Milano, 27 mag. (askanews) – Si è chiusa a Moniga con una grande affluenza di pubblico l’edizione 2026 di ‘Rosa Valtènesi’, manifestazione che ha al centro il vino più identitario della sponda bresciana del Lago di Garda e che quest’anno ha legato la celebrazione del rosé al convegno ‘130 anni dalla nascita del metodo Molmenti’. Il nome dell’intellettuale e politico veneziano Pompeo Molmenti (1852-1928) è collegato alla Valtènesi per avere codificato nel 1896 a Moniga la vinificazione in rosa del Groppello. Il ‘Metodo Molmenti’ prevede la svinatura per alzata di cappello, cioè una pigiatura delicata e un contatto breve con le bucce, così da ottenere il colore tenue del cosiddetto ‘vino di una notte’. Ed è a questo passaggio che l’arco di colline che accompagna il lago più grande d’Italia da Salò fino a Desenzano, dentro un paesaggio che alterna filari, olivi (alla latitudine più a Nord del mondo che danno vita ad uno Evo raffinatissimo per la sua delicatezza) e piccoli centri affacciati sull’acqua, continua a far risalire la propria storia moderna del rosé.
La Valtènesi è la parte bresciana del Garda, lago che è una componente fondamentale del vino locale: mitiga il clima, smorza gli eccessi, allunga le stagioni vegetative e si combina con i venti che aiutano la sanità delle uve. I vigneti si distendono nell’anfiteatro morenico su un mosaico di suoli molto diversi tra loro: nelle aree più vicine al Garda prevalgono terreni sciolti, asciutti e sassosi, mentre altrove compaiono zone con maggiore presenza di limo e argilla, fondovalle più ricchi di sostanza organica e depositi di origine lacustre. Un terroir che caratterizza in particolare l’autoctono Groppello, base varietale della Valtènesi, con il biotipo Gentile oggi nettamente predominante. È l’uva che definisce il Chiaretto e che resta centrale, quando non in purezza, tracciando non solo una matrice ampelografica ma una continuità stilistica che lega in modo diretto le sfumature dal rosso al rosa. La Doc comprende 14 Comuni, Salò, Roè Volciano, Villanuova sul Clisi, Gavardo, San Felice del Benaco, Puegnago, Muscoline, Manerba del Garda, Polpenazze, Moniga, Soiano del Lago, Calvagese della Riviera, Padenghe e Bedizzole, oltre a porzioni dei territori di Lonato e Desenzano. In questo perimetro ricadono circa 500 ettari vitati, distribuiti in un tessuto produttivo che mantiene una scala contenuta e una forte impronta agricola, tra grandi spazi rimasti intatti e colline a bosco.
‘Siamo un’enclave mediterranea a latitudini settentrionali – l’ha definita bene il presidente del Consorzio, Paolo Pasini – un originale cortocircuito climatico che si risolve in un equilibrio irripetibile’. I numeri della Denominazione chiariscono quanto qui il rosé pesi davvero: su circa 3 milioni di bottiglie prodotte ogni anno, oltre 2,4 milioni appartengono a questa tipologia, più del 70% del totale, che poi è la più premiata in Italia. Le aziende aderenti al Consorzio sono 102 (due terzi delle quali vinificano e imbottigliano direttamente, mentre non esiste una Cantina sociale) che in pratica significa che fuori dall’ente ci sono appena quattro aziende che in termini di produzione rappresentano il 3% del totale. Il ‘Trofeo Molmenti’ è stato assegnato quest’anno alla Cantina Franzosi per il suo piacevolissimo ‘Valtènesi Riviera del Garda Classico Dop Chiaretto 2025’. Azienda agricola a conduzione famigliare a Puegnago del Garda, lavora 25 ettari di vigneti di proprietà, a cui si aggiungono altri 15 ettari in affitto, oltre a una produzione di olio ottenuta da circa 1.700 piante. In finale sono arrivati anche le Cantine Delai Sergio (con due vini), Opera Roses, Tenute del Garda e Leali di Monteacuto.
L’edizione appena andata in scena è la quarta con il nome Valtènesi, ma la manifestazione dedicata al Chiaretto esiste da oltre vent’anni e ha evidenziato l’impegno e l’entusiasmo dei produttori, diversi dei quali intorno ai 30 anni, segno inequivocabile di una scena vitivinicola vivace e curiosa. Anche di sperimentare: perché se è vero che la maggior parte dei vignaioli/e sono stati capaci di trovare una tonalità di colore comune (un rosa petalo più o meno brillante e con riflessi di buccia di cipolla) e uno standard aromatico che rispecchia il vitigno, c’è chi meglio di altri riesce a fare emergere uno stile personale più definito. Ed è proprio questa la scommessa di una Denominazione: creare un prodotto uniforme e trasversale in cui vigneron, territorio e consumatori possano riconoscersi, senza rinunciare alla propria interpretazione sfruttando i diversi terroir, la capacità in vigna e l’abilità in cantina. Basti su tutti l’esempio dell’azienda agricola biologica Cantrina di Cristina Inganni a Bedizzole che, con il suo ‘MyRoses 2022’ (terzo rosa in catalogo), gioca con grande sapienza con l’evoluzione e le spezie. Certo, per numero di bottiglie, si tratta spesso di poco più che ‘divertissement’, ma sono prove che servono a sperimentare, ad arricchire l’offerta per l’Horeca, a soddisfare consumatori più curiosi e a occupare fasce di prezzo diverse. Queste esperienze contribuiscono a completare l’offerta commerciale e a restituire un’immagine dinamica della Denominazione Valtènesi Riviera del Garda Classico, che comprende anche rossi, spumanti e un bianco a base Riesling, talvolta con risultati più che interessanti, insieme con i rossi e i bianchi della Igt Benaco Bresciano e di San Martino della Battaglia, con il 50% minimo di Tocai Friulano.
‘Il Valtènesi Rosé nasce da una vocazione vitivinicola che il nostro territorio coltiva da ben oltre un secolo e il nostro rosé non è il risultato di una moda ma l’espressione autentica di una cultura produttiva e di un’identità territoriale’ ha affermato al convegno, Mattia Vezzola, celebre enologo e titolare della Cantina Costaripa, punto di riferimento del vino locale. La storia di questo vino si è negli anni consolidata anche sul piano normativo: dal riconoscimento della Doc Riviera del Garda Bresciano nel 1967, si passa al 1996 con la Doc Garda distinta dalla sponda veronese del lago, fino alla nascita del Consorzio Garda Classico nel 1998 e al cambio di nome del 2010 in Consorzio Valtènesi, completato sei anni più tardi con l’unificazione nella Doc Riviera del Garda Classico e il mantenimento della sottozona Valtènesi.
Al convegno è intervenuta anche Caroline Benetti, responsabile marketing internazionale del Conseil des Vins de Provence, organismo che riunisce oltre 550 viticoltori, negociants e Cantine cooperative attorno a tre Denominazioni di origine protetta dove si producono quasi 150 mln di bottiglie di rosato Dop all’anno. Benetti ha celebrato l’intesa tra i due territori iniziata nel 2022, parlando di una collaborazione che si regge su un sapere produttivo costruito nel tempo, l’attenzione alla qualità, il rapporto con il paesaggio e una forte attrattività turistica. Da qui la scelta di una comunicazione che non si limiti agli aspetti tecnici del vino ma cerchi di intercettare anche un pubblico più giovane per sostenere la qualità dei rosati Dop in un mercato dove la pressione competitiva rischia di schiacciare le differenze tra territori e modelli produttivi.
All’incontro si è parlato anche del futuro della Denominazione, delle pratiche produttive e delle regole, arrivando a immaginare un Disciplinare più rigido per garantire maggiore qualità e una centralità del rosé per rafforzarne l’identità con il territorio. ‘Se oramai quasi l’80% della nostra produzione è rosé, significa probabilmente che quella è già la linea. Ci sono alcune regole che diventano regole dopo che sono già state condivise: io resto dell’idea che sono i produttori che devono darle. Attualmente c’è una parte che è convinta della necessità di introdurre maggiori restrizioni e un’altra che è più ‘liberale’, c’è una discussione in atto. Io per il ruolo che ho mi limito a dire che se si danno delle regole strette, poi vanno seguite: non possiamo raccontare sciocchezze alla gente, e soprattutto noi che facciamo Doc dobbiamo essere seri e precisi’ ha raccontato ad askanews il direttore del Consorzio, Juri Pagani, precisando che, ‘per esempio, per quanto riguarda le rese per ettaro il Disciplinare ne prevede 110 ma si arriva già a 80, dunque perché non scriverlo. Il colore? Limitiamolo con il CIE Lab, facciamolo. Ma quando si parla di Disciplinare bisogna stare attenti, perché a rischiare sono i produttori, e qui c’è chi ha 50 dipendenti e chi va avanti da solo. Il mio ruolo è anche quello di cercare di controllare queste cose’. Negli ultimi anni il lavoro sulla coerenza e sull’alzare l’asticella qualitativa si è tradotta in strumenti specifici: nel 2021 è stato introdotto il ‘Protocollo Rosé’, disciplinare interno basato su selezione delle uve, vinificazioni dedicate e prevalenza di Groppello, e nel maggio 2022 si è aggiunto ‘Rosé Connection’, il progetto costruito insieme con i colleghi della Provenza. ‘In un momento in cui il vino ha bisogno di normative più rigide, probabilmente alcuni cambiamenti potrebbero andare nella direzione giusta’ ha continuato Pagani, rimarcando che ‘è inutile nascondere che in Italia si fa troppo vino e che c’è la necessità di stringere le maglie sia a livello nazionale sia europeo’. Nella sua lettura, però, ridurre i volumi non significa comprimere le identità locali. ‘Abbiamo tantissimi Consorzi piccoli che stanno quasi sparendo, fanno fatica – prosegue Pagani – ne cito uno di qui, il Moscato di Scanzo, una Docg rossa di grandissima qualità che però ha 40mila euro di fatturato. Bisogna salvare l’artigianalità, tutelare l’identità: se io vado a Capriano, voglio bere Capriano, se vado in provincia di Parma voglio la Malvasia di Candia, se vado nel Lazio cerco la Malvasia Puntinata. Non devono sparire Capriano del Colle, Botticino, Valcamonica, così come il Cirò, perché quando si perde una Denominazione non la si ricostruisce più. I piccoli Consorzi – ha chiosato il direttore – sono come la Terra di Mezzo, tanti piccoli hobbit che insieme fanno quello che è il grande dell’Italia’.
L’attenzione dell’ente consortile sul Groppello riguarda oggi in particolar modo la lettura delle sue diverse espressioni, la loro risposta nelle varie aree della Denominazione e il modo in cui questo patrimonio varietale può tradursi con maggiore precisione nei rosé della Valtènesi, senza perdere il legame storico con i rossi del territorio. Parallelamente si muove il lavoro in vigneto, con un’attenzione crescente alla sostenibilità delle pratiche agronomiche, alla tutela dei suoli morenici e alla gestione della biodiversità. È dentro questo equilibrio fra identità produttiva, cura dell’ambiente e presenza sui mercati che il Consorzio colloca oggi le prospettive di sviluppo della Denominazione, che può contare su una presenza di turisti che si aggira sui 12 milioni annui, il 70% dei quali stranieri, che premia l’enoturismo, l’accoglienza in cantina e la vendita diretta.
Alla domanda su quali siano i punti di forza della Denominazione, Pagani, ha rimarcato ‘la forte identità, la ‘forma del territorio che si fa vino’ e l’alta qualità sancita da chi li assaggia’. Al contrario, i punti di debolezza sono ‘che siamo tutti vignaioli e ognuno vede solo sé stesso e che i vini sono cari perché produrli costa molto: per fare un rosé così servono 500 ore in campo. Infine in Lombardia manca il senso di appartenenza ad un luogo e quindi non è sempre facile far sì che la gente beva volentieri il prodotto del territorio’.
In merito alla possibilità di un’identità unica delle diverse Denominazioni del Garda, il direttore ha ricordato ad askanews che ‘in Consorzio ci sono ancora delle etichette con su scritto ‘Vino del lago di Garda 1942′, segno che già allora c’era un’identità. Sarebbe bellissimo essere Vini del Garda in etichetta. C’è una Garda Doc che comunque ha un’identità, ha una sua forza ma è difficile pensare che tutti ci entrino. Altra cosa è muoversi come sottozona, come accade in Francia ai nostri amici del Conseil Interprofessionnel des Vins de Provence (CIVP), dove ognuno si fa il suo Disciplinare, ma la promozione internazionale viene fatta tutti insieme. Questa potrebbe essere un’idea e ci si può lavorare, credo che più che i produttori, siano le istituzioni che possano fare un po’ più fatica ad accettarlo’.
Il Consorzio fra un paio di settimane sarà in Svezia con Regione Lombardia nell’ambito della promozione all’estero. Oggi infatti il 60% delle vendite resta in Italia, soprattutto nel Nord e nella ristorazione, mentre per l’export i mercati principali sono Germania, Stati Uniti, Regno Unito e Belgio. Uno sbocco questo, su cui serve impegnarsi. Sul resto il lavoro già ferve. (Alessandro Pestalozza)

