Ma ‘Ungheria’ non è una nazione - QdS

Ma ‘Ungheria’ non è una nazione

Carlo Alberto Tregua

Ma ‘Ungheria’ non è una nazione

venerdì 07 Maggio 2021 - 00:00

La Magistratura recuperi credibilità

‘Ungheria’ non è la nazione che tutti conosciamo, bensì la denominazione di una cellula forse massonica che è spuntata sui mass media a proposito di una serie di fatti ancora da accertare, ma che costituiscono un vento tempestoso che si è abbattuto sulla giustizia italiana. Questo è il secondo evento negativo che getta ombre sulla Magistratura.
La prima bufera levatasi dallo scandalo Palamara non si è ancora conclusa se non con la provvisoria radiazione di quel giudice, contro cui è stato proposto appello.
I due fatti nebulosi, scandalo Palamara e scandalo Ungheria, non sono distinti perché riguardano l’Ordine giudiziario ed il suo autogoverno, che è il Consiglio Superiore.
Dobbiamo subito precisare che i più danneggiati da questi due scandali sono gli stessi magistrati per bene, onesti e corretti, stragrande maggioranza dell’intero corpo di circa novemila. E tuttavia, le mele marce devono essere estratte dal mucchio e gettate via per non far marcire le altre.

Non vi faremo il riepilogo di tutte queste vicende perché giornali e televisioni ne raccontano senza probabilmente avere cognizione di causa, né avere letto atti e documenti di cui parlano, salvo che in alcuni casi, con la conseguenza che quasi nessuno dei giornalisti si è potuto fare il convincimento sugli stessi fatti, in modo da potere fornire all’opinione pubblica un’informazione obiettiva e completa, bilanciata e assunta da fonti diverse.
Certo, preoccupa la presenza in tutto questo ambaradan di una probabile cellula massonica dentro la quale vi sarebbero personalità che occupano posti importanti dello Stato, seppure di diverse branche amministrative, perché è proprio la riunione in una sorta di ‘ring’ che denoterebbe la volontà di destabilizzare le Istituzioni o di perseguire interessi contrari a quelli dei cittadini.
Gli stessi hanno assoluto bisogno di credere nei magistrati e nella Giustizia che loro amministrano perché le sentenze conseguenti sono il fondamento di una Democrazia basata sul diritto, che dev’essere riconosciuto, quando esiste, proprio dai Giudici.

I governi degli ultimi decenni non hanno completato l’organico, per cui, con i pensionamenti ordinari, oggi ne mancano più di mille. Questa carenza ha creato una situazione di emergenza che i diversi governi hanno pensato di colmare nominando giudici onorari di diversi livelli e perfino inviati nelle procure.
Con tutto il rispetto per questi giudici onorari, non si può non rilevare che essi non hanno ottenuto alcuna validazione delle loro competenze attraverso pubblici concorsi. Ve ne sono sicuramente capaci ed onesti, ma i cittadini hanno bisogno di sapere che tali qualità siano state convalidate nei modi previsti dalla legge.
La crisi della Giustizia è sotto gli occhi di tutti, le correnti dei giudici per fare eleggere i loro rappresentati al Csm, il quale procede alle nomine, sono un meccanismo che va riorganizzato, per ottenere il risultato auspicato: vanno nominati nei ruoli di vertice magistrati di grande competenza e di grande onestà, che hanno ottenuto risultati validi.

Ma chi valuta i risultati delle inchieste attivate dalle procure? Nessuno. Ora, se su dieci rinvii a giudizio, i processi si concludono con sei/otto assoluzioni, non vi è dubbio che le iniziative si debbano considerare deboli o arbitrarie. Anche perché i procuratori ed i sostituti devono valutare sempre, oltre le prove a carico, anche quelle a discarico, perché anche loro sono tenuti all’imparzialità e all’obiettività della loro azione.
La riforma della Giustizia e del Csm sarà una brutta gatta da pelare per la neo-ministra della Giustizia, Marta Cartabia, la quale, fino ad oggi, ha taciuto riservandosi di esporre i risultati dei comitati da lei nominati, che stanno lavorando alle riforme delle diverse branche.
Ci auguriamo che questa auspicata riforma dei codici ordinari, ma anche di quelli tributari e amministrativi, pervenga ad una semplificazione delle procedure, ad un accorciamento dei tempi e ad una predeterminazione della durata del processo, che così rientrebbe nella regola costituzionale della ‘durata ragionevole’.

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