Home » Fatti dall’Italia e dal mondo » Prima i colpi a mani nude, poi le martellate: ecco come Sempio avrebbe ucciso Chiara Poggi

Prima i colpi a mani nude, poi le martellate: ecco come Sempio avrebbe ucciso Chiara Poggi

Prima i colpi a mani nude, poi le martellate: ecco come Sempio avrebbe ucciso Chiara Poggi
Andrea Sempio, foto da Adnkronos

La ricostruzione dell’accusa nei confronti di Andrea Sempio: ecco come l’uomo avrebbe compiuto il delitto di Garlasco

Sarebbe rimasto fermo, quasi in contemplazione, a osservare quanto appena realizzato. Là, in cima alla rampa di scale che portano alla cantina. Il presunto killer — Andrea Sempio, secondo le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, coordinate dal procuratore pavese Fabio Napoleone — si è soffermato a osservare la scena del delitto appena compiuto. Il corpo in pigiama di Chiara, senza vita, buttato sui gradini. Il sangue dappertutto. I lividi e le escoriazioni sulle braccia. Perché Chiara s’è difesa. O, almeno, c’ha provato, all’inizio. Le ferite al volto. Che hanno poi dato il via all’aggressione. E la testa fracassata. A martellate. Uno di quelli con la testa squadrata e la “coda di rondine”, proprio come quello di cui il padre della vittima denunciò poi la scomparsa da casa.

I colpi a mani nude

Un’aggressione non così breve. E in più fasi. Probabilmente scatenata dal rifiuto di Chiara alle avances dell’intruso. La (nuova) ricostruzione — fatta dagli inquirenti anche sulla base dei risultati della «Bpa», l’analisi delle tracce di sangue, affidata al tenente colonnello Andrea Berti del Ris di Cagliari, e degli esiti della consulenza dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo — ridisegna la progressione della violenza dell’omicida. L’inizio di tutto lo segnalano tre goccioline di sangue repertate (ma mai considerate nella «Bpa» originale di quasi 19 anni fa) tra i due divani del soggiorno. È là, dove probabilmente Chiara aveva appena terminato la sua colazione, che tutto è cominciato. Forse uno schiaffo.

La reazione

I primi colpi sono a mani nude. E Chiara prova a reagire. Si difende, disperatamente. Scappa. Cerca di raggiungere la porta per fuggire. Ma viene raggiunta nell’area tra l’ingresso e la scalinata che porta al piano superiore della villetta di via Pascoli. E viene colpita, di nuovo. Finisce a terra. E qua, anche l’assassino lascia una (prima) traccia. È un’impronta sulle piastrelle: una mano sinistra, aperta e insanguinata. Che non può essere di Chiara: il cadavere aveva il palmo pulito.

L’aggressore l’afferra poi per le caviglie. La trascina verso il mobiletto con in cima il telefono. E la colpisce, ancora, quando Chiara si ribella, e prova a rialzarsi. Come «registrano» quegli schizzi di sangue da cast-off lasciati dall’arma «brandeggiata» dall’assassino. Chiara viene spostata ancora, fin davanti alla porta che dà sulle scale della cantina. Dove il killer infierisce sulla ragazza, di nuovo, almeno tre volte. Per poi gettarla giù. Prima, lui la alza in piedi, in qualche modo, per aprire la porta a soffietto.

L’omicidio sarebbe culminato nelle scale

Gli ultimi colpi alla testa vengono inferti quando Chiara è esanime sui gradini. L’aggressore percorre i primi scalini (altra differenza nella dinamica rispetto al passato, quando venne esclusa la possibilità che il killer avesse sceso le scale). Brandisce di nuovo il martello. E s’accanisce, ancora, e ancora. “Almeno quattro-cinque” volte. Quando si gira per risalire, muovendosi in quello spazio angusto, la sua mano lascia una strisciata sulla parete di sinistra.

C’è poi la traccia “dattiloscopica” impressa da un palmo sul muro di destra della rampa, pochi gradini sopra il cadavere. È la “33”, che per gli investigatori va però “letta” in abbinata a un’altra “macchia, questa volta sul pavimento, sulla soglia delle scale. È l’impronta del tacco di una scarpa. È il punto in cui l’assassino si sarebbe voltato a osservare la scena. In un equilibrio precario (vista la posizione dei piedi) che l’avrebbe costretto ad appoggiarsi con la mano sul muro. “Operazione” che — per le misurazioni prese dalla professoressa Cattaneo — sarebbe compatibile con le caratteristiche fisiche di Sempio.

Sempio si sarebbe ripulito in cucina prima di fuggire dalla nonna

Per ripulirsi, l’ipotesi è che il killer abbia usato il lavabo, non del bagno, ma della cucina, mai esaminato. Là, il luminol scovò le sue impronte inoltrarsi nella stanza, fino a interrompersi dove c’era un tappetino (al tempo ritrovato dagli investigatori arrotolato e in seguito mai analizzato). Ma una gocciolina di sangue venne repertata sull’anta di un mobiletto. Sempio si sarebbe infine allontanato, percorrendo la via alle spalle di casa Poggi. Non sarebbe andato lontano. Giusto qualche centinaio di metri, ossia la distanza che separa la villetta dall’abitazione della nonna dell’indagato.

Segui tutti gli aggiornamenti di QdS.it sui canali WhatsApp Telegram