A voler lavorare di citazioni, per celebrare i trent’anni della legge sull’inquinamento acustico si potrebbe giocare partendo dal Molto rumore per nulla di shakespeariana memoria. In questo caso, tuttavia, il “nulla” andrebbe riferito non già all’eccessiva preoccupazione a monte quanto alla risposta che, per quanto non inesistente, è ancora oggi molto contenuta da parte degli enti chiamati ad attuare le linee guida introdotte a metà anni Novanta a livello nazionale. La 447/1995 è la legge quadro con cui nel nostro Paese per la prima volta si affrontò il tema del rumore come un fenomeno da tenere in considerazione in relazione al benessere dell’essere umano ma anche per ciò che riguardava la tutela degli ecosistemi. Per il trentennale, che in realtà è scoccato ad autunno dello scorso anno, ieri a Roma, nei locali dell’Università La Sapienza, si è tenuto un convegno nazionale promosso da Sistema nazionale di protezione dell’ambiente (Snpa) in partnership con l’Associazione italiana di acustica (Aia). L’incontro è servito per fare il punto sull’evoluzione del quadro normativo, sui risultati sin qui raggiunti e su ciò che c’è ancora da fare. Il tutto in un momento in cui a livello collettivo il tema dell’inquinamento acustico è maggiormente sentito rispetto al passato, acquisendo una centralità anche in materia di obiettivi fissati dall’Unione Europea in materiale di sostenibilità ambientale.
Normativa e distanza tra teoria e applicazione
Nonostante ciò, come spesso accade in Italia, tra l’aspetto teorico-normativo e l’applicazione di buone pratiche, sia in tema di prevenzione che di controllo, è innegabile una sostanziale distanza. Se le pagine di cronache locali sono spesso ricche, e quelle siciliane non fanno di certo eccezione, di notizie riguardanti le proteste di chi abita nelle zone a maggiore attrazione turistica, stanchi degli effetti deleteri della movida e più in generale della trasformazione dei luoghi in cui si vive in contenitori per lo svago ed esperienze mordi e fuggi; da parte delle amministrazioni pubbliche – sia le Regioni che i Comuni – la capacità di contemperare gli interessi garantendo livelli adeguati di benessere acustico sono spesso inadeguate. “La legge quadro è servita a introdurre per la prima volta in un testo legislativo misure che rispondessero anche a un cambio di atteggiamento culturale nei confronti del tema dell’inquinamento acustico”, è stato detto ieri in apertura dei lavori.
Controlli e fonti di rumore in Italia
Al convegno, iniziato al mattino e protrattosi fino al pomeriggio, hanno preso parte relatori provenienti sia dagli enti chiamati a regolamentare l’emissioni di rumore – sia a livello centrale che periferico, come le Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente (Arpa) – che figure provenienti dalle principali società partecipate dello Stato che operano in settori, come Anas ed Rfi su strade e rete ferroviaria, in cui la produzione di rumore è inevitabile; tanto in fase di realizzazione delle infrastrutture che nel corso del tempo in cui le stesse sono in funzione. “La legge quadro sull’inquinamento acustico prevede che le regioni-province autonome provvedano all’emanazione di una propria normativa che definisca una serie di criteri, modalità, procedure necessari per la completa attuazione della legge nazionale”, si legge sul sito di Snpa. E qui arriva il primo tasto dolente: a oggi infatti su 20 Regioni soltanto cinque non sono riuscite a dotarsi di una legge regionale sul rumore: Campania, Sicilia, Sardegna, Basilicata e Molise. Le prime tre quantomeno sono riuscite ad approvare atti specifici.
Sicilia tra le regioni senza legge sul rumore
La Sicilia, dunque, rientra tra i tre peggiori della classe. Nonostante la legge quadro sia stata approvata in una fase in cui nella nostra Regione i governi non venivano eletti direttamente dal popolo e che da quando invece è stata introdotta l’elezione diretta si sono alternate sei legislature, all’Assemblea regionale siciliana non è mai passata la norma necessaria per recepire nell’isola i principi generali dettati dalla norma nazionale e integrare il quadro legislativo delle specifiche necessarie a ogni legge quadro.
Dati Arpa e impatti dell’inquinamento acustico
L’ammissione arriva anche dall’Arpa nostrana. “In Sicilia non è ancora stata emanata una legge regionale di piena applicazione della 447/95 ma sono state publicate nel 2007 le Linee guida per la classificazione acustica e una proposta di legge regionale è stata presentata all’Ars”, si legge sul sito dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente regionale. “Il rumore prodotto dai trasporti, dalle industrie e da altre attività antropiche costituisce uno dei principali problemi ambientali e può provocare diversi disturbi alla popolazione”, viene messo nero su bianco da Snpa. Partendo da questo presupposto, la legge nazionale ha esplicitato le diverse tipologie di sorgenti di rumore, prevedendo la fissazione di limiti per l’ambiente esterno, sia dal punto di vista delle immissioni che delle emissioni, ma anche limiti all’interno degli ambienti abitativi.
Monitoraggio Ispra e livelli di controllo
L’Ispra, partendo dai dati trasmessi dalle agenzie regionali, ha fatto di recente il punto sulle attività di controllo, e dunque di misurazione, del rispetto dei valori limite del rumore. “Le sorgenti maggiormente controllate risultano, anche per il 2024, le attività di servizio o commerciali (60,6% sul totale delle sorgenti controllate), seguite dalle attività produttive (25,5%). Tra le infrastrutture di trasporto, che rappresentano l’8,4% delle sorgenti controllate, le strade sono quelle più controllate (5,8%)”, viene fatto sapere.
Molto più bassi – si va dallo 0,6 all’1,1 per cento – i dati riguardanti i controlli delle sorgenti legate a infrastrutture ferroviarie, portuali e aeroportuali. “Tra le infrastrutture di trasporto, che rappresentano l’8,4 per cento delle sorgenti controllate, le strade sono quelle più controllate (5,8%)”, specificano dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.
Piano di classificazione acustica nei Comuni
Lo strumento che potremmo definire principe in materia di contrasto alle emissioni di rumore incontrollato è il Piano di classificazione acustica. Introdotto con la legge quadro, rappresenta il principale atto di pianificazione a livello comunale. Nella sostanza, gli enti locali sono chiamati a ripartire i propri territori in aree acusticamente omogenee, associando a ognuna di esse dei limiti acustici. “L’obiettivo è quello di fornire un indispensabile strumento di pianificazione dello sviluppo urbanistico e di tutela del territorio dall’inquinamento acustico”, viene rimarcato da Spna. Tuttavia, a tale centralità corrisponde una risposta da parte dei Comuni ancora molto limitata a livello nazionale. Altro giudizio non è possibile dare se si considera che, trent’anni dopo la legge quadro, in Italia soltanto il 65 per cento dei Comuni ha approvato il piano. “Permangono ancora evidenti, a scala regionale, le differenze di applicazione di questo strumento”, è la constatazione che arriva a livello nazionale.
Diffusione dei piani acustici in Italia
Guardando all’ultimo ventennio si può dire che nel 2006 a livello nazionale i Comuni che hanno approvato la classificazione acustica rappresentavano il 31,5 per cento del totale, con una zonizzazione della superficie del Paese pari al 26,9 per cento. Nella stessa porzione di territorio risiedeva il 40,8 per cento della popolazione. Nel 2024, come detto, quasi due Comuni su tre ha il piano, mentre a livello di superficie zonizzata si è saliti al 58,5. Il dato sulla popolazione invece è cresciuto fino a toccare il 73,8 per cento.
Popolazione esposta al rumore
Se si prende come dato il numero di abitanti che sono esposti al rumore, prendendo come riferimento la soglia di 50 decibel durante la notte, è possibile dire che nel 2017 oltre 10,8 milioni di persone erano esposte a inquinamento acustico proveniente dalle strade. Cinque anni prima la cifra aveva superato i 15 milioni e mezzo.
Effetti del rumore sulla salute
“Elevati livelli di rumore possono influire sullo stato di benessere. Gli effetti del rumore sulla salute comprendono lo stress, la riduzione del benessere psicologico e i disturbi del sonno, ma anche problemi cardiovascolari”, fa rilevare l’Ispra, ricordando anche che a inizio anni Duemila l’Unione Europea ha emanato una Direttiva per definire “un approccio comune per evitare, prevenire o ridurre gli effetti nocivi dell’esposizione della popolazione al rumore ambientale”.
Nell’Isola appena il 2% degli enti è dotato del piano di classificazione
Per raccontare come la Sicilia sia tra le Regioni che finora hanno meno risposto alle esigenze di intervenire nella pianificazione del contenimento dei rumori, ancor più dell’assenza di una legge regionale che metta a sistema i contenuti della legge quadro del 1995, forse conviene fare riferimento a due dati specifici: il numero dei piani di classificazione acustica redatti e quello dei piani di risanamento.
Nel primo caso, come detto, si tratta di una pianificazione che interviene a monte, in chiave preventiva. Serve a suddividere le aree di un territorio comunale in zone omogenee, tenendo in considerazione delle specificità che le contraddistinguono: zone in cui insistono servizi come ospedali e scuole sono diverse da quelle in cui sono concentrate le attività ristorative e della movida, lo stesso vale per le aree residenziali. Anche se la quotidianità racconta di come nella pianificazione delle città spesso i piani si sovrappongono, la legge prevede che sia la zonizzazione a fare da punto di partenza per la fissazione dei limiti acustici da rispettare.
Ecco, in Sicilia appena il due per cento dei Comuni si è dotato del piano di classificazione. “Dei 391 comuni solo otto hanno adottato la classificazione acustica: Catania, Messina, Caltanissetta, Palermo, Ragusa, Marsala, Alcamo, San Vito Lo Capo”, si legge sul sito di Arpa Sicilia, in cui è anche specificato che “solo pochi comuni hanno adottato regolamenti per la tutela dall’inquinamento acustico”.
A fare peggio, per la cronaca, è soltanto la Basilicata con quattro Comuni che hanno approvato il piano di classificazione acustica. Va detto però che in terra lucana il numero di enti locali complessivo è pari a un terzo di quelli siciliani. Ancora più eloquente è il discorso riguardante i piani di risanamento, ovvero gli strumenti con cui, accertate l’esistenza di criticità e violazioni, le amministrazioni intervengono predisponendo misure per riportare il rumore entro soglie accettabili.
Dai dati pubblicati sul portale dell’Ispra, risulta che in Sicilia nessun Comune ne sia provvisto. Tuttavia, in questo caso, si può dire che la nostra regione è in ampissima compagnia.
“Al 2024 questo strumento di pianificazione risulta scarsamente utilizzato sull’intero territorio nazionale: solo 66 comuni dei 5.106 dotati di classificazione acustica hanno approvato il Piano di risanamento acustico, confermando negli anni una percentuale di poco superiore all’un per cento”, afferma l’Ispra.
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