La mancanza di speranza tra i giovani, che serpeggia in tanti segmenti della società italiana, si è aggravata con l’aumento di guerre, l’assenza prospettica di un futuro di pace, la precarietà lavorativa ed emotiva. La perdita della speranza nella possibilità di un futuro sereno è il sentimento che alberga soprattutto tra i giovani, sia tra quelli che cercano un lavoro, sia tra quelli che un lavoro lo hanno, ma precario e poco soddisfacente.
Crisi esistenziale e lavoro precario
“L’impatto di questa dinamica profonda ed esistenziale sul lavoro – scrive Emilia Palladino – è feroce. Esso diviene il collo di bottiglia nel quale si incastrano insoddisfazioni, piccinerie, privazioni che si vivono in ambienti professionali tossici, rarefatti, senza relazioni che offrano sostegni strutturati… Senza speranza, senza pace, è possibile affermare che il lavoro per necessità diventa un incubo e quello di elezione una parentesi”.
Potere d’acquisto e salari in Italia
Sul piano del lavoro, la Cisl ha pubblicato un rapporto sulla contrattazione in cui si sostiene che il calo del potere d’acquisto dei lavoratori italiani non sarebbe così grave. Guardando alle sole retribuzioni contrattuali, la caduta reale viene stimata intorno al -6,4 per cento rispetto al 2019, ma considerando le “retribuzioni di fatto”, cioè quelle che includono premi, straordinari e contrattazione decentrata, la perdita viene stimata a circa -1,7 per cento.
Secondo Marco Leonardi, che insegna Economia politica all’Università di Milano, la lettura è “suggestiva ma non è corretta” perché la Cisl usa il monte salari totale diviso per il numero di occupati. “La misura corretta del potere d’acquisto – obietta il docente – è un’altra: il salario reale per ora lavorata. Guardando alle ore lavorate, la perdita resta nell’ordine del 6/7 per cento, sostanzialmente in linea con quella dei minimi contrattuali”.
Decreto lavoro 2026 e salario giusto
La novità degli ultimi giorni è rappresentata dal nuovo Decreto lavoro 2026 (30 aprile 2026, n. 62) recante disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale (il cosiddetto Decreto lavoro 2026). Tra gli elementi qualificanti del provvedimento vi è l’indicazione della contrattazione collettiva come strumento per la determinazione del salario giusto, con esplicito riferimento ai contratti collettivi nazionali.
Incentivi all’occupazione e contratti stabili
Con un insieme di sgravi, prorogati e potenziati fino a dicembre, nel decreto lavoro varato dal Cdm, il Governo stima di incentivare ulteriori 110.700 contratti stabili. Vengono stanziati complessivamente 934 milioni di euro nel triennio 2026-2028: 497,5 milioni per il bonus under 35; 175 milioni per la trasformazione dei contratti a termine (di durata fino a 12 mesi) in rapporti a tempo indeterminato sempre per i giovani; 141,5 milioni per il bonus donne e i restanti 120 milioni per l’incentivo per il lavoro stabile a vantaggio degli over 35 disoccupati nelle aree Zes. Un decreto che mira a introdurre il “salario giusto”, anche se non mancano le differenze di giudizio sul provvedimento, ritenuto positivo da Cisl e Uil e criticato dalla Cgil.
Posizioni dei sindacati sul salario giusto
Secondo il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, “aver ottenuto dal Governo il riconoscimento che i contratti firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative siano quelli che parlano di salario dignitoso e aver inserito il principio della condizionalità per gli incentivi alle aziende è un risultato importante”.
Anche per la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, “il decreto lavoro sul salario giusto” rappresenta “un passo in avanti. Perché sono stati fissati tre principi fondamentali: il primo che la contrattazione buona è quella sottoscritta da Cgil, Cisl e Uil; il secondo che il Tec, il Trattamento economico complessivo, è il riferimento per il salario ma anche per l’insieme di diritti e di tutele; il terzo è che le imprese che vogliono utilizzare gli incentivi possono farlo solo se applicano i contratti comparativamente più rappresentativi”.
Critiche e dibattito su salari e dignità del lavoro
Completamente diverso il giudizio del leader della Cgil, Maurizio Landini: “In Italia abbiamo un problema che si chiama salari bassi. Salari che non difendono il potere d’acquisto e la gente che non arriva a fine mese. Il decreto che il Governo ha deciso di fare non dà un euro in più ai lavoratori, non aumenta i salari, anzi i 960 milioni che lì vengono messi a disposizione, che già c’erano, cambiano solo di destinazione e vanno alle imprese”.
Al di là, però, delle diverse posizioni sindacali, ciò che emerge è che le risorse vengono destinate alle aziende e non direttamente ai lavoratori e “pensare che i problemi non ci siano – come afferma il cardinale Zuppi, presidente della Cei – vuol dire che non li sappiamo vedere. Se il lavoro non è dignitoso è indignitoso e quindi vuol dire che la persona che lavora non ha dignità. Ci sono tanti modi in cui la dignità viene tolta: farne soltanto un terminale di un algoritmo che decide per conto suo, oppure il caporalato digitale più bieco che riduce l’altro a delle braccia e non a una persona”, tutto questo non è dignitoso e quindi ingiusto.
Pina Travagliante
Professore ordinario di Storia del pensiero economico presso l’Università degli Studi di Catania

