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Professione influencer: quanto e come guadagnano in Italia

Professione influencer: quanto e come guadagnano in Italia

Fiscozen e Kolsquare: 40mila professionisti, fatturato medio 24mila euro

Milano, 21 apr. (askanews) – A un anno dall’introduzione del codice Ateco per gli influencer, in Italia si contano circa 40mila professionisti, ma solo il 2,5% ha effettuato il passaggio al nuovo codice. Con fatturati medi di 24mila euro all’anno, gli influencer italiani sono per il 66% uomini, con età media di 32 anni, e nel 74% appartengono alle fasce ‘nano’ e ‘micro’, cioè con community che vanno fino a 100mila follower. I settori in cui si concentra questa professione sono: le relazioni personali, la moda e il beauty, il fitness e il food. Le collaborazioni a pagamento con i brand rappresentano solo il 3,1% dei contenuti pubblicati, mentre la maggior parte serve a costruire fiducia e interazione con il pubblico. È l’identikit dell’influencer professionista in Italia, ritratto da un’indagine congiunta svolta dalle tech company Fiscozen, impegnata nella gestione della Partita Iva, e Kolsquare, piattaforma internazionale di Influencer Marketing, per fotografare la professione sia sul piano anagrafico e dei fatturati sia nelle modalità di guadagno e nei settori di appartenenza.

Nell’aprile 2025 è stata ufficialmente adottata la nuova classificazione Ateco, che per gli influencer ha introdotto il codice 73.11.03 a sostituire o integrare i precedenti 73.11.01 e 73.11.02, rimasti attivi. Fino a quel momento, l’attività degli influencer non aveva un riconoscimento fiscale specifico e veniva inquadrata attraverso codici generici legati alla pubblicità o ai servizi professionali, spesso non coerenti con la reale natura del loro lavoro. Questo comportava incertezza nella gestione fiscale e contributiva, oltre a una scarsa uniformità tra i professionisti del settore. Oggi, grazie alla nuova classificazione, per il fisco italiano l’influencer non è necessariamente un content creator, ma una persona che ‘influenza’ attraverso i social (Instagram, TikTok e Youtube in testa) una comunità a fini commerciali con forme di pubblicità retribuita che vanno dai contenuti sponsorizzati a diversi sistemi di affiliazione. Una professione che nel corso dell’ultimo anno è stata ulteriormente regolamentata dalla pubblicazione di Linee Guida, Codice di Condotta e Albo degli Influencer da parte dell’Agcom.

Stando alle analisi del database di Fiscozen, che ha preso in considerazione oltre 5mila professionisti in Partita Iva, nel 2024 il fatturato medio si attestava a 21.502 euro, nello specifico 20.378 per le donne, che sono il 34% del totale con età media di 34 anni, e 22.627 per gli uomini, con età media di 32 anni. Nel 2025 si è registrato un incremento dell’11,8%: il fatturato medio sale a 24.038 euro, 21.840 per le donne e 26.237 per gli uomini. Nei codici Ateco per l’Influencer Marketing, comprese quindi agenzie e social media manager, e per i content creator, cioè realizzatori di contenuti ma non necessariamente influencer, lo scorso anno è stato invece riscontrato un fatturato medio di 39.947 euro, +23% sul 2024, l’incremento più alto di tutti i codici. Dallo studio emerge che ad aver effettuato la migrazione al nuovo codice è stato solo il 2,5% dei professionisti, in leggera prevalenza donne (51%), con un’età media di 31 anni. In questo caso i fatturati medi sono più alti di quelli legati ai vecchi codici: 34.521 euro, 31.649 per le donne e 37.393 per gli uomini.

‘L’analisi ha preso in considerazione chi utilizza i codici ATECO per influencer sia come professione primaria che secondaria. Non deve quindi stupire che i fatturati medi siano più bassi rispetto all’immaginario collettivo. Si tratta spesso di persone con piccole comunità di follower che non svolgono l’attività di influencer come principale fonte di reddito. Il 2,5% che invece ha fatto la migrazione al nuovo codice, registrando in media fatturati di oltre 10mila euro in più, è ragionevole pensare che riguardi influencer ‘puri’. Il riconoscimento del settore è un passo importante perché rende più chiaro come inquadrare l’attività e semplifica gli obblighi fiscali, tuttavia siamo in una fase iniziale con un’adozione limitata e un mercato che resta molto ibrido tra influencer creator e altre attività digitali. Servirà ancora tempo perché le regole riescano a tenere il passo con un settore in forte evoluzione’ afferma Elena Battistini, commercialista partner di Fiscozen.

La parte di analisi svolta da Kolsquare, per restringere il cerchio attorno ai professionisti, ha preso in considerazione 5377 influencer italiani che sono stati oggetto di sponsorizzazione almeno 12 volte nell’ultimo anno, per un totale di 6.689.721 contenuti analizzati. Dallo studio emerge che il gruppo più numeroso è concentrato nelle fasce ‘nano-influencer’ (tra i mille e i 10mila follower) e ‘micro-influencer’ (10mila-100mila), ben il 74%, con engagement rate (ovvero il rapporto tra numero di contenuti e interazioni) medi più alti rispetto alle altre categorie: rispettivamente 7,7% e 4,6%, a conferma del fatto che il pubblico di nicchia interagisce più attivamente. I creator ‘celebrity’ con oltre un milione di follower hanno invece il numero medio di sponsorizzazioni più alto, 52,5 all’anno, confermandosi la fascia più ambita per i contratti con i brand a causa dell’elevato numero di persone che possono raggiungere.

Analizzando le community in cui sono concentrati i creator per settore di interesse, è invece possibile delineare quali siano le nicchie professionalmente più attive e ricercate da chi investe sui social: il 25,8% appartiene alla categoria relazioni, amici e famiglia, il 22,8% abbigliamento e accessori, il 21,1% sport e fitness. Appena dopo il podio si colloca il mondo di food e ristoranti, con il 12,9%.

Su Instagram, i reel tendono a generare reach e visualizzazioni più elevate grazie alla distribuzione algoritmica, i post mostrano spesso tassi di coinvolgimento più alti poiché catturano interazioni intenzionali, mentre le storie dominano in termini di volume (83,6%), seppure con una reach media inferiore a causa della loro natura effimera. I professionisti si affidano alle storie per la connessione quotidiana con il pubblico, mentre reel e post sono i veicoli principali per le sponsorizzazioni. Queste ultime, però, rappresentano solo il 3,1% dei contenuti pubblicati.

‘Questo rapporto è fondamentale, perchè dimostra che anche i creator devono mantenere una forte presenza organica, essenziale per la fiducia del pubblico e il valore a lungo termine per i brand. La fidelizzazione, l’autenticità, l’etica e la costanza nella pubblicazione sono gli aspetti più ricercati dalle aziende, che ricorrono sempre più spesso a collaborazioni di lungo termine facendo degli influencer scelti dei veri e propri ambasciatori. Se da un lato rimane importante raggiungere un elevato numero di persone, dall’altro è cruciale collaborare con nicchie reattive e interattive. Che si tratti di un lavoro a tempo pieno o di una fonte di reddito secondaria, l’aspetto fondamentale della professione non cambia: coltivare quotidianamente la propria community è la chiave del successo’ aggiunge Giovanni Spinelli, Country Manager di Kolsquare Italia. Per comprendere invece quali siano i settori con i più alti volumi di investimento, lo studio ha inoltre individuato 16.753 brand che hanno sponsorizzato in Italia contenuti sui social nel corso dell’ultimo anno. Il social preferito dalle aziende rimane Instagram, utilizzato dal 93%, seguito da TikTok (79%), YouTube (69%), Facebook (54%) e Linkedin (34%), mentre i contenuti più richiesti sono i video brevi e contenuti generati dagli utenti. Su Instagram, la moda, il settore degli integratori o dei cibi salutari e il beauty guidano gli investimenti: il colosso del fast fashion Shein ha sponsorizzato da solo 41.398 contenuti, coinvolgendo 1.084 creator; in seconda posizione Prozis, con 11.925 contenuti e 624 creator; chiude il podio YesStyle, con 5.900 contenuti e 834 creator. Seguono: Sheglam, Volgo Italia, Aboca, Degusta box, Temu, FGM04 e Koro. Gli engagement rate più alti, però, si registrano nel settore viaggi e turismo, con media di interazioni per contenuto sponsorizzato fino a picchi del 19,2% contro una media del 3,9% (quella organica è del 4,4%).