Quei parlamentari mendicanti - QdS

Quei parlamentari mendicanti

Carlo Alberto Tregua

Quei parlamentari mendicanti

mercoledì 23 Settembre 2020 - 00:00

Dei 945 parlamentari ne sono rimasti seicento. La questione però non riguarda il numero, bensì la mentalità di coloro che, eletti dal popolo improvvidamente o meritatamente, vanno a occupare uno degli scranni più alti della Repubblica e cioè quello del Senato o della Camera.
A molti di essi nessuno ha insegnato il senso dello Stato e dell’onore, elementi più volte richiamati dalla Costituzione, i quali inducono chi li possiede a certi comportamenti conseguenti e non disdicevoli.
Per esempio, come quello dei sei parlamentari che hanno avuto la faccia tosta di chiedere il sussidio per l’emergenza Covid. Dispiace che il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, non abbia ritenuto di comunicare i loro nomi, che comunque sono venuti a galla.
Fra le lacrimevoli giustificazioni vi è stata anche quella, non credibile, che tale sussidio sarebbe stato chiesto per poi girarlo in beneficenza. Come se qualcuno rubasse il denaro dalle cassette per l’elemosina nelle chiese, spiegando che lo ha fatto per devolverlo ai poveri.

Qualche altro ha cercato di giustificarsi sostenendo che le spese per l’attività del parlamentare sono elevate, mentre non hanno detto nulla quei parlamentari del Movimento 5 stelle che sarebbero costretti da un contratto capestro a dare trecento euro al mese alla piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio, ma si rifiutano di farlo perché è assurdo che un’associazione privata possa vincolare i rappresentanti del popolo.
La mentalità speculativa che hanno molti parlamentari, magari ex disoccupati – come si evince dal fatto che non hanno presentato la dichiarazione dei redditi nell’anno precedente alle elezioni, e cioè il 2018 – li porta ad autogiustificarsi, mentre dovrebbero avere un pizzico di coscienza nel pensare quanti stipendi potrebbero essere pagati con il loro.
Fra le fandonie che hanno propagato i fautori del “No” al referendum c’era quella che il risparmio sarebbe stato irrisorio. Abbiamo più volte dimostrato, in base ai bilanci ufficiali di Camera e Senato, come ridimensionando le relative strutture interne, tale risparmio sarebbe di mezzo miliardo per ogni anno, cioè 2,5 miliardi per l’intera legislatura.
All’onorevole è stato chiesto: “Hai preso il virus?”. Risposta: “No, ho preso il bonus”. Una battuta che riproduce il senso comune della gente, soprattutto di quei cittadini che faticano ad andare avanti o perché non hanno lavoro, o perché hanno una famiglia numerosa, o perché ci sono malattie. Insomma, la gente comune ha preso coscienza dei privilegi della casta politica e non può più tollerarli.
Sembra difficile giustificare tutti costoro, i quali non rendendosi conto dell’insofferenza sempre maggiore della popolazione si stanno perdendo, quasi suicidandosi politicamente.
Quando la gente non crede più a chi la rappresenta viene meno un pilastro fondamentale della democrazia. Non vogliamo richiamare quanto diceva don Mariano Arena, il boss de “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia: “Io classifico gli uomini in cinque categorie. Uomini, mezzi uomini, uominicchi, (con rispetto parlando) prendinculo e quaquaraqua”. Lasciamo a voi la valutazione su dove inserire l’attuale classe politica e partitica.

Intendiamoci, non è che essa sia tutta da gettare, perché vi sono esempi luminosi di grandi personalità di cultura e di preparazione, nonché di onestà. Ma, come prevede la legge di Gresham: la moneta cattiva scaccia quella buona. Cioè, quando gran parte di parlamentari e di ceto partitico si comporta in modo disdicevole emargina tutti quelli che invece sono degnissimi di rappresentare il popolo.
C’è un rimedio affinché la selezione sia ben fatta? Sì e riguarda la legge elettorale, che deve personalizzare i candidati e metterli a confronto. Ecco perché è necessario che essa sia di tipo maggioritario a due turni, accompagnata dall’elezione diretta del Capo dello Stato o del presidente del Consiglio, come nel caso della Francia dove il primo dura in carica cinque anni, assicurando stabilità politica al Paese transalpino.
Queste riflessioni dovrebbero indurre i cortesi lettori a valutare i propri comportamenti futuri nella scelta del personale istituzionale, perché, in fondo, la prima responsabilità della Repubblica risiede nel Popolo. Non bisogna mai dimenticarlo.

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