I prof insegnino non apprendano - QdS

I prof insegnino non apprendano

Carlo Alberto Tregua

I prof insegnino non apprendano

mercoledì 26 Maggio 2021 - 00:00

Stabilizzati? No, avanti i bravi

Ricordiamo che quando il Giappone si arrese alle Forze alleate, alla fine della Seconda Guerra mondiale, cedette su ogni richiesta salvo una: il governo della scuola. Quel popolo saggio, costituito nel 660 a. C., sapeva perfettamente che nella scuola si forgiano i cittadini del futuro ed anche la classe dirigente.

Gli alleati accettarono la condizione, per cui quando finì l’invasione e il popolo giapponese ritornò ad essere padrone di se stesso, si è trovato la scuola che non aveva mai smesso di essere quella sorta di forgia dei cittadini futuri.

Nel nostro Paese non sembra vi sia la stessa sensibilità nei confronti della scuola e neanche nei confronti dell’università. La dimostrazione è la qualità sempre discendente degli insegnanti scolastici ed universitari.
Ulteriore dimostrazione è la “cultura” media dei cittadini e la diffusione crassa dell’ignoranza tra gli stessi, che è visibilmente aumentata da quando c’è Internet.

Ci spieghiamo meglio con un argomento più volte riportato su queste colonne: quando l’internauta assume un’informazione in rete, è come se acquisisse un punto. Se gli mancano le conoscenze delle regole per unire tutti i punti, essi rimangono tali, non uniti in una retta, e quindi non riescono a fare decollare la mentalità di chi ha cercato quell’informazione sui siti o sul web.

La minore qualità della scuola è passata attraverso l’abolizione, di fatto, dei concorsi, obbligatoriamente previsti dall’articolo 97 della Costituzione. Nella scuola sono entrati a ondate e vi permangono i cosiddetti precari, i supplenti ed altre figure anomale che invece sono diventate ordinarie.

Sembra che solo il dieci per cento degli attuali insegnanti (circa ottantamila) si trovi nelle loro cattedre in conseguenza del concorso pubblico. Questa circostanza costituisce un’aggravante, non perché un insegnante non possa essere bravo a prescindere dal concorso, ma perché non è stato validato da quelle rigorose prove che selezionano in maniera notevole i partecipanti.

Quando feci il concorso a cattedra, nel lontano 1973, i partecipanti erano appena duecentocinquanta, ma di essi siamo approdati alla cattedra appena in sedici, cioè il cinque per cento. Dunque la funzione selettiva del concorso era estremamente valida.

La mia testimonianza non vuole gettare discredito sulla classe degli attuali insegnanti, fra i quali, nonostante non abbiano superato il concorso, ve ne sono bravissimi perché autodidatti e dotati di grande volontà e spirito di sacrificio. Ma nell’impiego pubblico è sempre necessario acquisire questa sorta di patente che è appunto il superamento del concorso, che deve essere quanto più severo possibile.

Peraltro è così ancora per diventare magistrati, per diventare notai e nessuno si lamenta di questo rigoroso sbarramento che impedisce a chi non è preparato di rivestire ruoli importanti come quelli indicati.
Quanto scriviamo è inoppugnabile e non può essere contraddetto perché i fatti sono quelli che sono e cioè che i professori sono chiamati a insegnare, non ad apprendere l’insegnamento.

Una classe politica mediocre e diffusamente ignorante, continua a parlare di stabilizzare i precari cioè di farli diventare insegnanti ordinari pur senza esserci stato il passaggio obbligatorio che renderebbe testimonianza della loro capacità, cioé il concorso.

Ovviamente i sindacati che rappresentano gli insegnanti – in maggioranza non provenienti dai concorsi – ribadiscono questa continua necessità.
La questione è ancora più grave perché pare che vi siano circa sessantamila supplenti; altre persone che entrano nelle scuole ed escono dalle stesse per coprire i buchi delle assenze degli insegnanti che, per qualche ragione, non proseguono la loro attività.

I buchi più grossi sono nel Nord Italia, per cui essi vengono riempiti provvisoriamente con il recrutamento e col conseguente trasferimento di meridionali in quelle regioni, per cui quasi subito dopo vi è il flusso di ritorno attraverso la famigerata legge 104 o altre supposte esigenze familiari. Dunque, i buchi rimangono tali.

Non è così che si governa un Paese, soprattutto nel delicatissimo settore dell’educazione dei giovani che si abituano a non essere responsabili, perché tanto qualcuno dopo ci penserà.

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