Migranti, l'ex parroco di Lampedusa, "Genocidio nel Mediterraneo" - QdS

Migranti, l’ex parroco di Lampedusa, “Genocidio nel Mediterraneo”

redazione web

Migranti, l’ex parroco di Lampedusa, “Genocidio nel Mediterraneo”

domenica 25 Aprile 2021 - 07:00

Don Stefano Nastasi, che accolse Francesco durante la visita del Papa nell'isola, "Il primo vero ricollocamento non è tra le Nazioni, ma nel cuore dell'uomo". Ieri il monito del Vescovo di Palermo

Sono trascorsi quasi otto anni da quel tre ottobre 2013, quando 368 migranti persero la vita nel naufragio di un barcone davanti all’isola dei Conigli, a Lampedusa.

Don Stefano Nastasi – parroco di San Gerlando a Lampedusa dal 2007 e
oggi alla guida della parrocchia del Carmine a Sciacca, sempre nell’Agrigentino – racconta l’inferno che si scatenò intorno alle cinque del mattino, quando già due barconi con oltre 460 persone a bordo erano stati soccorsi e portati a riva dalla Guardia costiera.

Don Stefano, che ha accolto Papa Francesco durante la sua visita a Lampedusa, dopo l’ennesima strage di migranti, questa volta al largo delle coste della Libia, e il durissimo monito di ieri del vescovo di Palermo Corrado Lorefice, non ha dubbi: “Nel Mediterraneo si sta consumando un genocidio. L’ennesimo nella storia dell’umanità”.

“Pietà e tenerezza: ecco la rivoluzione di Bergoglio” ha detto don Stefano, quelle “tante volte visto nelle acque del Mediterraneo e in quell’ormai famoso molo Favaloro”.

Per don Stefano quella di Papa Francesco a Lampedusa non è stata “una visita protocollare”, perché il Pontefice ha ridisegnato “le trame dell’ascolto, ha parlato la lingua del cuore”.

“Il primo vero ricollocamento – ha sottolineato poi il sacerdote – non è tra le nazioni ma nel cuore dell’uomo”.

Per don Stefano l’umanità è chiamata a una nuova sfida.

“La pandemia – ha sottolineato – ha amplificato paure e diffidenze, il rischio è il disorientamento totale. Siamo chiamati ad attraversare il deserto della solitudine e senza una risposta da parte dell’altro si rischia di soccombere. Si muore nel mare dell’indifferenza, nel deserto del dolore. Le fragilità dei nostri fratelli, siano essi i migranti alla ricerca di una nuova vita o l’anziano solo della porta accanto, devono essere le nostre, di entrambe bisogna farsi carico”.

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