Siamo seri, basta coronavirus, virus della decrescita l’Italia è ultima - QdS

Siamo seri, basta coronavirus, virus della decrescita l’Italia è ultima

Carlo Alberto Tregua

Siamo seri, basta coronavirus, virus della decrescita l’Italia è ultima

sabato 29 Febbraio 2020 - 00:00

Secondo Eurostat, nella graduatoria dei 19 Paesi dell’area euro per il 2020, Malta risulta al primo posto con una crescita del 4% e l’Italia ultima con lo 0,3%. Ma questa previsione è stata fatta a fine 2019, quindi prima ancora dello spavento mediatico prodotto dal Coronavirus.
Dissentiamo dalla informazione scritta, televisiva e digitale, che ha dato un’enfasi e una rappresentazione catastrofica di un fenomeno che, tutto sommato, non ha creato più malati di altre epidemie come Ebola (2014), Sars (2003) o come le rituali ondate influenzali che arrivano ogni anno e che per questo hanno già superato il picco nel mese di febbraio.
Per il governo questa vicenda può essere considerata un cataplasma mediatico, cioè un mezzo curativo a scopo emolliente o sedativo o revulsivo.
Governanti pavidi hanno messo in campo misure eccessive di cautela, come non ha fatto nessun altro Paese del mondo avanzato. Questo è stato puro terrorismo che ha alimentato paure ancestrali nei cittadini.

Ora il governo ha trovato una ragione valida nel virus, secondo i propri responsabili, per giustificare crescita zero nel 2020, che speriamo non si trasformi in recessione. Dopo il primo trimestre lo sapremo.
Resta il fatto che l’Italia è ultima in Uem per crescita, mentre a poco meno di cento miglia vi è Malta che, come si scriveva, crescerà del 4%.
Di fronte alla piccola isola, che ha una popolazione non molto superiore a quella di Catania (quasi 500mila abitanti contro 300mila), si trova la Sicilia, che ha invece cinque milioni di abitanti, la quale, quest’anno, andrà in crescita negativa, nonostante l’assessorato regionale all’Economia abbia fatto una previsione ottimistica del +0,6%.
Del peggio c’è il peggiore. il che significa che nell’Isola le attività economiche languono, la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, aumenta, la povertà si estende a macchia d’olio, il territorio è abbandonato, così pure il sistema viario e ferroviario. Vi è la probabilità effettiva che l’economia retrocederà.
Fra i 19 Paesi dell’Uem che crescono, troviamo l’Irlanda, con il 3,6% e Cipro e Slovenia con 2,8% e 2,7%.
La derelitta Grecia, che è stata sottoposta ad un piano lacrime e sangue – costretta a tagliare la spesa pubblica, le pensioni, gli stipendi dei dipendenti statali, a vendere i gioielli di famiglia, dopo un periodo nero – è ritornata alla crescita. Sempre secondo Eurostat, il Pil aumenterà del 2,4%. In crescita anche le regioni balcaniche, tra cui Lituania (2,4%), Slovacchia ed Estonia (2,2%).
Perché vi è questa differenza cospicua fra chi cresce in modo vigoroso (Malta) e chi decresce (Italia e Sicilia)?
Tutto sta nel nocciolo della questione: aver indirizzato il maggior ammontare possibile di risorse alla crescita, tagliando la spesa corrente, efficientato il sistema pubblico mediante l’inserimento di merito e responsabilità nel proprio personale e ammodernandolo con una estesa digitalizzazione.
Chi si è comportato in questa maniera, oggi ha un futuro roseo. Chi, invece, si è seduto, occupandosi delle beghe da comari piuttosto che del futuro del Paese, è diventato fanalino di coda.

In questo periodo, il virus ha cloroformizzato la politica, perché la paura diffusa dal governo ha impedito che si affrontasse il tema che era sul tavolo e cioè il cambiamento di destinazione delle risorse dalla spesa corrente a quella per investimenti.
Inoltre, occorre: rinominare il Reddito di cittadinanza in Pensione di povertà, atteso che la parte riguardante il lavoro non ha funzionato, in quanto solo l’1,7% dei 2,3 milioni di beneficiari ha trovato lavoro; commissariare tutti i cantieri di opere pubbliche col modello Genova; riformare i processi, civile e penale, stabilendo i tempi certi di un cronoprogramma, in cui va inserita la prescrizione.
E poi, un vero programma di infrastrutture per il Sud, per recuperare il deficit, anche qui affidando la spesa per i cantieri a commissari, come a Genova.
E infine, la riforma costituzionale, per eliminare la Democrazia parlamentare sostituendola con l’elezione diretta a doppio turno del Capo dello Stato (o del Capo del Governo) e dei parlamentari.

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