Libri, quando lo sguardo dell’artista si sdoppia - QdS

Libri, quando lo sguardo dell’artista si sdoppia

Gabriella Vergari

Libri, quando lo sguardo dell’artista si sdoppia

sabato 30 Novembre 2019 - 09:12
Libri, quando lo sguardo dell’artista si sdoppia

Un testo poetico e delle affascinanti illustrazioni nel volume "Le favole dell’Isola", scritto da Santino Mirabella, con immagini dipinte da Laura Percolla. Protagonista è l'isoletta Ferdinandea, versione vulcanica dell'Araba Fenice

Vi proponiamo il testo dell’intervento della scrittrice Gabriella Vergari in occasione della presentazione del libro nella galleria Nuova Officina d’Arte di Catania.

Comincerò, non spaventatevi, dal Gorgia di Platone: “Lo spettatore più sapiente è colui che si lascia ingannare

Tutti gli artisti, siano essi poeti, scultori o musicisti, sono imitatori; essi creano illusioni deformando i dati sensibili, esagerando ed esaltando aspetti specifici della realtà, così da suggestionare lo spettatore, delineando una realtà fittizia che appare reale all’uditorio; lo spettatore, quando è preso dal fascino della poesia, non sente dunque la differenza tra mondo reale e quello da cui è assorbito. L’opera in atto del poeta, con lo scopo di rapire lo spettatore, è altrimenti chiamata “Mimesi”.

Rapire lo spettatore

Rapire lo spettatore è dunque, per il grande filosofo, lo scopo precipuo e primario della proposta artistica.

E se questo è pur vero quando si tratta dell’opera di un singolo, figuriamoci quali effetti si riescano a produrre quando lo sguardo dell’artista si sdoppia o si incontra con quello di un altro, in un fluente dialogo, come avviene per queste “Le favole dell’Isola” di Santino Mirabella, tra scrittura e pittura o, se si preferisce, tra penna e pennello.

Si entra in un universo sinestetico in un cui i colori e le figure non solo traggono vita e ragione da sé e di per sé, ma tendono a penetrare nell’essenza stessa della parola, imprimendole nuova forza e nuova connotazione.

Quando si parla di isole

Se poi si parla di isole, diviene davvero irresistibile il richiamo a tutto un complesso di rimandi interiori, culturali o letterari che solletica la fantasia di ognuno, portandola inevitabilmente a trasferirsi verso un altrove, che può, in base al caso, trasformarsi in enclave o mondo a se stante, e che Santino preferisce qui risolvere in favola, senza voler, forse troppo facilmente, giocare con le consumate dinamiche dell’isola che non c’è.

Non dunque l’utopia (o la distopia) governa la sua scelta narrativa bensì l’apologo e talvolta perfino l’accenno al conte philosophique. E sì, perché, a differenza di quello che avviene nella maggior parte dei casi, primo tra tutti quello del famosissimo capolavoro di Barrie, “Peter Pan”, qui l’isola c’è ed esiste davvero, ma scompare in un continuo tributo al divenire e alle logiche dell’esistenza: “Della vita avevano capito che le stagioni non sono un segno dei tempi scoloriti o da definire, ma rinnovamenti profondi, momenti in cui ogni cellula deve adattarsi […] perché la vita non era la retta che forse potevano pensare, se pensare avessero mai potuto, essendo piante ed erba; e cespugli e fiori. La vita era un capitolo al giorno, e non importava se questo giorno durasse un giorno, un anno o dieci”.

I misteri del mare e l’isola passeggera

E per seguire questo straordinario andamento, che non è solo quello di un habitat (o come oggi si direbbe con termine più moderno di un ecosistema) tutto particolare ma, in consonanza con il genere letterario scelto, finisce per assumere valenza metaforica e simbolica, veniamo man mano proiettati verso le capacità di adattamento di fiori, alberi, ostriche, ontani oppositivi, rispetto alla precarietà e instabilità ricorrente cui sono forzati, fino ad incontrare i misteri del mare, inciso dal bisturi di tutti coloro che lo solcano ma anche da quello dell’isola che gli dorme dentro, la cui energia ora si sopisce ora ribolle.

E ovviamente è proprio lei, l’isola passeggera, ad esserci foriera del monito più pregnante: Era ritirata in sé, fuori dagli sguardi di chi disattende ciò che lo sguardo non gli vuole rendere,[…] E tutti avrebbero detto che quell’isola non esisteva solo perché non la vedevamo.Non solo dunque ci è maestra quanto al guardare dietro le cose ma pure, anzi soprattutto, al saper riconoscere e sentir dentro la forza di riemergere sempre dalle proprie fatiche.

Versione vulcanica dell’Araba Fenice

Novella versione vulcanica dell’Araba Fenice non si arresta mai nel suo continuo sorgere e assopirsi, in un equilibrio sempre prossimo a spezzarsi, secondo incoercibili impulsi.

Gli stessi che, a ben vedere, inducono anche ognuno di noi a seguire i flussi della vita o ad indulgere al sogno, alla rêverie o, come si dice alla fine del testo, ad incantarsi del volo di un lapillo in mare: “ Appeso ad ogni lembo di colore, si sparpagliò al vento come un arcobaleno confuso, ma libero di gioire: E infinite volte riflesse se stesso e il suo splendore.

E così, tutti gli elementi di quell’isola, gli alberi e le foglie, l’erba e i fiori e le correnti storte, le conchiglie del mattino, il lago, il fiume e il biancospino, smisero in fondo di pensare se stessi come il centro del mondo, e a rimirar le luci, i fuchi e le meraviglie della aurora boreale creata da un piccolo lapillo.

Capirono di essere piccoli e di non potere sognare oltre il confine; non potevano competere come un raggio rapito. Potevano solo incantarsi con quel solo accenno di infinito”.

Come noi questa sera.

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