È notizia di questi giorni la valutazione del complessivo ammontare dei dividendi distribuiti nel mondo che verranno distribuiti ai possessori di azioni (cittadini, imprese e altri). L’ammontare stimato è di oltre 2.200 miliardi di dollari; una cifra immensa, che è appunto rappresentata dai dividendi, cioé quella parte di utili che le società, con l’approvazione del bilancio annuale, decidono di distribuire ai propri soci.
Perché vi scriviamo di questo fenomeno? Perché esso rappresenta esattamente il contrario di quello che dovrebbe avvenire. Ci spieghiamo meglio.
Ricchezza globale e concentrazione del capitale
Le ricchezze prodotte sul nostro Pianeta dovrebbero essere distribuite equamente fra gli 8,2 miliardi di abitanti. Ma questa auspicata ipotesi non avviene, anzi avviene il contrario, cioé che la concentrazione della ricchezza si riunisce sempre di più in un minor numero di possessori e la povertà aumenta di conseguenza.
La questione che vi abbiamo prima indicato va proprio in questa direzione, perché sono i ricchi – ma anche i risparmiatori normali, i fondi di investimento e altre strutture – che detengono le azioni e, quindi, sono compensati da questa proprietà con i dividendi che arrivano.
Il guaio è che i dividendi che ricevono molti soggetti possessori di azioni non servono per la vita comune di tutti i giorni, ma per incrementare ulteriormente il loro patrimonio, che a sua volta produce ulteriori dividendi. Dal processo indicato si capisce facilmente il meccanismo di accumulazione della ricchezza nelle mani di pochi. E siccome la ricchezza, vista nel suo insieme, è una sola, va da sé che se ci sono cittadini del mondo più ricchi, ve ne sono moltissimi altri più poveri, proprio perché gli Stati non prevedono sistemi di redistribuzione.
Redistribuzione della ricchezza e welfare
Tale redistribuzione dovrebbe avvenire – attraverso le imposte, da un canto, e le erogazioni pubbliche, dall’altro – in favore di tutti coloro che ne hanno bisogno, tra cui malati e poveri, che non hanno come pagarsi le cure o vivere nel quotidiano.
Al riguardo, dobbiamo ricordare che il nostro Paese è uno dei pochi al mondo che ha previsto il Servizio sanitario nazionale gratuito. Dunque, almeno in teoria, tutti i cittadini hanno il diritto di essere curati dalla sanità pubblica.
Non so se riuscite a quantificare quanti sono 2.200 miliardi di dollari, seppure distribuiti in tutto il mondo: una cifra gigantesca, proveniente dalla buona salute delle società.
Ma la valutazione odierna non riguarda lo stato di salute delle società – che è di per sé un fatto positivo – quanto la distribuzione della ricchezza in un numero limitato di soggetti. Per esempio, negli Stati Uniti non vi è un Servizio sanitario universale, per cui, a fronte dell’accumulo di ricchezza, non vi è una distribuzione ai cittadini meno abbienti, che fanno quello che possono per curarsi.
Non conosciamo il Sistema sanitario cinese, per cui possiamo supporre che in quel Paese statalista e dittatoriale è lo Stato che pensa a tutto. Però non bisogna dimenticare che quello è un Paese che ha una storia millenaria, una cultura e una religione profondamente diverse da quelle occidentali, quindi è difficile decifrarne bene i comportamenti.
Dividendi in Italia: banche, energia e grandi profitti
Anche nel nostro Paese c’è una parte di dividendi in distribuzione, o già distribuiti, perché vi sono molte società che hanno conseguito notevoli profitti nello scorso 2025. Tra queste eccellono quelle che producono energia, che si occupano di finanza (e in primis gli istituti di credito), le industrie dei farmaci e quelle delle armi. Si capisce che i quattro settori sono andati molto bene per tutte le vicende internazionali che sono a conoscenza del grande pubblico e che quindi è inutile rielencare in queste note.
Vogliamo fare una lapidaria riflessione sui dividendi delle banche italiane che hanno in programma di distribuire i nostri più importanti istituti di credito, vale a dire Intesa Sanpaolo e UniCredit, da qui al 2029. Intesa Sanpaolo ha programmato di distribuire cinquanta miliardi di euro, mentre UniCredit trenta miliardi. Bene che guadagnino, ma forse dovrebbero gravare un po’ meno sulle imprese, soprattutto su quelle piccole e medie, e pagare un po’ più di imposte.

