Mafia nei Comuni, la Sicilia sul desolante podio, terza alle spalle di Campania e Calabria - QdS

Mafia nei Comuni, la Sicilia sul desolante podio, terza alle spalle di Campania e Calabria

Valeria Arena

Mafia nei Comuni, la Sicilia sul desolante podio, terza alle spalle di Campania e Calabria

sabato 27 Luglio 2019 - 02:00
Mafia nei Comuni, la Sicilia sul desolante podio, terza alle spalle di Campania e Calabria

Secondo i dati dell'Associazione Avviso pubblico dal 1991 a oggi sono stati 78 i commissariamenti che hanno colpito gli Enti locali siciliani. Dal caso Vittoria a quello di San Cataldo tra ricorsi al Tar, rinvii e prime sentenze. Le incongruenze segnalate da Musumeci:“Allontanare anche i dirigenti comunali”.

PALERMO – La Sicilia è la terza regione di Italia per numero di amministrazioni locali sciolte per infiltrazioni mafiose dal 1991 – anno di introduzione della fattispecie all’interno del nostro ordinamento – a oggi. Davanti a lei solo Campania e Calabria. È quando constatato da Avviso pubblico, associazione di Enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie, nell’ultimo report che ripercorre 27 anni del nostro Paese in termini di infiltrazioni mafiose e commissariamenti degli Enti pubblici. Nel complesso, sono stati 238 gli scioglimenti dovuti a pressioni e ingerenze di stampo mafioso, a cui vanno aggiunti 187 decreti di proroga di precedenti provvedimenti.

Focalizzando l’attenzione sui singoli territori, è il Sud a raccogliere il maggior numero di provvedimenti e Comuni commissariati: la Campania guida la classifica con 115 scioglimenti dal 1991, seguita dalla Calabria con 108 e la Sicilia ferma a 78. Le tre regioni, inoltre, monopolizzano anche la graduatoria relativa alle province. Nello specifico, riducendo ulteriormente l’angolo prospettico a livello sub-regionale, risulta infatti evidente una netta predominanza delle province di Reggio Calabria (66 scioglimenti) e Napoli (59), con la prima affermatasi di recente dopo una lunga supremazia della seconda, seguite da Caserta (36), Palermo (33), Vibo Valencia (22), Catanzaro (13) e Catania (11).

Attualmente, sono quaranta le amministrazioni locali in fase di commissariamento: 22 in Calabria, nove in Sicilia, cinque in Puglia (quarta regione per numero di decreti di scioglimento) e quattro in Campania.

Un quadro tragico già evidenziato dal rapporto di Openpolis “Fuori dal Comune”, reso pubblico a fine 2018, secondo cui le ingerenze e i condizionamenti delle organizzazioni criminali di stampo mafioso continuano a essere le principali cause del commissariamento degli Enti comunali, soprattutto nel Sud e in Sicilia. Se l’incidenza del fenomeno al Nord e nel Centro non supera l’1%, nel Meridione la percentuale arriva al 13%.

Negli ultimi anni, peraltro, appare evidente un cambiamento nell’apporto che queste aree danno al fenomeno, con la Campania che ha ceduto il passo alla Calabria e la Sicilia sull’ultimo gradino del podio. I dati mostrano, inoltre, che tra il 2016 e il 2017 i commissariamenti dovuti a infiltrazioni mafiose sono aumentati del 162% e nei primi otto mesi del 2018 i provvedimenti avviati dal Consiglio dei Ministri hanno quasi sfiorato quelli relativi al totale dell’anno precedente: 16 a fronte di 21. Numeri che mostrano come la presenza delle organizzazioni criminali sia pressante e capillare.

In generale, comunque, secondo il rapporto Openpolis elaborato sui dati del ministero dell’Interno, negli ultimi sei anni è stata registrata una media di 170 Comuni commissariati, circa il 2% dei quasi 8.000 Enti italiani. Cifre che, considerando l’andamento storico, evidenziano un aumento costante dei provvedimenti relativi agli scioglimenti proprio nel corso degli ultimi anni.

Altro dato interessate analizzato da Avviso Pubblico riguarda infine la dimensione demografica dei Comuni colpiti. Da punto di vista strettamente quantitativo, infatti, il fenomeno ha colpito in maniera pressoché equivalente Enti di dimensione medio-piccola (0-9.999 abitanti) e medio-grande (10.000-oltre 50.000 abitanti), ma se si rapporta il dato col numero di Comuni piccoli, medi e grandi presenti in Italia, emerge chiaramente che a essere maggiormente colpiti sono le amministrazioni locali medio-grandi, con oltre il 13% localizzato sui territori con popolazione superiore a 20 mila abitanti.

Dal caso Vittoria a quello di San Cataldo tra ricorsi al Tar, rinvii e prime sentenze

PALERMO – Tra i nove Comuni siciliani ancora in fase di commissariamento, troviamo anche Vittoria (Ragusa), nelle ultime settimane su tutte le pagine dei giornali per la morte dei due cuginetti Simone e Alessio, investiti da Rosario Greco, considerato un esponente di spicco della mafia locale, e per il sequestro dei locali ospitanti il Commissariato di Vittoria da parte della Guardia di Finanza, ritenuti appartenenti al clan Luca di Gela.

La scorsa settimana, intanto, che il Tar del Lazio ha respinto il ricorso presentato dall’ex sindaco Giovanni Moscato e da altri ex amministratori contro il decreto di scioglimento deciso dal Consiglio dei ministri il 27 luglio dell’anno scorso. “Non ci sembra opportuno – ha commentato Moscato – in un momento così doloroso per la città, alimentare dibattiti politici. Parleremo in seguito analizzando, in maniera serena, la sentenza”.

Situazione simile a San Cataldo (Caltanissetta), dove sempre il Tar ha ordinato a ministero dell’Interno e altre Amministrazioni dello Stato interessate di depositare entro tre mesi tutti gli atti che nel marzo scorso portarono allo scioglimento del Comune. L’ha deciso il Tribunale amministrativo regionale del Lazio nell’ambito di un ricorso promosso dall’ex amministrazione comunale, con in testa l’ex sindaco Giampiero Modaffari. L’udienza di discussione del merito è stata fissata per il 25 marzo 2020.

Proprio giovedì scorso, invece, il Gup di Palermo Marco Gaeta ha condannato a circa quattro secoli di carcere 36 dei 53 imputati del cosiddetto processo Montagna. Il 22 gennaio dello scorso anno, infatti, l’operazione omonima ha sgomitato nuove famiglie mafiose della provincia di Agrigento e nell’ambito dell’inchiesta è stato arrestato e in seguito rinviato a giudizio anche il sindaco di San Biagio Platani (Agrigento), Santo Sabella, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Sabella avrebbe stretto un patto elettorale con il boss del paese Giuseppe Nugara, che prevedeva uno scambio di favori. Il sindaco del Comune, che è stato sciolto dal Consiglio dei ministri, avrebbe garantito appalti e posti di lavoro per uomini vicini al boss che in cambio gli avrebbe dato sostegno elettorale per le amministrative del 2014.

Le incongruenze segnalate da Musumeci:
“Allontanare anche i dirigenti comunali”

PALERMO – Sulla questione dei Comuni sciolti per mafia e dei provvedimenti che vengono adottati in caso di infiltrazioni delle criminalità negli Enti locali si è espresso, pochi mesi fa, anche il presidente della Regione, Nello Musumeci, il quale ha sottolineato la necessità di rivedere la normativa sullo scioglimento dei Comuni. Musumeci, in una lettera scritta al quotidiano La Sicilia, ha parlato di “alcune incongruenze che rendono il provvedimento spesso inutile se non dannoso”.

Perché – ha chiesto – in un Comune sciolto per mafia, lo Stato allontana solo il ceto politico e lascia al proprio posto i dirigenti della burocrazia comunale? Eppure è risaputo che in uffici a rischio il dirigente, volente o nolente, si trova spesso a fungere da cerniera tra il consenso del politico e la pressione del mafioso. Cosa fare, dunque? Estendere gli effetti del provvedimento di scioglimento anche ai vertici burocratici. Il segretario comunale, i dirigenti alla guida di uffici strategici e con un’ampia sfera di autonomia decisionale non dovrebbero rimanere al loro posto. Anche in assenza di indizi, andrebbero destinati ad altro ente (senza dover subire alcun danno economico) per tutta la durata del commissariamento ed essere sostituiti da dirigenti esterni assolutamente estranei all’ambiente sociale e professionale del Comune sciolto”.

“La seconda incongruenza – ha aggiunto – è questa: perché, in un Comune sciolto per mafia, lo Stato manda commissari straordinari già oberati da altri gravosi impegni d’ufficio e senza neppure verificarne la idoneità e l’attitudine al Governo di un Ente? Ho conosciuto in questi anni commissari assai competenti ma presenti al Comune solo per uno-due giorni la settimana, perché già assorbiti da altro incarico. Un Comune commissariato non è un dopolavoro da frequentare nel tempo libero: bisogna starci sette giorni su sette. E servono commissari che abbiano propensione al dialogo e al confronto con i cittadini. Sarebbe perciò necessario istituire presso il ministero dell’Interno un apposito Albo di dirigenti pubblici che abbiano tutti i requisiti per essere destinati ad amministrare Comuni sciolti”.

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