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La prima volta di Andrea Tidona al teatro Stabile: “Qui sul palco a 74 anni: un sogno pirandelliano”

La prima volta di Andrea Tidona al teatro Stabile: “Qui sul palco a 74 anni: un sogno pirandelliano”
Andrea Tidona

Appuntamento dal 27 al 30 aprile alla Sala Futura: “Questo mestiere è imprevedibile, assomiglia alla vita”

CATANIA – Nato nel cuore della Sicilia, incarna quell’eleganza discreta che non ha bisogno di clamore per lasciare il segno: basta uno sguardo, una pausa calibrata, una battuta pronunciata con precisione chirurgica. Attore di profondità, capace di attraversare generi e registri con genuina autenticità, il nome di Andrea Tidona emerge con naturalezza tra i protagonisti più solidi e versatili del panorama artistico italiano.

In scena con Giovanni Rizzuti, Emanuela Trovato e Valerio Santi, è il protagonista di ‘Pirandello segreto’. Scritto e diretto da Ezio Donato, con musiche di Matteo Musumeci, lo spettacolo sarà in scena dal 27 al 30 aprile 2026 alla Sala Futura del Teatro Stabile di Catania, che ne è anche produttore.

“A 74 anni suonati, è la prima volta che vengo scritturato dallo Stabile di Catania: sembra quasi un sogno pirandelliano. Questo mestiere è affascinante proprio per questo: assomiglia alla vita, imprevedibile, capace di sorprenderti quando meno te lo aspetti. Negli ultimi tempi sento forte il bisogno di tornare alle mie radici, e lavorare a Catania è qualcosa di profondamente bello. Da giovane me ne sono andato dicendo che non volevo più vedere nulla – né i miei genitori, né Modica, né la Sicilia. Poi, a un certo punto, è scattato qualcosa: una specie di richiamo, inatteso. Ogni volta che partivo mi chiedevo perché, per fare questo lavoro, dovessi andarmene. Oggi, invece, posso dire che, almeno per una volta, si può lavorare anche a casa”.

Che rapporto ha con il geniale drammaturgo agrigentino e quanto sente questa eredità nel suo lavoro?
“Frequento Pirandello da molti anni. Se dovessi scegliere un genere teatrale sopra tutti, sceglierei il grottesco: e lì Pirandello è insuperabile. Il gioco delle maschere, dell’identità, il confine sottile tra sogno e realtà sono temi che mi hanno sempre affascinato. E poi ci sono elementi profondamente legati all’animo siciliano. Pirandello è universale, certo, ma alcune corde appartengono proprio alla nostra terra. Ed è anche questo che mi coinvolge molto”.

Si entra in una dimensione quasi crepuscolare. Che tipo di Pirandello emerge da queste ultime novelle e quanto è stato sfidante rappresentarlo?
“Non è facile trovare una cifra unica, perché qui si gioca su ciò che Pirandello stesso diceva di sé: ‘convivono in me un grande me e un piccolo me’. Il ‘grande me’ è la dimensione filosofica, alta, intellettuale; il ‘piccolo me’ è quella più leggera, giocosa, quasi burlesca. La vera sfida dello spettacolo è trovare l’equilibrio tra questi due poli. È una scommessa affascinante, e ce la stiamo mettendo tutta per provare a vincerla”.

Ha sentito una responsabilità particolare nell’impersonare questo ‘ultimo sguardo’ dell’autore sulla vita?
“Direi di no. Ho sempre cercato di essere consapevole di ciò che faccio e di dove mi trovo. Ci sono due verità ineludibili: si nasce e si muore. E dal momento in cui nasci, sai che dovrai morire. La responsabilità, semmai, è raccontare questo con sincerità, ma senza appesantire lo spettatore: con semplicità”.

Pirandello sembra togliersi tutte le maschere. Ma è davvero possibile un volto senza maschera, anche a teatro?
“No, affatto! Pirandello sostiene che siamo tutti attori che diventano personaggi – e spesso senza sceglierli. Le maschere, forse, cadono solo in momenti di intimità, la sera, davanti allo specchio. Ci si guarda e ci si chiede quante maschere si siano indossate durante il giorno. Ma anche in quel caso, per quanto ci si sforzi, non si arriva mai fino in fondo: le maschere sono infinite. Però, già avere coscienza di averle indossate è un risultato importante”.

Inevitabilmente, ci si interroga anche sul senso del teatro oggi. È ancora uno spazio di rivelazione?
“È la rappresentazione di noi stessi. Dovrebbe essere un momento in cui ci fermiamo e ci raccontiamo. Le grandi storie, i classici – guerre, tradimenti, violenze, conflitti familiari – sono ancora terribilmente attuali. Ed è lì che il teatro continua a parlare al presente”.

Com’è nato il suo amore per il palcoscenico?
“Da bambino non c’era la televisione in casa. Si andava al cinema, anche mio padre mi ci portava. Avevo nove o dieci anni. Lui guardava film di guerra, western, storie mitologiche: per me era tutto straordinario. Ogni tanto mi chiedeva: ‘Hai paura? Ma è tutto finto!’. Mi spiegava che il sangue era succo di pomodoro, che il re era solo un attore. Allora mi dicevo: se è così, voglio capire come funziona questo trucco. Così, a casa mi mettevo davanti allo specchio e recitavo anch’io”.

La strada dell’attore passa però dall’Ingegneria.
“Avevo amici più grandi che facevano teatro in parrocchia, e ho iniziato in questo modo. Poi sono andato a Milano a studiare Ingegneria, ma ho capito subito che non era la mia strada. La mia passione era recitare. Ho fatto domanda all’Accademia dei filodrammatici, ho superato gli esami, mi hanno preso. E da lì è iniziata l’avventura”.

Ha attraversato teatro, cinema e televisione con grande coerenza. Cosa cerca in un ruolo?
“Una parola: emozione. Mi chiedo sempre: mi emoziona? Può emozionare? Se la risposta è sì, allora vale la pena. Altrimenti, posso anche restare a casa. Non ho mai avuto l’ansia di apparire a tutti i costi”.

In questi giorni di prove catanesi riceve molti attestati di affetto. Che effetto le fa?
“La televisione ti dà visibilità nazionale, ma qui in Sicilia sentirsi dire di essere un orgoglio ha un valore speciale. Non tanto per la bravura, quanto perché significa aver lasciato qualcosa. Ciò che più mi colpisce è quando, dopo lo spettacolo, qualcuno mi dice semplicemente ‘grazie’. Quel grazie vuol dire che non ho sprecato il mio tempo, né quello degli altri. Che ho dato qualcosa che altrove non avrebbero trovato. Ed è una sensazione magnifica”.

Dopo tanti anni di carriera, c’è ancora qualcosa che sente di voler esprimere?
“Un’altra cosa che ho avuto nella vita e nel lavoro è stata una buona dose di fortuna. Ricordo che uno dei primi giorni in Accademia Ernesto Calindri, rivolgendosi alla classe, disse: ‘Quanti siete quest’anno? Nove? Benissimo! Forse nessuno di voi farà l’attore professionista. Per farlo – e io ve lo auguro naturalmente -, sappiate che non basta il fisico, il talento, il temperamento. Se la fortuna non ci mette lo zampino, voi non salirete mai sul palco’. E io sono stato fortunato”.