Reddito di cittadinanza, in Sicilia 700 mila disperati appesi al sussidio - QdS

Reddito di cittadinanza, in Sicilia 700 mila disperati appesi al sussidio

Michele Giuliano

Reddito di cittadinanza, in Sicilia 700 mila disperati appesi al sussidio

martedì 22 Dicembre 2020 - 00:00
Reddito di cittadinanza, in Sicilia 700 mila disperati appesi al sussidio

Ultimo resoconto dell’Inps: in 244 mila fruiscono del sussidio di Rdc per oltre 600 euro mensili. Manovra, le opposizioni pensano a sopprimere l’assegno, nell’Isola tante famiglie ci contano

PALERMO – Un’ancora in mezzo alla tempesta per moltissime famiglie siciliane. Questo è stato il reddito di cittadinanza per quasi 700 mila isolani in questo anno di pandemia e crisi economica estrema.

Lo dicono i dati raccolti dall’Inps con l’Osservatorio sul reddito e pensione di cittadinanza. Eppure la politica starebbe pensando si eliminare questo sistema. “Le opposizioni, in modo assolutamente irresponsabile, hanno presentato una serie di emendamenti identici per sopprimere l’articolo 68 della manovra che rifinanzia il reddito di cittadinanza – hanno dichiarato i portavoce del Movimento 5 Stelle in Commissione Bilancio alla Camera -, uno strumento che ha permesso di dare da mangiare a 3,5 milioni di persone in tutta Italia durante questo durissimo periodo di pandemia. Abbiamo il dovere di rifinanziarlo perché la platea si è allargata e più persone hanno bisogno di un sostegno”.

Una scelta che andrebbe ad avere un impatto profondo su troppi siciliani. Per il 2020 sono stati registrati 244.400 nuclei familiari che percepiscono mediamente 619 euro al mese, e altri 23.194 nuclei percepiscono la pensione di cittadinanza, con un importo medio mensile di 251 euro. In totale, sono coinvolti 673.960 persone, per una media di 584,26 euro. Certo, la scelta delle opposizioni trova una facile spiegazione nel fallimento delle azioni di allocazione a lavoro che sono collaterali al semplice finanziamento della misura a sostegno delle famiglie. Esempio esemplare: a distanza di 18 mesi dalla sua introduzione in Sicilia non un solo fruitore di questo beneficio ha ancora cominciato a effettuare i lavori di pubblica utilità.

In pratica, un percettore del reddito di cittadinanza sottoscrive il patto per il lavoro o il patto per l’inclusione sociale, con cui si rende disponibile a svolgere lavori di pubblica utilità e a partecipare ai Puc (per l’appunto lavori di pubblica utilità, ndc) nel Comune in cui risiede.

I lavori di pubblica utilità possono riguardare, ad esempio, la manutenzione del verde, l’assistenza alle persone anziane o a portatori di handicap, la tutela di aree pubbliche, l’assistenza all’organizzazione di iniziative culturali o formative, per un impegno da un minimo di 8 ore ad un massimo di 16 ore settimanali. In Sicilia, soltanto oggi si sta cominciando a muovere qualcosa, il che lascia presagire che non ci saranno tempi così brevi per vedere finalmente partire questi Puc.

Sino allo scorso mese c’erano appena 41 Comuni caricati sulla piattaforma del ministero del Lavoro, per un totale di 3.204 lavoratori da coinvolgere, un numero irrisorio rispetto alla enormità di gente che ogni mese percepisce il sostegno al reddito.
Un doppio problema quindi, perché non si mettono a disposizione degli enti regionali, statali e locali forze lavoro che possono dare una grande mano d’aiuto in questi tempi in cui i fondi disponibili sono sempre risicati, e dall’altra non è stata data la possibilità a tutti i disoccupati di mantenere la propria dignità.

Dall’altro lato, anche sul fronte delle ricerche attive del lavoro l’intero progetto è stato una ecatombe. Ai costi del RdC si aggiungono quelli dei navigator, che sono 429 sul territorio regionale, e costano all’incirca 13 milioni di euro l’anno. I navigator sono delle figure pensate per coordinare e gestire la domanda e l’offerta e lavoreranno con i centri per l’impiego, consultando database per accelerare il reinserimento del disoccupato.

Oltre ad occuparsi dell’orientamento del beneficiario del sussidio, dovrà anche formarlo supportando così l’azienda che ha intenzione di assumerlo. Tutto bello nella teoria, ma nella pratica le proposte di lavoro effettivamente formulate sono quasi pari a zero.

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