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Da Palermo a Roma, il voto segreto incubo della destra

Da Palermo a Roma, il voto segreto incubo della destra
Imagoeconomica

I franchi tiratori che hanno affossato alla Camera dei deputati l’emendamento alla legge elettorale rientrano in un copione che, nel recente passato, ha più volte messo in difficoltà anche la coalizione di Renato Schifani

Da una parte l’opposizione alla Camera che esulta come se in semifinale fosse andata la nazionale italiana invece che la Spagna, dall’altra Giorgia Meloni che sostiene di aver vinto “di nuovo la palude” e la sorella Arianna che invita i suoi followers sui social a tenere sempre a mente l’immagine dell’esultanza della “sinistra” sentenziando: “Sono vergognosi”. In mezzo c’è l’interpretazione della norma bocciata e, soprattutto, lo strumento con cui l’opposizione – anche se solo per un voto – si è fatta maggioranza.

Questioni che richiamano in causa la politica regionale siciliana, non soltanto perché ancora una volta la corazzata Meloni ha mostrato un fianco debole ma anche perché in Sicilia è stato per mesi oggetto di dibattito il voto segreto all’Assemblea regionale siciliana, tanto da far avviare al presidente del Parlamento siciliano – di Fratelli d’Italia – in accordo con il presidente della Regione una proposta di riforma del Regolamento interno dell’Ars mirato a sopprimere, o quasi, il metodo di votazione anonima che ha ripetutamente sconfitto la maggioranza di centrodestra isolana.

Una bella battaglia parlamentare

Anthony Barbagallo, deputato alla Camera ma anche segretario regionale del Partito democratico, ha commentato la disputa sulle preferenze in discussione con la riforma della legge elettorale come una bella battaglia parlamentare. Soprattutto, secondo il segretario siciliano dem, “l’utilizzo del voto segreto ha tolto gli steccati e ha fatto emergere le falle all’interno della maggioranza che alle 19.15 è andata sotto sull’emendamento di bandiera voluto da Giorgia Meloni”.

Antonio De Luca, capogruppo del Movimento 5 stelle all’Ars, ha definito plasticamente lo strumento che ha consentito anche all’opposizione della Camera dei deputati di battere la maggioranza: “Il voto segreto è uno strumento delle opposizioni che ha un solo modo per essere vincente: deve essere supportato da una parte della maggioranza. Altrimenti fallisce, è matematica”. Matematicamente, nella maggioranza di Giorgia Meloni ci sono stati parecchi franchi tiratori che hanno di fatto reso plateale il malcontento verso la norma voluta dalla premier.

“Sistema di calcolo che avrebbe premiato fondamentalmente solo il tuo partito è una furbata”

Su questo aspetto arriva a seguire – nel commento di Antonio De Luca – la bacchettata al metodo e al risultato alla Camera: “Hai fatto la furba e sei stata punita. Perché mettere le preferenze dopo i capilista bloccati con un sistema di calcolo che avrebbe premiato fondamentalmente solo il tuo partito, o quasi, è una furbata fondata sul presupposto che negli altri partiti sono tutti ebeti”. Lettura condivisa da Sergio Lima, del direttivo regionale del Partito democratico, secondo il quale la norma bocciata “era una norma del governo che serviva solo a truffare l’elettorato, cercare un modo per evitare la sconfitta elettorale e già che ci siamo estromettere le donne dal parlamento”. Di idea chiaramente opposta, su tutto, il partito di Giorgia Meloni che accusa l’opposizione di aver negato un diritto mediante uno strumento cui si è fatto ricorso arruolando così i non allineati della maggioranza.

“Voto doveva servire per assumersi responsabilità”

Raoul Russo, senatore eletto con Fratelli d’Italia e segretario provinciale di Palermo per il partito di Giorgia Meloni, prova a farsene una ragione puntando il dito contro l’opposizione rea di aver negato un diritto agli elettori: “Abbiamo chiesto un voto palese, perché ognuno si assumesse le responsabilità delle proprie scelte, ma è stato scelto il voto segreto. L’emendamento è stato bocciato per un solo voto. Un’occasione persa per i cittadini, ma era giusto provarci. Ora gli italiani sanno chi voleva ridare loro voce e chi ha preferito mantenere lo status quo”.

Sul caso si pronuncia anche Raffaele Lombardo, ex governatore della Sicilia e leader di Movimento per l’Autonomia e Grande Sicilia: “Onore al merito a Giorgia Meloni per avere proposto l’emendamento che avrebbe ripristinato il voto di preferenza, cioè la democrazia, ovvero il potere al popolo di scegliersi i propri rappresentanti, abolito con le liste bloccate che ci regalano parlamentari quasi sempre sconosciuti ai più”. Sorvolando – non per minore interesse – sulla riflessione di Lombardo in merito al rapporto tra parlamentari nazionali e territorio, l’ex governatore indica in maniera generica quelli che a suo avviso sono stati i franchi tiratori a Montecitorio: “La Meloni ha tentato di restituire ai cittadini il piacere di andare a votare, i nominati lo hanno impedito e che sia mancato solo un voto è un miracolo. Significativo e da tenere a mente il tripudio della sinistra al momento della bocciatura”.

La battaglia parallela della maggioranza siciliana

Un voto segreto, finito con uno scarto di un solo voto ( 188 contrari e 187 favorevoli ), che ha visto l’azione di franchi tiratori pronti a nascondersi nell’anonimato dell’urna pur di difendere il sistema delle nomine calato dall’alto”, commenta il capogruppo di Fratelli d’Italia all’Ars Giorgio Assenza affidando la propria riflessione ad un lungo post sui social. L’episodio parlamentare nazionale sulla riforma della legge elettorale è per Giorgio Assenza spunto per richiamare l’attenzione su una battaglia parallela che la maggioranza siciliana ha provato a condurre con esito infelice: “La strada per restituire centralità agli elettori è temporaneamente rallentata da questo inciampo parlamentare. Ma questi impegni, assunti solennemente con tutti gli italiani, dovranno essere mantenuti e realizzati entro la fine della legislatura.

L’auspicio è che il ritorno alle preferenze e la riforma delle Province, passaggi fondamentali per ridare dignità alla politica locale e nazionale, ritornino presto al centro dell’agenda politica per restituire il giusto potere al corpo elettorale, a scapito di coloro che, temendo il giudizio dei territori, preferiscono la comoda sicurezza delle liste bloccate e dei parlamentari nominati dalle segreterie”.

Il ko dopo la solenne sconfitta referendaria

Mentre da una parte Carolina Varchi, già vice sindaco a Palermo fino alla scelta del seggio al Parlamento nazionale a tempo pieno, vede il lato positivo e il merito della sua leader Giorgia Meloni, dall’altra c’è chi guarda all’ulteriore Ko della maggioranza dopo la solenne sconfitta referendaria su altra riforma, quella della Giustizia. Varchi parla di “statura politica e istituzionale” della premier, Nuccio Di Paola – coordinatore regionale dei Cinque stelle – tira le somme e attacca parlando di “sonora bocciatura” e invitando ad andare a casa.

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