Adesso è ufficiale: la spesa per completare la diga di Pietrarossa supererà la soglia di 50 milioni di euro. A dirlo sono gli ultimi documenti riguardanti il cantiere aperto nell’estate del 2023, dopo che Regione e governo nazionale hanno deciso di finanziare la ripartenza di un’opera la cui realizzazione si era interrotta nel 1997. All’epoca, il progetto era stato completato per il 95%, ma la scoperta di resti archeologici nell’area di Casalgismondo, nel territorio di Aidone, nell’Ennese, determinò lo stop ai mezzi.
Negli ultimi anni, con il tema siccità divenuto centrale nel dibattito pubblico, al punto che per la Sicilia è stata riconosciuta l’emergenza nazionale, l’idea di completare l’infrastruttura al confine tra le province di Enna e Catania si è fatta concreta. Sul piatto sono stati messi oltre 82 milioni di euro, utili a sostenere i lavori ma anche i costi collaterali a ogni appalto pubblico.
Aggiudicata la gara, le imprese vincitrici hanno firmato un contratto di importo poco superiore a 47,2 milioni di euro. Di recente, però, alle aziende sono stati riconosciuti altri quattro milioni. Oltre ai costi, a tenere banco è il termine dei lavori: nelle tabelle installate in cantiere viene riportata la durata di 912 giorni, ovvero marzo 2026.
Così non è stato, nonostante la procedura sia in mano a un commissario straordinario – Antonio Martini – individuato dal governo Meloni per velocizzare gli iter e arrivare il prima possibile al completamento della diga.
Diga di Pietrarossa, la spesa e le riserve
L’aumento della spesa è dovuta al riconoscimento delle cosiddette riserve presentate in questi anni dalle imprese aggiudicatarie alla stazione appaltante. Si tratta dei rilievi con cui gli operatori economici affermano di avere validi motivi per sostenere la corresponsione di ulteriori somme. Le cause che danno origine a una riserva possono essere tante.
Nel caso del cantiere di Pietrarossa non è specificato quali sia stato l’esatto motivo. Ciò che si sa è che in primavera sono stati riconosciuti 4.082.252,20 euro (oltre Iva). La presa d’atto della Regione è arrivata dopo che a pronunciarsi sulla questione è stato il collegio consultivo tecnico, organo composto da professionisti a cui la legge delega il compito di risolvere le querelle prima che si trasformino in contenziosi legali.
La somma, che va ad aggiungersi al contratto, sarà finanziata dalla Regione tramite il Fondo per l’avvio di opere indifferibili, introdotto nel 2022 con il cosiddetto decreto Aiuti.
Cambio d’impresa
Nel 2023 ad aggiudicarsi la gara furono quattro società che poi diedero vita alla consortile Redstone. Si trattava di Consorzio Edile Appennino (Cea), Vittadello, Intercantieri e Cosedil.
Nei mesi scorsi, si è registrato un avvicendamento: il Consorzio Edile Appennino, a causa della crisi finanziaria che ha portato all’approvazione di un piano di risanamento concordato con il tribunale di Trieste, si è fatto da parte. La procedura è ricostruita all’interno dell’addendum al contratto d’appalto sottoscritto dalla Regione a fine luglio con il Consorzio Impero, il nuovo soggetto che ha preso il posto di Cea.
“Il 20 gennaio 2026, la Cooperativa Edile Appennino ha affittato il ramo d’azienda produttivo alla società Cea Building, con sede in Pasian di Prato (Udine), e contestualmente la Cea Building ha subaffittato il predetto ramo d’azienda al Consorzio Stabile Impero con sede in Roma”, si legge nella scrittura privata. Dai documenti camerali risulta che la Cea Building fa parte del Consorzio Impero. Le quote della Cea Building sono ripartite tra Cea Demining e Cea Ambiente. Queste ultime, a loro volta, sono interamente controllate dalla Cooperativa Edile Appennino.
Quando termineranno i lavori
Nonostante notizie ufficiali non ce ne siano e sul portale ministeriale che monitora i cantieri venga riportata ancora la data di marzo 2026, dalla Regione informalmente viene confermato che il termine dei lavori resta la primavera 2027.
Sarebbero invece in fase di conclusione le opere per salvaguardare i ritrovamenti archeologici di Casalgismondo. Per far ripartire il cantiere di Pietrarossa si decise di intervenire finanziando uno studio funzionale a riprodurre con linguaggi multimediali quanto scoperto a fine anni Novanta. Ancora non è chiaro se il risultato di questo lavoro resterà a Pietrarossa oppure sarà reso fruibile nel museo di Aidone.
Il collaudo dei vecchi lavori
La scorsa primavera, la Regione certificò l’assenza di collaudo per i lavori realizzati negli anni Novanta. “Le suddette opere non sono state collaudate né dal punto di vista tecnico amministrativo né tantomeno statico”, si legge in un documento con cui il dipartimento Acque varò un atto di interpello alla ricerca di un professionista, appartenente all’organigramma regionale, disponibile a occuparsi delle verifiche.
Da allora non sono stati pubblicati documenti riguardanti l’esito di quella ricerca né riferimenti ad affidamenti all’esterno.
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