Il 22 e 23 marzo sono ormai dietro l’angolo. Tra qualche settimana i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per votare sì o no al referendum sulla riforma della giustizia 2026 incentrata sulla separazione delle carriere dei magistrati (nota anche come riforma Nordio). A tal proposito, nello scenario della sede del Quotidiano di Sicilia in via Principe Nicola, si è tenuto un importante dibattito condotto dal direttore e fondatore del giornale, Carlo Alberto Tregua, che ha visto protagonisti due esponenti di spicco del sì e del no, ovvero rispettivamente Felice Giuffrè, Ordinario di diritto pubblico all’Università di Catania e membro del Consiglio superiore della magistratura, e Gaetano Bono, Sostituto Procuratore presso la Corte d’appello di Caltanissetta, nonchè autore del libro “Riforma NOrdio”.
Il forum del QdS sul referendum
“Le ragioni del sì, le ragioni del no. Referendum: decidi con la tua testa e non con quella degli altri”, questo il titolo del forum del Quotidiano di Sicilia. Un confronto super partes ed equilibrato, arricchito dalla professionalità e competenza di due dei massimi esperti di diritto pubblico e costituzionale. Nei quasi 40 minuti a disposizione, nel pieno rispetto delle reciproche posizioni ed opinioni sul referendum, Giuffrè e Bono hanno esposto le loro tesi relative alla riforma della giustizia 2026, prospettando argomentazioni e implicazioni del voto positivo o negativo che verrà apposto dagli aventi diritto il 22 e 23 marzo.
Giuffrè: “Le caratteristiche della riforma: commistione tra magistrati non funziona”
Fautore del sì, il professor Felicè Giuffrè, ha sottolineato l’importanza di rendere legge la riforma voluta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio: “Da costituzionalista – esordisce il consigliere superiore della magistratura – ritengo sia fondamentale votare sì perché questa riforma interviene in tre ambiti del sistema giustizia. Interviene nel titolo 4 della Costituzione su due articoli in particolare: il 104 e il 105. Con la modifica di questi due articoli, si va ad agire in tre ambiti ben differenti. Il primo è quello della separazione delle carriere, il secondo è quello della composizione dei due CSM che si andranno a creare e sui meccanismi di nomina dei magistrati che ne faranno parte e dei consiglieri laici che lo andranno a comporre, mentre il terzo riguarda l’istituzione dell‘Alta Corte Disciplinare, un organismo che avrà il compito di valutare quelle condotte che potranno costituire ipotesi di responsabilità disciplinare dei magistrati. A mio parere, due delle direttrici della riforma rappresentano la naturale evoluzione dei principi dello Stato liberal-democratico anche in materia di giustizia”. Giuffè si concentra poi sulla tematica cardine della riforma, ovvero la separazione delle carriere dei magistrati: “Tutt’oggi vi è una commistione, un incrocio, tra la magistratura requirente e giudicante che rende zoppo il modello accusatorio. Lo rende tale perché i magistrati inquirenti e quelli giudicanti fanno la stessa carriera, sono accumunati da una solidarietà di categoria e vengono valutati nella loro carriera dagli stessi organi, soprattutto i consigli giudiziari che rappresentano articolazioni del Consiglio Superiore della Magistratura. La commistione comporta ad esempio che se un pubblico ministero sostiene l’accusa in dibattimento al mattino, il pomeriggio se venisse eletto al consiglio giudiziario potrebbe dover giudicare ed esprimere un parere lo stesso magistrato che compone il collegio nei confronti del quale ha fatto richiesta la mattina su una data tematica. Si determina così un intreccio tra valutante e valutato: un qualcosa che dal punto di vista strutturale non va bene. Sottolineo che non vi è in alcun modo la possibilità di sostenere che il pubblico ministero corra il rischio di essere in futuro sottoposto al Ministero della Giustizia o in generale all’Esecutivo: giuridicamente non esiste questa possibilità, le norme costituzionali parlano chiaro. In caso di approvazione della riforma, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sarà tale tanto per quella giudicante che per quella requirente come espressamente dichiarato dall’articolo 104 novellato, cioè riformato“.
“Ecco perchè votare sì al referedum”
Dunque, perché votare sì al referendum sulla riforma della giustizia 2006? Giuffrè risponde in modo diretto e preciso: “La prima ragione per cui votare sì è che questa riforma completa il sistema di garanzia delle libertà e dei diritti dei cittadini, allineandoci a tutti i paesi liberal-democratici. La seconda ragione è che il meccanismo del sorteggio per la composizione del CSM rompe le dinamiche correntizie, assicurando una migliore selezione dei magistrati, una condizione di totale parità tra essi, e di conseguenza una miglior efficienza del sistema giustizia. La terza riguarda l’introduzione dell’Alta Corte, la quale assicura la terzietà del giudice disciplinare, pienamente ormai giurisdizionalizzato: non devono essere giudicati tra pari i magistrati, ma il loro giudice deve essere terzo e imparziale”.
Bono: “Riforma imposta dal Governo al Parlamento: presenti difetti grossolani”
Gaetano Bono, Sostituto Procuratore presso la Corte d’appello di Caltanissetta ed esponente del no alla riforma, ha risposto coerentemente alle affermazioni di Giuffrè, facendo comprendere in modo chiaro e concreto il proprio punto di vista in merito: “Questa riforma ha una serie di difetti che derivano dall’essere stata imposta di fatto al Parlamento dal Governo – le parole di Bono – L’Esecutivo non ha tenuto conto di tutta una serie di criticità e indicazioni provenienti da chi è persino favorevole – come il parere minoritario espresso dallo stesso CSM – ignorando anche diversi emendamenti proposti dalla maggioranza. Per questo sono totalmente contrario e non parlo di questioni ideologiche. Io sono ancora favorevole alla separazione della carriere, non lo nego, ma non alle condizioni previste dalla riforma Nordio. Questa riforma, a mio avviso, non porta al “giusto processo” perché la parità delle parti, a mio avviso, c’è già. Gli strumenti a disposizione del pubblico ministero e della difesa sono pressoché analoghi. Il pm e il difensore non possono essere pari perché hanno ruoli diversi nell’ordinamento, svolgono funzioni differenti. Il difensore agisce a tutela del suo assistito, cercando di fargli ottenere il massimo risultato in sede processuale, Il pubblico ministero, invece, ricerca la verità processuale e non è vincolato dalla sua tesi: se quest’ultima dovesse essere smentita dal processo, il pm ha l’obbligo di chiedere l’assoluzione dell’imputato ma non significa sconfitta. La presenza di una pluralità di idee all’interno del CSM è fondamentale, ma viene messa in discussione da questa riforma attraverso il paventato meccanismo del sorteggio. Il difetto essenziale di questa riforma è, soprattutto, la creazione di uno spostamento nell’equilibrio dei poteri dello Stato in quanto favorisce il potere esecutivo e diminuisce il ruolo di quello giudiziario. Quando si mette mano alla Costituzione si generano questi effetti: toccando l’equilibrio costituzionale, va a generarsi un corto circuito”.
“Ecco perchè votare no alla riforma”
Come Felice Giuffrè, anche Gaetano Bono ha elencato i motivi secondo cui bisognerebbe apporre il voto sul “No” alle urne: “Occorre votare no perché questa riforma comporterà una redistribuzione dei poteri dello Stato mettendo a rischio autonomia e indipendenza della Magistratura. La riforma non risolverà alcun problema come l’efficienza della giustizia perché non velocizzerà i processi di un giorno né migliorerà il funzionamento dell’intero sistema in fase esecutiva e di cognizione. Non risolverà il problema delle degenerazioni correntizie perché andrebbe a incidere soltanto sui meccanismi di nomina ma non su ciò che è realmente decisivo, ossia le regole di attribuzione dei posti nel CSM. La riforma non risolverà il problema della responsabilità disciplinare: le statistiche dimostrano che quella della Magistratura è una delle più severe dal punto di vista della giurisdizione disciplinare. In questo caso si troverebbero trovare nuove norme, chiare e trasparenti. La creazione dell’Alta Corte, a mio parere, andrà a minare la serenità di giudici e pubblici ministeri nell’esercitare la loro professione: con il meccanismo del sorteggio, infine, le decisioni del CSM diventeranno chiaramente a trazione politica“.
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