Siccità, la Sicilia vicina a un “lockdown irriguo". Puntare sul riciclo idrico o sarà desertificazione - QdS

Siccità, la Sicilia vicina a un “lockdown irriguo”. Puntare sul riciclo idrico o sarà desertificazione

Rosario Battiato

Siccità, la Sicilia vicina a un “lockdown irriguo”. Puntare sul riciclo idrico o sarà desertificazione

mercoledì 18 Novembre 2020 - 00:00
Siccità, la Sicilia vicina a un “lockdown irriguo”. Puntare sul riciclo idrico o sarà desertificazione

Dati dell'Anbi rivelano che in ottobre sull'isola si è avuta la metà delle precipitazioni dello scorso anno. Le riserve idriche sono in deficit di ottantasei milioni di metri cubi. Il Centro meteo italiano, “La Sicilia è la regione con più aree a rischio desertificazione, preoccupano i quantitativi pluviometrici assoluti e anche la loro distribuzione spaziale e temporale”

Zona arancione per l’emergenza da Covid-19, zona rossa per la risorsa idrica. La Sicilia rischia il “lockdown” irriguo – lo ha denunciato l’Anbi nei giorni scorsi – essendo una regione con una riduzione delle disponibilità idrica, a causa del calo delle piogge, e un sistema infrastrutturale, tra invasi e reti idriche, che risulta tra i peggiori a livello europeo, consentendo di disperdere, in alcune città, più della metà dell’acqua immessa nel circuito. Servono investimenti, particolarmente carenti negli ultimi anni, anche perché le soluzioni non mancano, come la desalinizzazione o il riutilizzo delle acque reflue per l’agricoltura dopo la depurazione.

L’EMERGENZA ACQUA
L’allarme, ancora una volta, arriva dall’Osservatorio dell’Associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela dei territori e delle acque irrigue (Anbi) sulle risorse idriche, nella persona del presidente Francesco Vincenzi, che ha voluto sottolineare “l’urgenza di infrastrutturare il territorio italiano, idricamente sempre più diversificato: non solo bisogna realizzare nuovi invasi ed efficientare quelli esistenti, ma è necessario creare le condizioni per trasferire risorse idriche fra zone vicine, anche superando i confini regionali”. Tutta la fascia meridionale del Paese è in zona rossa, con la crisi idrica consolidata di Puglia (-77,18 milioni di metri cubi rispetto al 2019), Basilicata (-35,97 milioni di metri cubi sull’anno scorso), e Sicilia su cui, in ottobre, sono “caduti – si legge in una nota dell’Anbi – solo 44,71 millimetri di pioggia (l’anno scorso erano stati mm. 99.54), accentuando la crisi delle disponibilità idriche, calate di oltre 42 milioni di metri cubi in un mese e registrando un deficit di quasi 86 milioni di metri cubi nel confronto con le riserve d’acqua, presenti lo scorso anno”.

La Sicilia, in altri termini, sarebbe a rischio di “lockdown irriguo”. Conseguenze che si ripercuotono anche sul sistema produttivo: “Si è appena conclusa una stagione agricola idricamente difficile in Puglia, Basilicata e Sicilia; la speranza è che la stagione autunno-vernina porti le attese precipitazioni, evitando al contempo possibili conseguenze idrogeologiche su un terreno inaridito”. A sottolineare il momento particolarmente complicato per l’economia siciliana, c’è stata una lunga nota di Coldiretti che ha sottolineato come l’allarme siccità in tutta la Regione stia acutizzando delle situazioni gravi.

“È l’ennesima dimostrazione di quanto incidano i cambiamenti climatici nell’economia di un Paese”, ha ricordato Coldiretti Sicilia, che rileva come il caldo anomalo di novembre conferma un 2020 che si classifica fino ad ora come il quinto più bollente mai registrato in Italia dal 1800, con una temperatura di quasi un grado (+0,91 gradi) più elevata della media storica. Il dato è elaborato su base dei dati Isac Cnr relativi ai primi dieci mesi dell’anno.

RISCHIO DESERTO: ISOLA NEL MIRINO
Il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) già da tempo aveva evidenziato l’elevato rischio desertificazione che riguarda l’Isola: il 70% del territorio che è, come confermato anche da un’altra ricerche dell’Osservatorio Anbi, il più elevato d’Italia. “Ad accentuare il pericolo, – è riportato in una nota – infatti, non sono solo i quantitativi pluviometrici, ma l’andamento delle piogge con forti differenziazioni territoriali”. Per Vincenzi ci sono dati fortemente diversificati nelle aree siciliane che “confermano la fondamentale importanza di bacini che raccolgano le acque di pioggia, quando arrivano per utilizzarle nei momenti di bisogno idrico”. Purtroppo in Sicilia la “rete di distribuzione irrigua è insufficiente e la capacità degli invasi è fortemente condizionata dagli interrimenti, contro i quali è necessaria una vera e propria campagna di escavi”.

Emergenza ambientale confermata al QdS anche da Francesco Cibelli del Centro meteo italiano: “Diversi studi mostrano come la Sicilia potrebbe essere la regione con la maggior percentuale di aree soggette a desertificazione nel corso dei prossimi anni”. A tal proposito “i fattori principali per un intenso inaridimento del territorio sarebbero da ricercarsi nelle temperature, previste in aumento, e nella significativa riduzione delle precipitazioni soprattutto durante l’estate”. Da sottolineare come la “cosa più preoccupante infatti non sono tanto i quantitativi pluviometrici assoluti ma la loro distribuzione spaziale e temporale”.

DEFICIT INFRASTRUTTURE: SI PERDE IL 50 PER CENTO DELL’ACQUA DELLE RETI
A incidere pesantemente sul deficit idrico sono anche le perdite di rete registrate nei vari comuni isolani, segnali di una necessità di investimento infrastrutturale che al Sud è sempre mancata: uno studio di Ref Ricerche ha censito che gli investimenti netti pro capite nell’acqua tra il 2016 e il 2019 sono stati di 44 euro in Italia, di 47 nel Nord e di appena 18 nel Sud e nelle Isole. E i risultati di questo gap sono ovviamente disastrosi: in Sicilia, a fronte di una media nazionale del 37%, si disperde oltre la metà dell’acqua: tra i capoluoghi di provincia spiccano Messina, Siracusa e Catania, dove dalle reti colabrodo fuoriesce rispettivamente il 56,2, il 57,6 e il 57,8 per cento del prezioso liquido, ma fanno registrare dati preoccupanti anche Agrigento (50,1), Ragusa (49,1) e Palermo (45,7). In linea con la media nazionale le altre tre città capoluogo: Enna e Caltanissetta intorno al 35%, e Trapani al 42%.

IL CLIMA MIGLIORA MA SERVONO LE INFRASTRUTTURE
L’anomalia positiva di pressione che sta interessando gran parte dell’Europa, in vista dell’ultima decade del mese, dovrebbe subire un ridimensionamento”, ha aggiunto ancora Cibelli, in quanto un “flusso atlantico più ondulato dovrebbe consentire il transito di diverse perturbazioni sulla nostra Penisola sicuramente con un maggior apporto di precipitazioni di quanto visto fin ad ora” e pertanto “entro la fine di novembre sulla Sicilia ci attendiamo dunque una serie di fasi instabili con piogge e temporali localmente anche intensi, tutto ciò però non basterà per colmare il deficit idrico accumulato”. Per dicembre è attesa una piovosità superiore alla media anche se “questa rimane solo una tendenza e non una previsione meteo vera e propria”.

L’acqua, in ogni caso, senza infrastrutture non servirà a nulla: il 31% delle famiglie siciliane allacciate alla rete idrica comunale – cioè una su tre – ha dichiarato di essere, nel corso del 2019, “poco” o “per niente soddisfatta del servizio”. Si tratta del terzo peggior dato nazionale, battuto soltanto da Calabria e Sardegna.

Dissalazione, l’altra via seguita con successo da Israele

PALERMO – “Tenendo in considerazione che il 97 % delle acque mondiali sono salate e concentrate negli oceani e nei mari, il ricorso all’acqua di mare attraverso un processo di dissalazione rappresenta pertanto uno dei provvedimenti oggetto di analisi per arginare i gravi disagi dovuti alle sempre più ricorrenti crisi idriche”. Lo scrive l’Istat nel Report 2019 “Utilizzo e qualità della risorsa idrica in Italia”, precisando che la “dissalazione consiste nell’utilizzo di processi finalizzati a ridurre la quantità di sali disciolti nell’acqua di mare” e che “viene impiegata sia a scopo idropotabile sia in campo industriale nei processi di produzione e di raffreddamento”.

Attualmente ci sono Paesi che ne hanno fatto un fiore all’occhiello della propria gestione idrica, come Israele che, dopo la crisi idrica del 2008, ha avviato un sistema di potenziamento di desalinizzazione assieme a sistemi di riutilizzo delle acque reflue per l’irrigazione.

La Sicilia, stando agli ultimi dati riportati dall’Istat nel report del 2019, risulta decisiva in ambito nazionale in quanto costituisce circa l’86% del prelievo derivato da dissalazione. Ma non bisogna farsi illudere da questi numeri, perché la dissalazione, a livello nazionale, è ancora un sogno: “A livello regionale il prelievo di acque marine per uso potabile avviene per l’85,8% in Sicilia (6,8 milioni di m3), per il 13,8 per cento in Toscana (1,1 milioni di m3) e per il rimanente 0,3 per cento in Liguria (27 mila m3)” anche se poi su “scala nazionale le acque marine rappresentano in termini di volume circa lo 0,1 per cento del totale prelevato per uso idropotabile”. Nell’Isola il prelievo più rilevante resta quello dei pozzi, seguito dalle sorgenti e quindi dai bacini artificiali, ma in totale la dissalazione pesa poco più dell’1%.

Ma la depurazione è uno dei grandi assenti in Sicilia

PALERMO – Dalla depurazione passa un’altra importante speranza siciliana. Da recuperare c’è molto, considerando che solo poco più della metà dei siciliani è servito da un impianto di depurazione: circa il 60% di 5 milioni di abitanti, uno dei peggiori risultati a livello nazionale ed europeo.

L’apertura dei cantieri per i depuratori consentirebbe non solo di ridurre il rischio di ulteriori procedure di infrazioni comunitarie – attualmente sono quattro e di una già si pagano le sanzioni economiche – ma anche di riutilizzare le acque depurate in agricoltura. L’Ue ha riportato che ogni anno vengono trattati più di 40 miliardi di metri cubi di acqua nei depuratori, con un riutilizzo ancora minimo, pari ad appena 964 milioni di metri cubi. Attualmente in Italia solo l’8% delle acque trattate viene riutilizzato, mentre il modello resta Israele che ne utilizza circa l’86%.

A Catania c’è grande attesa per il progetto della nuova rete fognaria e per la gara del depuratore, interventi indirizzati a far uscire l’agglomerato etneo dall’infrazione europea (Causa C-565/10) per consentire di dare alla città e ai comuni limitrofi un sistema efficiente di smaltimento delle acque reflue. Il progetto, che vale circa 393 milioni di euro, punterà anche alla circolarità del riuso per l’agricoltura delle acque depurate.

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