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Israele, opposizione in vantaggio ma senza maggioranza

Israele, opposizione in vantaggio ma senza maggioranza

Exit poll: Likud rimane primo partito, crescono liste arabe

Roma, 28 ott. (askanews) – Nessuna maggioranza, blocco opposizione in lieve vantaggio, Likud primo partito e liste arabe in forte crescita: gli exit poll alla chiusura dei seggi delle elezioni politiche israeliane hanno confermato almeno in parte le previsioni della vigilia, ma data l’esistenza di una soglia di sbarramento e l’affluenza record – ben oltre il 77% – i risultati definitivi, attesi non prima della giornata di giovedì, potrebbero divergere non poco da quelle stimate dai sondaggi.

Il blocco guidato da Gadi Eisenkot si aggiudicherebbe 52-53 seggi, contro i 50 attribuiti alla coalizione di governo uscente, con il Likud che otterrebbe 24-25 deputati (contro i 32 del 2022, va notato): il che, se confermato, aprirebbe un primo braccio di ferro tra l’ex capo di stato maggiore dell’Idf e Benjamin Netanyahu.

Già nel pomeriggio infatti il premier aveva rivendicato il diritto di ricevere l’incarico se il Likud si fosse rivelato il primo partito; e così anche Eisenkot, se la sua coalizione avesse avuto più voti: una scelta politica delicata per il presidente Isaac Herzog, al di là del fatto che la legge non lo obbliga ad affidare il mandato né al leader del partito di maggioranza né a quello del blocco principale, ma solo a colui che a suo insindacabile giudizio ha migliori possibilità di ottenere la necessaria maggioranza alla Knesset.

I primi commenti dell’opposizione, seppure lontana dai 61 seggi, sono unanimi: sia Eisenkot che il leader dei Democratici, Yair Golan, hanno sottolineato come il voto rappresenti inequivocabilmente una voglia di cambiamento e la sconfitta del “governo del 7 ottobre” e di Netanyahu, che i cittadini “hanno mandato a casa”. “Una cosa sembra piuttosto chiara: il Likud è il primo partito in Israele” ha ribattuto il ministro degli Esteri Gideon Saar, che ha definito “prematuro” l’entusiasmo della coalizione; quanto all’ultradestra, Itamar Ben Gvir ha avvertito da parte sua che una grande coalizione che lasciasse fuori il suo partito sarebbe “un terribile errore” mentre Bezalel Smotrich ha ribadito che “a Gaza sorgeranno insediamenti ebraici”.

Un dato che appare indiscutibile è – come faceva presagire anche l’affluenza – l’ascesa dei partiti arabi, accreditati di un totale di 18 seggi, contro i dieci del 2022: una “formazione importante e solida che non può essere ignorata, indipendentemente dallo scenario politico”, ha dichiarato il leader della Lista Araba Unita, Youssef Jabareen.

Se i partiti arabi potrebbero effettivamente essere l’ago della bilancia, è però difficile ipotizzare una loro partecipazione diretta ad un esecutivo di coalizione: sullo Stato palestinese Eisenkot e in generale i centristi non la pensano diversamente dalla destra; in attesa dei dati definitivi, se il blocco di opposizione vuole evitare un ritorno alle urne dovrà però trovare una soluzione che le permetta di superare almeno lo scoglio della fiducia.

Una possibilità è un’alleanza con la destra religiosa sefardita dello Shas, uscita dal governo per le polemiche sull’arruolamento degli haredim, fin qui esentati dal servizio militare: al di là del fatto che gli exit poll attribuiscono a questo scenario 58 seggi, dato che se confermato sarebbe comunque insufficiente, Eisenkot – che è sì sefardita, ma anche ex capo di stato maggiore delle Idf e ha difeso l’obbligo di leva per tutti – si troverebbe alle prese con lo stesso problema di difficile soluzione e una qualsiasi concessione a scopo politico gli farebbe perdere credibilità con i vertici militari.

La seconda via d’uscita è un’astensione degli arabi che desse via libera a un governo di minoranza: dato il rifiuto di gran parte dell’opposizione a uno Stato palestinese è difficile però ipotizzare quale potrebbe essere la moneta di scambio, se non la testa di Netanyahu – ovvero l’impegno a formare una Commissione d’inchiesta statale sul 7 ottobre che chiarisca le responsabilità dell’esecutivo e (soprattutto) del Primo ministro uscente.

Infine, in ossequio al principio secondo cui se non puoi batterlo unisciti a lui, un governo di grande coalizione con il Likud. Uno scenario (peraltro sostenuto da almeno una parte dell’Amministrazione Trump) non senza precedenti ma che, ancora una volta, toglierebbe fortemente credibilità a una coalizione che ha basato l’intera campagna elettorale sul mandare a casa Netanyahu, che in questo modo si assicurerebbe invece la permanenza al potere – e che non ha alcuna fretta di fare le valigie: per legge, gli spetta comunque reggere l’interim fino a che non saranno terminati i negoziati per la formazione dell’esecutivo (e potrebbero volerci settimane, se non mesi) oppure, in caso di mancato accordo, fino al ritorno alle urne.