Infezioni ospedaliere, in Sicilia luci e ombre - QdS

Infezioni ospedaliere, in Sicilia luci e ombre

Andrea Carlino

Infezioni ospedaliere, in Sicilia luci e ombre

venerdì 12 Aprile 2019 - 00:00

Ministero della Salute: nell’Isola se ne contano 7,30 ogni 100mila dimissioni ma quelle post-chirurgiche sono 145,13
Rappresentano un rischio fatale, una delle complicazioni più gravi e frequenti dell’assistenza sanitaria

PALERMO – Le infezioni ospedaliere costituiscono una delle complicazioni più frequenti e gravi dell’assistenza sanitaria.
Si definiscono così quelle infezioni che insorgono durante il ricovero di una persona in ospedale e che non erano presenti o in incubazione al momento dell’ingresso in ospedale.
Prevenirle è tra le campagne principali messe in piedi dall’Organizzazione mondiale della Sanità.
Purtroppo, però, gli sforzi servono a poco e i batteri, soprattutto quelli resistenti agli antibiotici, continuano ad evolversi e a moltiplicarsi Circa l’80% di tutte le infezioni ospedaliere riguarda quattro sedi principali: il tratto urinario, le ferite chirurgiche, l’apparato respiratorio, le infezioni sistemiche (sepsi, batteriemie). Le più frequenti sono le infezioni urinarie, che da sole rappresentano il 35-40% di tutte le infezioni ospedaliere. Tuttavia, negli ultimi quindici anni si sta assistendo a un calo di questo tipo di infezioni (insieme a quelle della ferita chirurgica) e a un aumento delle batteriemie e delle polmoniti.

Il ministero della Salute stima che in Italia ogni anno si verificano dalle 450mila alle 700mila infezioni in persone ricoverate (complessivamente un’infezione correlata all’assistenza si verifica nel 4-7% dei ricoveri).
Da un’altra prospettiva l’impatto è devastante se si considera che rappresentano un rischio fatale quanto la somma delle maggiori malattie infettive messe insieme: influenza, tubercolosi e Hiv. Tra il 2016 e il 2017, attraverso le cifre estrapolate dalle schede di dimissione ospedaliere, emerge che il dato è in aumento. In tutto ne sono state censite attraverso le schede di dimissione ospedaliera 10.135, di cui 541 dovute a cure mediche e 9.594 post chirurgiche. Spiccano, negativamente, Piemonte, Trento, Valle d’Aosta e Umbria che in un solo anno hanno collezionato oltre 10 infezioni mediche in più su centomila dimissioni (rispettivamente 13,99; 13,67; 10,65 e 10,41).

Va meglio per la Sicilia che si posiziona tra le ultime posizioni con 7,30 infezioni per 100mila dimissioni. Va decisamente peggio per le infezioni post-chirurgiche. In Abruzzo, Puglia e Piemonte l’aumento è superiore ai 50 casi ogni 100mila dimissioni in un solo anno (rispettivamente 66,06; 58,79; 54,36 e 50,22), ma è in aumento (+25,68 caso ogni 100mila dimissioni) anche la media italiana e solo in otto Regioni si registra un calo che rispetto agli aumenti ha valori significativi solo in Calabria (-71,90) e in Valle d’Aosta (-125,08). Sicilia stabile con 145,13 su 100mila dimissioni. Tra gli indicatori di rischio clinico, annotiamo, ci sono l’embolia polmonare e la trombosi venosa profonda. Qui i numeri salgono ancora e in cime alla classifica c’è il Molise con 121,07 casi per 100mila dimissioni in più tra il 2016 e il 2017, seguita da Trento sempre al di sopra dei nuovi 100 casi (106,43).

Le infezioni ospedaliere hanno un costo sia in termini di salute che economici, sia per il paziente che per la struttura. Da qui la necessità di adottare pratiche assistenziali sicure. Per questo motivo è più che mai necessario aumentare la consapevolezza dei cittadini e sensibilizzare gli operatori sanitari sul tema della prevenzione e dell’antibiotico resistenza. Corrette pratiche di prevenzione potrebbero ridurre del 20-30% questo “gap” nel percorso assistenziale, concorrendo a migliorare anche l’impatto economico sul Sistema Sanitario Nazionale, considerato che i costi di trattamento di una singola infezione pesano dai 5 ai 9mila euro.
Andrea Carlino

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