Catania è una città che vive di contrasti: una bellezza che non si arrende e una ferita che non guarisce del tutto. Il 900° anniversario della traslazione delle reliquie di Sant’Agata ha mostrato con chiarezza questa doppia anima. La celebrazione, illuminata dall’omelia del cardinale Pietro Parolin, ha ricordato che la storia non è un museo, ma un compito. E che la santità, quando è vera, non parla solo ai devoti: parla alla città, alle sue scelte, alle sue paure, alle sue possibilità.
Parolin ha insistito su un punto decisivo: il martirio non è un monumento, è una direzione. Sant’Agata non è un simbolo di dolore, ma di libertà. Non è un’icona da venerare, ma una donna che ha scelto di non piegarsi. Questa scelta, oggi, diventa un criterio civile. In un mondo attraversato da conflitti – dall’Ucraina al Medio Oriente, dal Sahel al Caucaso – il martirio ricorda che la pace non nasce dalla forza, ma dalla fedeltà a ciò che è giusto. È un messaggio che riguarda anche Catania – città che conosce bene la logica della violenza e la tentazione della rassegnazione – così come l’Europa e in generale questo tempo storico.
Sant’Agata, pace e responsabilità di fronte alle crisi
In questo orizzonte, pertanto, si inserisce anche ciò che accade a Ceuta dove la pressione migratoria ha mostrato una volta di più la paura dell’Europa di fronte a ciò che non controlla. Le immagini dei corpi trascinati dalla corrente, dei giovani che tentano di superare la barriera, dei militari schierati come ultimo argine, raccontano una ferita che non è solo spagnola: è europea. Ceuta è diventata lo specchio di un continente che teme di perdere sé stesso e che, per difendersi, rischia di smarrire la propria anima.
La crisi migratoria non è un assedio, ma una domanda: quale futuro vogliamo costruire in un mondo attraversato da guerre, disuguaglianze e disperazioni? L’Europa, paralizzata dalle sue contrapposizioni interne, sembra incapace di trovare una via nuova, una strada che non sia né la chiusura né l’illusione di poter ignorare ciò che accade ai suoi confini. La pace, come ricorda Parolin, non nasce dalla forza: nasce dal coraggio di immaginare un ordine diverso, capace di tenere insieme sicurezza e umanità.
Mons. Luigi Renna, arcivescovo di Catania, lo ripete da tempo: la città non può abituarsi alla presenza delle armi, alla dispersione scolastica, alla criminalità che recluta i più giovani, alla solitudine delle periferie. La celebrazione di Sant’Agata, quest’anno, ha reso evidente che la fede non è un rifugio, ma una responsabilità, che la memoria della martire è anche un atto politico nel senso più alto del termine: riguarda la polis, il modo in cui si decide di vivere insieme.
Le periferie di Catania e la costruzione della pace
In questo scenario, il ruolo delle associazioni di periferia è diventato centrale: non sono comparse marginali, ma laboratori di futuro. Nei quartieri più fragili – Librino, San Cristoforo, Civita, Picanello, Monte Po – sono spesso le associazioni a tenere insieme ciò che rischia di sfilacciarsi: bambini che imparano a convivere, famiglie che trovano sostegno, giovani che scoprono che la solidarietà non è un dovere ma una possibilità. Le Scuole della Pace di Sant’Egidio, ad esempio, sono uno dei luoghi in cui la parola “pace” non è un concetto astratto, ma un esercizio quotidiano: ascoltare, non rispondere con violenza, costruire relazioni invece di distruggerle.
Sempre più capiamo che la pace non nasce dai vertici internazionali, ma dalle comunità che imparano a vivere insieme. C’è una “diplomazia dell’amicizia” – quella che ha portato alla pace in Mozambico e ai corridoi umanitari – da esercitare anche nelle periferie: non grandi trattati, ma piccoli gesti che cambiano la cultura. In un mondo che sembra aver smarrito la capacità di dialogare, queste esperienze diventano politicamente decisive.
Sant’Agata, identità e storia di Catania
Esiste inoltre la dimensione storica, quella che lega Sant’Agata ai catanesi da secoli. La martire non è solo la patrona: è la figura attraverso cui la città ha imparato a raccontarsi. Agata è la giovane che resiste al potere, la donna che non si lascia comprare, la cittadina che difende la propria dignità. È la storia di una libertà che non si lascia intimidire ei catanesi, nei secoli, hanno visto in lei un modello di identità: non la forza, ma la fermezza; non la violenza, ma la coerenza; non la paura, ma la speranza. Ogni volta che la città ha attraversato momenti difficili – eruzioni, terremoti, epidemie, povertà – Agata è diventata il simbolo di una resistenza che non è mai solo religiosa, ma profondamente civile.
Il cardinale Parolin, nell’omelia, ha ricordato che il martirio non è un fatto del passato. È una forma di vita: quella degli sposi che resistono nelle difficoltà, dei giovani che non cedono alla superficialità, dei sacerdoti che servono senza clamore, degli anziani che offrono le loro sofferenze, di chi sceglie la verità invece della convenienza. È una definizione che somiglia molto alla Catania migliore: quella che non fa rumore, ma tiene insieme la città quando tutto sembra cadere a pezzi.
Il 900° anniversario di Sant’Agata come appello alla città
Il 900° anniversario, allora, non è stato una celebrazione nostalgica. È stato un appello. Parolin ha chiesto alla città di rigenerare la propria eredità. Renna ha ricordato che la pace è un compito quotidiano. Sant’Agata, come sempre, ha indicato la direzione: non arrendersi alla paura, non cedere alla violenza, non smettere di credere che la pace è possibile.
Catania, con la sua storia e le sue ferite, può ancora scegliere l’aurora. E forse questo anniversario è stato proprio questo: un invito a non dimenticare che la città è più grande delle sue difficoltà, e che la santità – quando è vera – è sempre una forma di politica della speranza.
Emiliano Abramo
Presidente della Comunità di Sant’Egidio in Sicilia e del Movimento I Solidali

