ROMA – Da una parte l’intenzione di garantire i principi di concorrenza e liberalizzare il mercato dei servizi. Dall’altra il rischio che, in questo modo, si inceppi un intero sistema economico e produttivo composto da migliaia di micro, piccole e medie imprese, a vantaggio di poche grosse società detentrici di un potere finanziario di fatto imbattibile. Sembrano queste le due facce della legge 118 del 2022 che, all’articolo 15, punta alla liberalizzazione del sistema di accreditamento sanitario delle strutture sanitarie convenzionate. Una norma in stand-by che, però, dovrà essere attuata entro il 31 dicembre di quest’anno.
Sanità privata e accreditamento: stop ai contratti stabili
Si va, dunque, verso lo stop a contratti pubblico-privato di fatto stabili nel tempo: per consentire alle aziende di erogare prestazioni mediche a carico del Sistema sanitario regionale, sarà necessario effettuare una selezione periodica dei soggetti accreditati. Uno scenario che ha fatto suonare più di un campanello d’allarme tra le associazioni di categoria, turbate dal rischio che mettere in gara la salute dei cittadini possa trasformare il sistema di accreditamento in “guerre al ribasso d’asta” destinate a favorire i colossi del settore.
Direttiva Bolkestein e sanità: differenze e criticità
In un certo senso, è in corso l’applicazione dei criteri di trasparenza e concorrenza al mercato della sanità privata accreditata, con una periodica gara per aggiudicarsi il servizio, come sta accadendo anche nel caso (forse il più emblematico) degli stabilimenti balneari, in linea con quanto previsto dalla direttiva europea 2006/123/Ce (la cosiddetta Bolkestein). Tra le sdraio in spiaggia e i letti d’ospedale, però, sembra intercorrere più di una differenza. C’è, intanto, il fatto che nel caso dei lidi è in ballo la concessione di un bene pubblico materiale, mentre in quello delle aziende sanitarie la struttura è privata e tale rimane: in gioco c’è, piuttosto, la possibilità di offrirsi al paziente come porta d’accesso al servizio pubblico, entro il limite del budget assegnato dalla Regione.
Normativa europea e accreditamento sanitario: i limiti
E c’è anche il fatto che, a differenza degli stabilimenti balneari, i nuovi meccanismi di accreditamento delle strutture sanitarie, pur rientranti in una scelta politica legittima e percorribile (la legge 118/2022 venne approvata sotto l’allora governo Draghi), di per sé travalicano i limiti della stessa Bolkestein: l’articolo 2 della direttiva europea, infatti, tracciando il campo di applicazione delle norme, esclude esplicitamente dal suo raggio d’azione “i servizi sanitari, indipendentemente dal fatto – si legge – che vengano prestati o meno nel quadro di una struttura sanitaria e a prescindere dalle loro modalità di organizzazione e di finanziamento sul piano nazionale e dalla loro natura pubblica o privata”. Motivo per cui il nuovo assetto che dovrà delinearsi entro l’anno ha fatto in più casi storcere il naso.
Sanità in Sicilia: numeri e impatto della riforma accreditamento
Dal punto di vista delle dimensioni del mercato, è in Sicilia che la riforma avrebbe uno degli impatti più significativi. Secondo alcuni dati condivisi di recente da Conf Salute, nell’Isola operano oltre 3 mila imprese e c’è il numero più alto di laboratori di analisi cliniche: 415, pari al 30,3% del totale nazionale. Il numero molto elevato di imprese che contribuiscono al funzionamento del sistema sanitario, d’altra parte, emerge anche dai dati del ministero della Salute. Nell’anno 2023, tra ambulatori, laboratori, strutture residenziali e presidi di altri tipi, in Sicilia c’erano 1.364 strutture sanitarie private accreditate contro le 1.011 pubbliche. Se si considerano solo le attività ambulatoriali e laboratoriali, non c’è partita: 1.143 privati convenzionati contro 340 presidi pubblici. Rapporti che si riflettono anche sulle altre regioni e, di conseguenza, sul dato nazionale: in Italia, secondo il ministero, nell’anno della rilevazione c’erano 15.614 strutture private accreditate contro 11.573 pubbliche.
Effetti economici della riforma sanità privata accreditata
La riforma dell’accreditamento sanitario, dunque, a prescindere dal merito irrompe senz’altro in un settore costellato di una moltitudine di imprese e in un affare dal grande valore economico. Soltanto in Sicilia e solo per il 2025, la Regione (tra prestazioni ospedaliere e ambulatoriali) ha stanziato un budget di circa un miliardo di euro. Ma anche in termini di produzione la faccenda non è di poco conto, considerata l’enorme partecipazione al sistema sanitario di imprese piccole e medie e il peso che questo genere di aziende esercita sul sistema produttivo. Qualora i timori di alcuni operatori del settore dovessero concretizzarsi (e dunque la riforma dovesse sortire l’effetto contrario ai criteri di concorrenza, quello cioè di favorire un oligopolio dei colossi) le conseguenze potrebbero ricadere, in un modo o nell’altro, sia sul sistema economico sia su una rete sanitaria “diffusa”, presente (tramite piccole cliniche e laboratori d’analisi) nei vari territori.
Nuove regole e criteri per l’accreditamento sanitario
Scendendo più a fondo nella questione, però, a dare ulteriore specificità al nuovo sistema di accreditamento è l’articolo 26 del decreto legge 19/2026 (qualche giorno fa convertito definitivamente in legge con il voto in Senato). La norma, nel definire il “sistema premiale” delle procedure a evidenza pubblica finalizzate alla selezione degli “erogatori” con cui stipulare i contratti, individua alcuni criteri di innegabile importanza, come la capacità di contribuire allo smaltimento delle liste d’attesa. E ancor prima, la legge del 2022 fissava come requisito fondamentale l’alimentazione costante del Fascicolo sanitario elettronico, elemento chiave della transizione digitale nel campo della sanità.
Preoccupazioni delle imprese sulla riforma dell’accreditamento
Ciononostante, per le imprese del settore la normativa continua a conservare degli elementi che finirebbero per mettere in primo piano, nella procedura di selezione, il peso patrimoniale dell’azienda. A chiarire al nostro Quotidiano a cosa sono dovuti questi timori è stato Luigi Marano, che in Sicilia è presidente regionale di Conf Salute.
Marano (Conf Salute): “Rischi economici, svolta da governare con buonsenso”
Presidente Marano, la vostra preoccupazione è che l’attuazione della legge 118/2022, con una selezione periodica delle imprese accreditate dall’Ssr, andrà ad avvantaggiare i big del settore. Nella norma però si parla di criteri oggettivi di selezione e qualità delle prestazioni sanitarie. Perché ritenete che la riforma privilegerà requisiti patrimoniali e capacità finanziarie?
“La norma in questione è stata successivamente emendata, in ultimo con il decreto legge del 19 febbraio 2026 (il cosiddetto decreto Pnrr). Un atto che introduce, all’interno delle procedure concorsuali, un sistema premiale che valorizza sostanzialmente un criterio storico: capacità di fornire servizi, volume delle prestazioni, capillarità dei servizi, investimenti sulla qualità, adeguato rapporto tra personale e numero di assistiti, capacità produttiva tesa allo smaltimento delle liste d’attesa. Un criterio strettamente e ampiamente legato alle capacità di produzione, cioè alla robustezza del soggetto partecipante. In questi termini è facile comprendere come, alla data di entrata in vigore della legge, prevista per il primo gennaio 2027, ci si troverebbe in presenza di una condizione di squilibrio che vedrebbe prevalere, in assoluto, grosse concentrazioni, multinazionali, a scapito delle micro, piccole e medie imprese che verrebbero scardinate dal sistema”.
È chiaro che la presenza capillare di tante strutture sanitarie nel territorio favorisce tempestività e prossimità del servizio. Ma da un punto di vista strettamente imprenditoriale, perché è importante per micro, piccole e medie imprese conservare l’accreditamento?
“La creazione di un oligopolio di grosse concentrazioni imprenditoriali a discapito delle Mpmi, che costituiscono il tessuto sociale e produttivo dei territori, porterebbe alla creazione di una barriera d’ingresso, alla compressione della libera ed equa concorrenza, con la conseguente chiusura del mercato. Un esito drammatico, tra gli altri, sarebbe il trasferimento della ricchezza dai territori di produzione verso altri territori, con il correlato drastico impoverimento delle zone di prossimità. Le Mpmi hanno tutto l’interesse, a fronte dei vincoli che sviluppano col territorio che le ha viste nascere e dove proliferano, a investire la propria ricchezza nello stesso contesto territoriale. Invece, le grosse concentrazioni, per loro natura e interesse, le ricchezze prodotte le portano e le investono fuori dal territorio in cui sono maturate. Insomma, si va incontro all’enorme impoverimento dei territori su scala nazionale, determinato dal trasferimento di ricchezza, e alla polverizzazione del sistema di rete di parecchie decine di migliaia di micro, piccole e medie imprese, 3 mila delle quali presenti in Sicilia nel solo settore socio sanitario”.
La riforma dovrà essere attuata non oltre il prossimo 31 dicembre. Di quali principi e criteri auspicate che tenga conto la fase attuativa?
“I meccanismi di accreditamento previsti dalla nuova legislazione nazionale di settore non possono tradursi in un processo di concentrazione del mercato a danno delle imprese che finora hanno garantito un’adeguata qualità nell’erogazione dei servizi territoriali. Siamo di fronte a una svolta del sistema che va governata con buonsenso, trovando i giusti correttivi che tutelino la continuità delle strutture già accreditate e contrattualizzate. Auspichiamo che le procedure comparative riguardino esclusivamente i nuovi accreditamenti, e non le strutture già contrattualizzate in possesso dei requisiti di qualità, che sia garantita una clausola di continuità per le realtà operative integrate nel sistema pubblico e che i criteri di selezione siano proporzionati alla dimensione aziendale, evitando automatismi che finiscano per favorire esclusivamente le grandi aggregazioni”.

