Home » Rubriche » Leadership » L’indignazione non governa: servono leggi

L’indignazione non governa: servono leggi

L’indignazione non governa: servono leggi

Il caso di Youssef Siher riaccende il confronto tra Governo e magistratura

La scarcerazione di Youssef Siher, l’amministratore delle pagine social del “movimento 17 ottobre” e presunto ispiratore delle rivolte verificatesi in diverse città italiane, disposta dal GIP di Milano, con la mancata convalida del fermo e il rigetto della richiesta di custodia cautelare avanzata dalla Procura della Repubblica, ha aperto una polemica che va oltre il singolo provvedimento. Essa, infatti, tocca il nodo centrale del rapporto tra politica, magistratura e tutori dell’ordine, tra legittimo dissenso e dovere istituzionale, tra la necessità di garantire la sicurezza e quella di preservare le regole dello Stato di diritto. La specifica decisione del giudice presenta, quindi, aspetti che meritano di essere discussi con serenità e rigorosamente motivati.

In tal senso, la reazione politica, anche se assolutamente chiara e diretta, non può ridursi alla denuncia pubblica, per quanto veemente possa essere, dato che se vi fossero anomalie, conflitti di interesse, carenze normative o altro, il compito di Governo e del Parlamento non è quello di indignarsi, ma è quello di intervenire con gli strumenti che la Costituzione e le leggi mettono loro a disposizione. A questo proposito, infatti, l’indignazione della Presidente del Consiglio e di altri esponenti di maggioranza, ancorché comprensibile, non è sufficiente, soprattutto alla luce, da una parte, della separazione dei poteri, e dall’altra delle violenze e dei danni verificatisi nelle città interessate dalle proteste.

Separazione dei poteri e Stato di diritto: il ruolo delle istituzioni

Tuttavia, trasformare lo sdegno in uno scontro verbale contro la magistratura può andare bene al bar, ma nelle sedi istituzionali rischia di produrre l’effetto opposto: rafforzare la percezione di un conflitto tra i poteri dello Stato che non riporta il dibattito sul piano delle previsioni normative né risolve le questioni. Il fatto che il Tribunale di Milano abbia difeso la propria magistrata, definendo irricevibili le dichiarazioni politiche della premier e ribadendo che il provvedimento è frutto di una valutazione giuridica, non impone di condividere la decisione, tuttavia richiede la necessità di contestarla con argomenti giuridici e legislativi, adottati nelle sedi previste e non con epiteti o accuse generiche, ancorché comprensibili.

Insomma, il vero problema sollevato da ciò che si presenta come una sorta di ennesimo conflitto istituzionale tra politica e magistratura è molto più ampio e complesso del caso Siher che lo ha provocato. Uno Stato che vede degenerare la separazione dei poteri, trasformandola in una polemica sterile ma permanente, finisce per indebolire la propria capacità di governare, la propria capacità di tutelare i cittadini e la propria abilità nel favorire lo sviluppo del Paese. La sicurezza non si difende soltanto con comunicati e video sui social, come potrebbe apparire, si difende con leggi chiare, con procedure efficaci, con forze dell’ordine adeguatamente addestrate, attrezzate e supportate e con una magistratura che possa operare con discrezione, senza pressioni, ma anche senza far pesare sulle decisioni giudiziarie da assumere gli orientamenti culturali e ideologici dei suoi membri, come se ci si trovasse davanti ad una specifica forza politica antagonista.

Sicurezza pubblica e nuove leggi: cosa devono fare Governo e Parlamento

Se il Governo ritiene che l’attuale quadro normativo non consente di rispondere adeguatamente a fenomeni di violenza organizzata, istigazione, minacce alla sicurezza pubblica o altro, deve presentare proposte efficaci e concrete. Se il Parlamento condivide la diagnosi esposta dall’esecutivo, deve esaminarla, correggerla e approvarla in tempi brevi. È questo il percorso istituzionale, non la stucchevole espressione di reciproche opinioni, ancorché legittime, logiche e condivisibili. Insomma, Governo e Parlamento non si esprimono con i post sui social o con le interviste nei talk show, ma con decreti e leggi che non sono opinioni: sono precise prescrizioni vincolanti, che definiscono diritti, doveri e limiti, così come la magistratura si esprime con le sentenze ben argomentate, non con i comunicati stampa.

Dall’indignazione politica alla responsabilità istituzionale

Se l’indignazione politica pretende di avere un senso, deve tradursi in responsabilità, in proposta normativa, in controllo parlamentare, in eventuali riforme processuali, senza ledere l’indipendenza della magistratura, ma anche senza permettere a questa di sacrificare o condizionare le garanzie parlamentari democratiche che distinguono uno Stato di diritto. Tutto questo perché un Paese non si governa solo con l’indignazione e con le repliche a questa, ma con la legge, anzi, con leggi chiare, facilmente applicabili e limitatamente interpretabili a soggetto.