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In carcere per 9 anni, poi la laurea con lode. Foti (UniCt): “La conoscenza è la vera libertà”. Ecco la storia di Giuseppe

In carcere per 9 anni, poi la laurea con lode. Foti (UniCt): “La conoscenza è la vera libertà”. Ecco la storia di Giuseppe
Un momento della laurea. Foto UniCt

Il risultato rappresenta un momento storico per l’Ateneo etneo e il rettore sottolinea: “Siamo orgogliosi, significa dare una seconda possibilità”

Una laurea che vale ben più di un titolo accademico. Martedì 21 luglio Giuseppe B., 31 anni, catanese, detenuto nella casa di reclusione di Augusta e iscritto al Polo Universitario Penitenziario (PUP) dell’Università di Catania, ha conseguito la laurea in “Scienze e tecnologie per la ristorazione e la distribuzione degli alimenti mediterranei” con il massimo dei voti, 110 e lode. Si tratta del primo studente del Polo Universitario Penitenziario di UniCT a raggiungere questo traguardo, discutendo la tesi in presenza grazie all’autorizzazione del magistrato di Sorveglianza.

Un momento storico per l’Ateneo catanese

Il risultato rappresenta un momento storico per l’Ateneo catanese, ma soprattutto riporta al centro un tema spesso trascurato nel dibattito pubblico: il valore dell’istruzione come strumento di riscatto sociale e di reinserimento delle persone detenute. Un percorso che, nel caso di Giuseppe, dimostra come la formazione possa diventare l’occasione per ricostruire il proprio futuro e prepararsi a un ritorno nella società con nuove competenze e una diversa consapevolezza.

Foti: “Siamo orgogliosi, significa dare una seconda possibilità”

“Per l’Ateneo è un momento di orgoglio – spiega al Quotidiano di Sicilia il rettore dell’Università di Catania, Enrico Foti – perché significa dare a un detenuto una seconda possibilità, offrendo strumenti concreti per il suo reinserimento nella società. Per noi rappresenta l’espressione più alta di quello che chiamiamo public engagement, cioè la funzione sociale dell’università. Non ci limitiamo a conferire titoli di studio, ma contribuiamo realmente a trasformare le persone”.

A colpire il rettore è stato soprattutto un passaggio pronunciato dallo stesso Giuseppe durante la cerimonia di laurea. “Ha già trascorso nove anni in carcere – racconta Foti – e quel giorno ha detto una frase che ci ha profondamente commossi: ‘Ho cominciato a sentirmi libero quando ho cominciato a studiare’. È una testimonianza straordinaria del valore che può avere la conoscenza. Per questo consideriamo questo risultato una grandissima soddisfazione, perché significa contribuire alla crescita etica e sociale di una persona”.

Non un’iniziativa isolata

L’esperienza del Polo Universitario Penitenziario, tuttavia, non rappresenta un’iniziativa isolata. Il rettore sottolinea come l’Università di Catania abbia avviato negli anni diversi progetti rivolti ai detenuti, con l’obiettivo di favorirne il graduale reinserimento. “La laurea è certamente il progetto più impegnativo e simbolico, ma non è l’unico. Alcuni detenuti nella fase finale della pena sono impegnati nei nostri musei come guide, supporto alle guide o addetti alla sorveglianza. Anche nel Museo dei Saperi e delle Mirabilia Siciliane, ospitato proprio nel palazzo del Rettorato, ogni giorno lavorano persone che stanno completando il loro percorso detentivo”.

Secondo Foti, si tratta di iniziative che possono esistere solo grazie all’impegno di docenti che credono profondamente nel loro valore. “Sono progetti che richiedono tantissima energia e una passione autentica. Non si possono portare avanti semplicemente perché rientrano nelle proprie mansioni: bisogna credere davvero che si possa cambiare la vita delle persone”.

Anche in questo caso, le parole di Giuseppe hanno lasciato il segno: “Non pensavo che ci fossero così tante persone disponibili a migliorarmi”.

Il valore di questa prima laurea, inoltre, potrebbe andare ben oltre la vicenda personale del giovane detenuto. “Assolutamente sì – conclude Foti –. Insieme a Giuseppe hanno iniziato il percorso universitario anche altri detenuti che stanno proseguendo gli studi. E lui stesso adesso si sta iscrivendo alla laurea magistrale. È un esempio concreto che può incoraggiare altre persone a intraprendere lo stesso cammino”.

La storia di Giuseppe dimostra come il diritto allo studio possa trasformarsi in uno strumento concreto di cambiamento anche all’interno di un istituto penitenziario.

Una prospettiva che trova un preciso fondamento nell’articolo 27 della Costituzione, secondo cui «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». In questo quadro, il contributo dell’università assume un valore che va oltre la formazione accademica: offrire conoscenze, competenze e opportunità significa rendere più credibile il percorso di reinserimento previsto dalla Carta costituzionale e ricordare che la cultura può essere uno degli strumenti più efficaci per costruire una seconda possibilità.

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