Il capitale e il lavoro sono due fattori della produzione che vengono combinati insieme e remunerati con interessi e salari con il fine di ottenere la maggiore differenza tra ricavi e costi, che chiamiamo profitti. Varie regole governano la distribuzione dei profitti: qualcosa allo Stato, qualcosa ai lavoratori, qualcosa al capitale, qualcosa trattenuto, in proporzioni variabili. Ciò che conta tuttavia non è tanto tale distribuzione, quanto per conto di chi vengono prese le decisioni, se e quando iniziare la produzione, se e quando modificarla, se e quando cessarla. Insomma – ma detta in modo più semplice – è il capitale che assume il lavoro, oppure è vero il contrario, che sia il lavoro ad assumere il capitale?
Perché il capitale si sposta più facilmente del lavoro
Non si tratta di una questione ideologica. Siamo sempre dentro il sistema di mercato basato sui contratti. È l’impresa che cerca il capitale e lo remunera così come cerca il lavoro e lo remunera. Molto dipende da cosa c’è scritto su quei contratti, ma i due mercati sono ovviamente molto diversi. I capitali si spostano da un settore all’altro o da un territorio all’altro molto più facilmente del lavoro. I costi di smantellamento di un impianto produttivo per ricostruirlo da un’altra parte – anche molto lontano – possono essere molto più bassi dei costi di mantenerlo nella localizzazione originaria. Non è così per il lavoro, che sopporta costi ben maggiori quando deve trasferirsi da un settore all’altro o da un territorio all’altro. Il capitale non ha famiglia, orgoglio, memoria, identità. È liquido, prende, senza costi eccessivi, le forme più svariate per poter sopravvivere. In altri termini, può mollare in qualsiasi momento e andare a “comprare” lavoro da un’altra parte.
Il caso Pfizer a Catania e il ridimensionamento produttivo
La vicenda Pfizer a Catania, che prevede un forte ridimensionamento della produzione con un conseguente esubero di più di trecento lavoratori, può essere letta con questa lente. Il costo del mantenimento del capitale a Catania è diventato troppo alto e minaccia i profitti. Se l’impresa non vuole pagare questi costi, il capitale si sposta verso remunerazioni più competitive. È difficile immaginare una situazione in cui sia il lavoro a chiedere all’impresa una remunerazione maggiore per restare in quel territorio. La minaccia di “mollare”, come farebbe il capitale, è una minaccia vuota. Non va a “comprare” capitale da un’altra parte. È in questo senso che si può dire che a Catania è il capitale che compra il lavoro e non viceversa. Con una battuta si potrebbe dire che il lavoro resterà senza lavoro perché gli manca il capitale.
Come rendere un territorio più attrattivo per il capitale
È inevitabile tutto ciò? Tutti, dal Governo nazionale in giù, si sono detti pronti a fare il possibile perché quell’esito non sia più inevitabile. È una buona notizia. Ma bisogna capire come farlo. Occorre che il capitale veda ridursi la convenienza a spostarsi fino a rendere la soluzione di restare migliore di quella di lasciare il territorio. Ci sono due strade: rendere più competitivo il territorio con una infrastrutturazione più ricca, oppure responsabilizzare socialmente il capitale in modo che possa accettare remunerazioni più basse. In entrambi i casi è il territorio, con le sue rappresentanze sindacali e le sue rappresentanze politiche, a poter guidare il processo. Ma occorre una idea di crescita e di sviluppo del territorio che offra al capitale un luogo dove insediarsi perché attrattivo, stabile, aperto, internazionale, con poche diseguaglianze, con legalità diffusa.
Sarà quello il momento in cui potrà dirsi che è il lavoro, ossia le donne e gli uomini di un territorio, che compra il capitale e non viceversa.
Maurizio Caserta
Professore ordinario di Economia politica dell’Università degli Studi di Catania

