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Potete fermare i cortei, non la rabbia: il disagio sociale che la politica non vuole vedere

Potete fermare i cortei, non la rabbia: il disagio sociale che la politica non vuole vedere

La rabbia che ha infiammato l’Italia e tanti Paesi europei nasce dall’intreccio di tante criticità che occorre affrontare. La politica italiana non può limitarsi a fornire risposte soltanto sul fronte dell’ordine pubblico

Condannare la violenza a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni è doveroso, ma occorre ascoltare le radici profonde del disagio giovanile e sociale. La violenza va fermata, ma va capita e analizzata e la politica non può limitarsi a risposte di solo ordine pubblico. Occorre più sicurezza, ma anche una lungimirante risposta.

Proteste giovanili, perché l’ordine pubblico non basta

Pensare di aver risolto il problema perché è stato arrestato Youssef Siher, considerato la mente social del “Movimento 17 Ottobre”, è riduttivo e profondamente sbagliato. Certo, le piazze si sono momentaneamente calmate dopo l’arresto di Siher e l’intervento massiccio delle Forze dell’ordine ha in parte disinnescato i cortei “a sorpresa” organizzati sulle chat. Ma quanto ci metteranno a riorganizzarsi?

La rabbia che ha infiammato le piazze italiane e di tanti Paesi europei non nasce da una sola causa, ma dall’intreccio di disagio sociale, frustrazioni economiche, mancanza di futuro, lavoro sottopagato, carovita, disoccupazione, fragilità politiche. Per salvare le democrazie liberali non bastano scorciatoie autoritarie, né decreti di sicurezza: occorre ricostruire la coesione sociale.

Carovita, lavoro e discriminazione: le radici della rabbia sociale

Le ragioni della protesta sono certamente molteplici e complesse e in parte si combinano fra di loro. Non sono riducibili a un’unica causa e sarebbe semplicistico sottovalutare il sostegno implicito che ciascuna riceve dalle altre. Si sommano disagio non riconosciuto, rabbia per il carovita, per la mancanza di futuro, per la discriminazione sociale che immigrati (di seconda e terza generazione) ritengono di subire, istanze di pace e contrarietà alla guerra, solidarietà istintiva alla causa palestinese, sentiti come fattori che incidono fortemente sulla propria vita e che vengono trascurati dai governi occidentali. Ragioni specifiche contingenti ma esplosive, generiche e diffuse da Nord a Sud (come carovita e difficoltà economiche esasperate dalla crisi energetica, pensioni minime), legate a condizioni più particolari (situazioni scolastiche vissute come penalizzanti, rincari energetici che incidono sugli agricoltori, sui pescatori, sulle piccole imprese, sugli autotrasportatori) o ricordate solo in campagna elettorale (questione sanità e abitativa).

Il tutto in un mondo globale, frantumato nei suoi tradizionali equilibri geo-politici, agitato da guerre che si aprono con grande facilità e che non si riescono a concludere, tradizionali e ibride, di cui è difficile arginare gli straripamenti. Non esistono ricette salvifiche facili: occorre un’approfondita indagine delle cause e una riflessione sui rimedi.

Giovani senza futuro e politica incapace di dare risposte

Una generazione che non vede davanti a sé un futuro migliore, stretta tra il progressivo peggioramento delle condizioni sociali e una politica incapace di proporre soluzioni concrete, tanto a destra quanto a sinistra, è portata a pensare che manifestare sia l’unica arma in suo possesso.

Come afferma Lucio Caracciolo riferendosi ai giovani: “Sanno che vivranno peggio dei loro genitori e questa non è una prospettiva di vita”. Secondo Caracciolo, il peggioramento delle condizioni sociali rischia di alimentare una tensione sempre più diffusa, coinvolgendo anche gli adulti: “Non dico i nonni, ma i genitori fra qualche mese avranno voglia di menare le mani pure loro, perché la situazione sta peggiorando”.

I giovani, anche se poco attrezzati dal punto di vista ideologico e culturale, anche se non hanno idea di quello che vogliono, intuiscono che la scuola non rappresenta più un trampolino di lancio e che vivranno peggio dei loro genitori. E questa non è una prospettiva di vita. Il dibattito su come imbrigliarli, su come metterli in carcere, può evitare momentaneamente qualche disordine, ma non risolve la questione.

Salute, casa e salario minimo: le risposte necessarie

Bisognerebbe quantomeno garantire alcuni servizi di base, a cominciare da quelli che riguardano la salute, il diritto alla casa e al salario minimo. Ci vorrebbe una politica fiscale più equa, iniziando dalla tassazione sugli extra profitti di banche, imprese energetiche e belliche.

Prima di “liquidare” le proteste di piazza, dando la colpa ai genitori, agli infiltrati, agli immigrati, dovremmo provare a domandarci da dove viene il disagio che oggi dilaga. Non si risolve il problema negandolo e condannandolo, ma sforzandosi di comprenderne le cause e di riorientarne la realtà.

Pina Travagliante
Professore ordinario di Storia del pensiero economico presso l’Università degli Studi di Catania