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Indagine FADOI: il 65% dei medici almeno una volta in burnout

Indagine FADOI: il 65% dei medici almeno una volta in burnout

Gettonisti ancora nella metà dei Pronto soccorso. Un medico su 4 pensa al prepensionamento

Roma, 23 mag. (askanews) – In base al decreto di tre anni fa, che avviava i loro contratti “ad esaurimento”, dovevano essere l’eccezione, che ad oggi invece conferma la regola: nella metà abbondante dei pronto soccorso dei nostri ospedali si fa ancora uso dei gettonisti, con tutto quel che ne consegue in termini di spesa e, soprattutto, di organizzazione del lavoro. Segno di una carenza di personale, indicata come una priorità sulla quale intervenire da oltre il 57% dei medici. Certo è che le condizioni di lavoro vengono giudicate in peggioramento da sette professionisti su dieci e questo spinge il 26,4% dei medici a pensare di lasciare anticipatamente il lavoro, mentre il 20,2% pianifica la fuga verso il privato, se non proprio all’estero, come propende il 10,1%.

È questa l’anamnesi che inquadra lo stato di profondo malessere della classe medica fornita dall’indagine condotta da FADOI – la Federazione dei medici internisti ospedalieri – condotta su un campione rappresentativo di tutte le Regioni, eccetto Basilicata e Valle d’Aosta, presentata in occasione del Congresso nazionale di Rimini dal 23 al 25 maggio. Uno stato di stress lavorativo che oggi vive un medico su quattro e che ha spinto il 65,4% degli internisti ospedalieri a vivere almeno una volta una condizione di “burnout”, che porta con sé “stanchezza cognitiva”, più errori diagnostici e peggiore comunicazione con i team sanitari e con i pazienti.

Come tutto ciò finisca per mettere a rischio la salute dei ricoverati lo mette in chiaro uno studio della John Hopkins University School of Medicine, che rileva come il 36% dei medici in burnout commetta almeno un errore grave l’anno. Percentuale che, proiettata sui numeri italiani, si sostanzierebbe nel rischio di 20mila errori gravi compiuti dai medici, 70mila e oltre da parte degli infermieri per un totale di circa 100mila errori sanitari l’anno.

Normativa e realtà: il ricorso ai gettonisti. Tornando ai gettonisti è bene ricordare che il Decreto legge “34” del 2023 e le successive modificazioni ne ha limitato l’uso solo in via temporanea ed eccezionale, con la progressiva eliminazione dei contratti con cooperative di medici e il divieto di nuove forme di esternalizzazioni non giustificate. Ebbene, se guardiamo alle Unità operative di medicina interna, l’indagine FADOI – si legge in un comunicato – rileva che meno del 20% ne fa ancora in qualche misura uso di gettonisti o professionisti con contratto di lavoro autonomo. Le cose però cambiano, e di molto, quando si punta la lente sui pronto soccorso dove prestano la loro opera molti medici di medicina interna. Qui il ricorso alle esternalizzazioni avviene nel 54,8% delle strutture. Spesso, come più volte rilevato dalle cronache in assenza di specializzazione e di affiatamento con i team professionali dell’ospedale.

Stress, burnout e fuga dal Servizio sanitario nazionale. Ma a mettere a rischio i pazienti è anche lo stress lavorativo che colpisce sempre più camici bianchi spingendoli fuori dal perimetro del nostro SSN. Il 25% degli internisti – ma le stesse percentuali verrebbero probabilmente ricavate anche per altre specialità mediche – si trova a soffrire uno stato di “burnout”, che ha colpito in passato almeno una volta il 65,4% di loro. Questo spinge un medico su quattro (per l’esattezza il 26,4%) a meditare il pensionamento anticipato, mentre il 20,2% pensa di lasciare il pubblico per il privato, con il 10,1% che opterebbe invece per la fuga all’estero, magari alla ricerca di retribuzioni e condizioni di lavoro migliori.

Meno attrattive le “case di comunità”, i nuovi maxi ambulatori finanziati con 2 miliardi del PNRR dove dovrebbero lavorare al fianco medici di famiglia e specialisti ambulatoriali, ma che la proposta di decreto legge presentata dal ministro della Salute Orazio Schillaci alle Regioni apre anche ai medici dipendenti. Un cambio di casacca che nell’indagine FADOI sembra suscitare interesse nel 18,8% dei medici internisti, che per la loro visione a 360 gradi dei pazienti con pluricronicità sarebbero probabilmente tra gli specialisti ospedalieri più indicati a supportare l’attività assistenziale delle nuove strutture territoriali.

Condizioni di lavoro e priorità per il rilancio. Resta il fatto che a spingere i medici fuori dall’ospedale sono le peggiorate condizioni di lavoro dentro i reparti, giudicate tali dal 49,5% dei medici internisti e “molto peggiorate” dal 19,7% di loro, mentre chi vede le cose meglio di prima è soltanto il 14,9%.

Variegate – prosegue la nota – le ricette fornite dai medici per migliorare qualità dell’assistenza e condizioni di lavoro. Potendo dare anche due risposte, il 57,2% ha indicato come prioritaria l’assunzione di personale medico e infermieristico. Ma l’opzione più gettonata dal 61,5% è la riclassificazione delle medicine interne da bassa a medio-alta intensità di cura. Un riconoscimento della complessità dei casi già oggi trattati dalle Unità operative dove restano assistenza gli internisti, che dovrebbe coerentemente tradursi in maggiori dotazioni di letti, personale e tecnologie sanitarie. Per il 34,6% tra le priorità ci sarebbe invece garantire un maggiore coordinamento e la continuità assistenziale tra ospedale e territorio, mentre il 17,8% indica l’offerta di maggiori opportunità di carriera e appena il 3,9% il rinnovamento del parco tecnologico ospedaliero.

Montagnani, Presidente FADOI: “Rischio desertificazione ospedali dietro l’angolo”. “I risultati dell’indagine – commenta il Presidente FADOI, Andrea Montagnani – indicano che la desertificazione dei nostri ospedali pubblici non è uno spettro agitato per interessi di categoria ma un rischio reale. Carichi di lavoro a volte insopportabili e incompatibili con un minimo di vita privata e familiare, scarse aspettative di carriera e condizioni contrattuali non degne della professione hanno già spinto circa 12mila medici negli ultimi anni ad abbandonare il servizio pubblico. Un vuoto che diventerebbe voragine se ora decidesse di passare dalle intenzioni ai fatti soltanto un terzo di quel 57% che ha manifestato l’idea di lasciare o per il pensionamento anticipato o per il privato oppure per l’estero”.

“Come uscire da questa situazione – prosegue il Presidente FADOI – ce lo dicono gli stessi medici internisti, che indicano tra le priorità assumere personale, creare un legame più solido tra ospedale e territorio con una regia che strategicamente potrebbe essere affidata alle medicine interne e, che più di altre specialità si fanno carico di pazienti fragili e complessi. Ma proprio per gli internisti la priorità delle priorità resta quella di rendere coerente la classificazione delle medicine interne con le sempre più complesse funzioni assistenziali svolte. Come indicano i dati allarmanti sul burnout ne va della salute dei medici, ma in primis della qualità delle cure”.