Un uomo vestito di tutto punto, doppio petto e orologio di pregio al polso, e accanto a lui un altro dagli abiti decisamente più comodi. Il primo è un avvocato, il secondo un giornalista. Tecnicamente tra i due non dovrebbe esserci un rapporto professionale. O meglio: il giornalista, in quel momento, non avrebbe bisogno di un legale poiché non è indagato, bensì soltanto sentito come persona informata dei fatti.
Eppure l’avvocato c’è e, in maniera irrituale rispetto al contesto di raccolta di sommarie informazioni testimoniali, interviene a più riprese a rintuzzare le risposte che il giornalista dà ai magistrati che sono partiti dalla Sicilia per andare ad ascoltare la sua storia.
Questa scena è avvenuta qualche anno fa in un ufficio della procura federale di Berna, in Svizzera. All’interno della stanza c’erano i magistrati della Dda di Caltanissetta, all’epoca guidati dal procuratore Gabriele Paci, che indagano sulle stragi del ’92.
Nel Paese elvetico erano atterrati per incontrare Jean Claude Zagdoun, meglio noto con lo pseudonimo di Fabrizio Calvi, giornalista francese che assieme al collega Pierre Moscardo, il 21 maggio del 1992, due giorni prima della strage di Capaci, intervistò il giudice Paolo Borsellino. Borsellino, che sarebbe stato ucciso due mesi dopo, parlò con loro dei rapporti tra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e Cosa Nostra.
Attorno a questa intervista, da oltre trent’anni ruota uno dei tanti misteri che ingarbugliano le indagini sulle stragi. Se ne parla nell’ultima richiesta di archiviazione formulata dalla Procura di Caltanissetta, oggi retta da Salvatore De Luca, che nel 2022 ha riaperto il fascicolo riguardante la pista che porterebbe a Dell’Utri come mandante delle stragi. Un’ipotesi coltivata anche dalla Procura di Firenze e che ha riguardato anche Berlusconi fino alla sua morte.
Se sui contenuti dell’intervista di Calvi e Moscardo si allungano diverse ombre, non chiarissime restano le modalità con cui il primo è stato sentito dai magistrati nisseni – sulla scorta di una rogatoria – il 18 ottobre 2020. Contorni foschi che potrebbero aver condizionato il materiale su cui i magistrati siciliani hanno poi lavorato, finendo per stabilire nei mesi scorsi la mancanza di elementi concreti per accusare Dell’Utri.
A tale valutazione si è contrapposto l’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, il fratello del giudice assassinato.
Le stragi del ’92, Dell’Utri e la vicenda intorno a Berlusconi
La vicenda ha al centro Silvio Berlusconi e prende avvio negli anni precedenti a quelli in cui, da imprenditore del settore immobiliare e dell’informazione, Berlusconi decide di lanciarsi in politica.
Gli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta sono tra i periodi più intensi della storia recente d’Italia. La caduta del muro di Berlino e la venuta meno di una visione polarizzata dello scenario internazionale si ripercuotono anche all’interno dei singoli Paesi. Nel nostro, nel giro di poco, si registra l’innalzamento della tensione con gli omicidi eccellenti per mano di Cosa Nostra, le stragi del ’92 e ’93, Tangentopoli, la fine della prima Repubblica e l’inizio della seconda con la discesa in campo, nel ’94, di Berlusconi.
Quanto quest’ultimo evento possa essere considerato un effetto a valle di una dinamica innescata, almeno in parte, per volontà dello stesso Berlusconi e delle persone a lui più vicine come Dell’Utri – siciliano e molti anni dopo condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa – è una delle domande che ancora non hanno risposta.
Chi sostiene questa tesi fa riferimento a tanti elementi: dalle frasi del boss Giuseppe Graviano intercettate durante l’ora d’aria al 41 bis, sulla cortesia da fare nel ’92 al “Berlusca” all’urgenza mostrata da quest’ultimo per l’intervista rilasciata da Borsellino ai giornalisti francesi, messa in onda soltanto molti anni dopo e probabilmente mai recuperata nella sua interezza.
Le parole e le carte di Borsellino
Tra le informazioni che nel 2020 i magistrati nisseni – oltre a Paci, in Svizzera andò anche Pasquale Pacifico, oggi cofirmatario della richiesta di archiviazione – avrebbero voluto ottenere da Calvi c’erano i motivi della mancata messa in onda, ma anche il contenuto dei documenti consegnati da Borsellino.
“Direi che l’incarico mi è stato affidato tra il 1989 e 1990. Ho proposto a Canal Plus di fare un film”, ha detto Calvi ai magistrati, spiegando che dall’emittente francese fu richiesto di concentrarsi sulle “connessioni tra Berlusconi e la mafia”. Il motivo era semplice: Berlusconi era entrato tra i soci della tv La Cinque e voleva fare concorrenza a Canal Plus.
“Siamo stati pagati per più di un anno per fare questo film, intervistare gente, con una libertà totale, incluso il dottor Borsellino che conoscevo bene”, ha proseguito il giornalista, aggiungendo di aver parlato con diverse persone che conoscevano l’ambiente mafioso e che erano entrati in contatto con Berlusconi e Dell’Utri.
Il progetto, tuttavia, improvvisamente entra in stallo fino a essere archiviato, quando a mancare era soltanto l’intervista a Berlusconi. Lo stesso imprenditore di Arcore aveva dato in un primo tempo la disponibilità a incontrare i giornalisti francesi. L’intervista, però, non si farà mai. “Quando abbiamo finito il film, dopo un anno di lavoro, Berlusconi non voleva più fare concorrenza a Canal Plus e quindi non c’era più l’interesse di farsi solo un nemico. Il film si è fermato lì”.
Stando a quanto detto da Calvi, deceduto un anno dopo l’incontro con i magistrati, i diritti del film erano dell’emittente televisiva così come il materiale girato. “Può essere che rimangono delle cose negli archivi di Canal Plus, ma noi non abbiamo accesso a questo. Oggi non sono in possesso di questo materiale”.
La prima pubblicazione
Nel dialogo tra con Calvi e Moscardo, Borsellino fa riferimento a rapporti tra i vertici di Fininvest e Cosa Nostra. Il tutto accade in una fase in cui Forza Italia non è ancora nata. Borsellino allude anche all’esistenza di un’indagine sul tema seguita da un altro magistrato. Oggi i rapporti avuti da Berlusconi e Dell’Utri con Vittorio Mangano, l’uomo legato a Cosa Nostra che per anni fu stalliere ad Arcore, sono ampiamente noti.
L’intervista dei giornalisti francesi diventa nota al pubblico soltanto alcuni anni dopo la morte di Borsellino: nel 1994 un estratto viene pubblicato dal settimanale L’Espresso; nel 1998, invece, è Rai News a trasmettere una registrazione video. Il girato integrale, tuttavia, non viene mai recuperato.
Per i magistrati della Dda di Caltanissetta non ci sarebbe la prova del fatto che qualcuno – dentro e fuori Cosa Nostra – sia venuto a conoscenza del contenuto delle rivelazioni fatte da Borsellino tra il giorno dell’intervista, il 21 maggio 1992, e il suo assassinio, il 19 luglio successivo.
“Canal plus ha pagato il nostro lavoro e non abbiamo tenuto il materiale. Per me quando una storia è finita, per me è finita e passo ad altre”, ha sostenuto Calvi davanti ai magistrati siciliani.
Le cose che non tornano
A interessare la Dda sono stati anche i documenti che Borsellino, a telecamere non spente, passò ai giornalisti. Sui loro contenuti a oggi non si sa tutto.
Ciò che però più di ogni cosa porta a pensare che le dichiarazioni di Calvi siano state caratterizzate da omissioni è quanto scritto dal giornalista Leo Sisti, nel 2021, in un pezzo pubblicato su L’Espresso dal titolo “Soldi per insabbiare lo scoop“.
Sisti ha affermato anche ai magistrati di avere saputo da Calvi che l’altro giornalista, Moscardo, aveva ricevuto da un noto manager dell’entourage di Berlusconi un’offerta da un milione di dollari per acquistare il materiale grezzo – oltre cinquanta ore – girato ai tempi.
“Calvi mi disse anche di avere tutto nella sua casa in Svizzera e che avrebbe voluto fornirmelo, poi purtroppo tutto si è interrotto con il suo decesso. Detto materiale potrebbe essere attualmente nella disponibilità della vedova”, ha dichiarato Sisti. In sintesi, dunque, Calvi nel 2020 avrebbe mentito ai magistrati nel dire di avere ceduto le registrazioni a Canal Plus.
Un altro pezzo della storia da cui non si può prescindere riguarda un fatto accaduto molto tempo prima: nel 1994, poche settimane prima della discesa in campo di Berlusconi, Calvi pubblicò per Mondadori un saggio dal titolo “L’Europa dei padrini“, al cui interno non c’è alcun riferimento alle rivelazioni di Borsellino su Berlusconi, proprietario della casa editrice.
L’avvocato ingombrante
Quando a ottobre del 2020, gli inquirenti siciliani sono partiti per la Svizzera, la speranza era che Calvi potesse aiutare a spiegare come Cosa Nostra o altri soggetti esterni a essa avessero potuto sapere del suo incontro con Borsellino.
Ciò non è stato. A complicare tutto è stata la probabile reticenza del giornalista. Sui motivi all’origine della stessa non si possono avere certezze, anche se nella richiesta di archiviazione sono contenuti alcuni passaggi che portano a spostare l’attenzione sul contesto in cui è avvenuto il confronto con Calvi.
“Al compimento dell’atto istruttorio prese parte quale difensore della persona escussa a sommarie informazioni un legale ginevrino che, poi, da successivi accertamenti è risultato aver avuto notevoli cointeressenze con società gravitanti in ambito Mediaset”, si legge.
Come se non bastasse, un altro dato che desta inevitabilmente perplessità riguarda la fase in cui le risposte date da Calvi furono messe per iscritto. Il tutto è infatti avvenuto in assenza dei magistrati nisseni e, paradossalmente, alla presenza dell’avvocato. “Giova precisare che, nonostante la partecipazione all’escussione di magistrati di quest’ufficio, gli stessi non hanno potuto prendere parte alla verbalizzazione condotta solo dai magistrati elvetici che, unici, hanno sottoscritto il verbale”.
“Andare avanti”
Di tutt’altro avviso rispetto alla richiesta di archiviazione è Fabio Repici. L’avvocato di Salvatore Borsellino, in una memoria in cui vengono passate in rassegna anche altre vicende meritevoli di approfondimenti, punta il dito contro le lacune dell’indagine.
Repici ha ricordato come nell’articolo pubblicato da Sisti si faccia riferimento alle ingerenze attuate dal legale che presenziò alla raccolta delle sommarie informazioni di Calvi. Un ruolo definito da parafulmine, che lo avrebbe portato a zittire il giornalista e a opporsi a domande su Berlusconi e Dell’Utri.
“Appare evidente come il gip (giudice per le indagini preliminare, ndr), nel rigettare la richiesta di archiviazione, dovrà ordinare alla Procura una nuova audizione di Sisti per riferire quanto a lui riferito da Calvi”, scrive l’avvocato di Salvatore Borsellino. Un altro giornalista che Repici chieda venga sentito è Marco Lillo, che nel 2021 ha pubblicato un’intervista a un dirigente di Canal Plus. “Per avere conferma che Thoulouze non gli fece il nome del manager Fininvest che si occupò della trattativa per l’acquisto del lavoro effettuato da Calvi e Moscardo e mai conosciuto nella sua forma integrale”, si legge nell’atto di opposizione all’archiviazione.
Repici, infine, lamenta come a oggi la Procura di Caltanissetta non abbia fatto alcunché per rintracciare i documenti che, a differenza di quanto dichiarato ai magistrati da Calvi, potrebbe essere in possesso della vedova del giornalista francese: “È davvero increscioso che la Procura non abbia nemmeno tentato il recupero”.
Se l’opposizione dovesse essere accolta dal gip, alla Procura di Caltanissetta toccherà continuare a guardare sui possibili interessi di figure istituzionali e politiche nell’omicidio di Borsellino. Qualcosa che dovrà continuare a fare anche per quanto riguarda della cosiddetta pista nera, che porta a un coinvolgimento nella strage di soggetti legati alla destra eversiva.
Quest’ultima mesi fa era stata esclusa dal procuratore De Luca anche nel corso di un’audizione davanti alla commissione nazionale antimafia ma la Cassazione di recente ha dato ragione alla gip del tribunale di Caltanissetta, che ha rifiutato di archiviare il fascicolo ordinando nuovi approfondimenti.
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