“Soltanto una torva e triste superstizione vieta la gioia. Perché se è lecito saziare la fame e la sete, perché non deve esser lecito cacciare da sé la tristezza? Nessun dio, nessun essere, se non invidioso, può godere della mia debolezza e del mio soffrire e farmi un merito delle lacrime, dei singhiozzi, delle paure e di altri simili segni di debolezza; mentre per contro quanto maggiore è la gioia, tanto maggiore è la perfezione cui ci eleviamo, ossia tanto più partecipiamo della natura divina. Il sapiente si servirà perciò delle cose e, per quanto è possibile, ne godrà (non fino al disgusto, perché ciò non è più godere). Egli si ristorerà con cibi e bevande di suo gradimento con moderazione, si ricreerà con i profumi, con la bellezza delle piante verdeggianti, con gli ornamenti, la musica, gli esercizi, i teatri e cose simili, delle quali ciascuno può godere senza recar danno agli altri. Poiché il corpo umano è composto dì moltissime parti di diversa natura, che hanno continuamente bisogno di alimento nuovo e vario, affinché il corpo possa essere ugualmente atto a tutte le cose che possono procedere dalla sua natura e quindi anche la mente sia egualmente atta a comprendere una grande quantità di cose” (Spinoza, Etica).
Gilles Deleuze e le pratiche della gioia
Gilles Deleuze, che conosceva assai bene Spinoza, ha sempre rimarcato come la speculazione debba produrre pratiche di gioia: tutto ciò che produce essere, fa fiorire la vita, la quale è fisica dei corpi, incontro estremamente concreto di potenze. Dunque, dobbiamo ricercare corpi, potenze che si accordano con la nostra natura, capaci di generare passioni gioiose, in modo che si generi un nuovo corpo, ancora più potente, ancora più saldo nella gioia, capace di diventare pratica comunitaria.
L’incontro tra corpi e il potenziamento della vita
L’incontro tra corpi, con corpi che si potenziano a vicenda nella gioia, provoca una fecondo ritaglio nell’essere, un suo nuovo “assemblaggio”, un riorientamento delle sue strutture immanenti. C’è qui un’etica dell’esistenza che non si nutre solo di speculazione, ma che si fa pratica di vita, potenziamento dei corpi, sovrabbondanza di essere, ontologia comunitaria.
La gioia come energia, desiderio e conatus
La gioia nasce quando, nella pura immanenza dei corpi, potenziamo il nostro “conatus”, la nostra energia, il nostro sforzo a essere, intercettando e accogliendo negli incontri ciò che ci procura bellezza, benessere, desiderio a permanere con entusiasmo e gratitudine nella vita. In questo senso, la gioia è sempre sovrabbondanza di potenza, di vita. È splendore, come recitano i versi luminosi di Mariangela Gualtieri:
“C’è splendore in ogni cosa. Io l’ho visto.
Io ora lo vedo di più.
C’è splendore. Non avere paura”.
Lo splendore dell’essere e la ricerca della felicità
L’immagine è superba: c’è splendore in ogni cosa, ovunque è possibile la gioia. Il che non significa che la gioia, lo splendore dell’essere, sia qualcosa di programmabile, calcolabile, riducibile a un algoritmo, ma un evento, qualcosa che può sempre fare irruzione nella nostra vita nella forma dell’incontro, con ciò che si accorda con noi, con la nostra vocazione, il nostro desiderio.

