni insanabili lacerazioni e che, per tutti questi anni, ha dovuto accontentarsi di brandelli di verità.

Ricorda lo scrittore che prima di uscire, per essere condotti in sinagoga, dai genitori, i due fratellini avevano lasciato i loro giocattoli sparsi per il salotto, allontanandosi, festosamente, dai loro giochi incompiuti, così come incompiuta resta, ancor oggi, la conoscenza e la giustizia su questo atroce atto di terrorismo.

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