Bongiorno, Sicindustria: "Pa tra lentezza e inefficienza: un freno allo sviluppo isolano" - QdS

Bongiorno, Sicindustria: “Pa tra lentezza e inefficienza: un freno allo sviluppo isolano”

Francesco Sanfilippo

Bongiorno, Sicindustria: “Pa tra lentezza e inefficienza: un freno allo sviluppo isolano”

giovedì 09 Giugno 2022 - 08:27

Forum con Gregory Bongiorno, presidente Sicindustria. Numerose pratiche restano ferme sulle scrivanie dei vari enti pubblici

Gregory Bongiorno, classe 1975, ha conseguito il diploma di laurea in Economia aziendale presso l’Università Carlo Cattaneo Liuc nel 2001. Dal 2007 al 2009 è investito del ruolo di membro del Consiglio di Gestione in Sistema investimenti Spa di Catania. Dal 2008 al 2012 è consigliere di amministrazione del Confidi Trapani e dal 2010 al 2014 è consigliere di amministrazione all’interno del Gal Golfo di Castellammare. È, adesso, consigliere delegato di Agesp Spa e, da maggio 2021, presidente di Sicindustria.

Intervistato dal vice presidente Filippo Anastasi, il presidente di Sicindustria, Gregory Bongiorno, risponde alle domande del QdS.

Sicindustria copre ben sette province della Sicilia. Quali sono le iniziative avviate a sostegno degli associati?
“Sicindustria è la più vasta associazione di territorio del sistema confindustriale siciliano e rappresenta sette province su nove, tutte tranne Catania e Siracusa, con oltre 1.200 imprese associate di tutti i comparti merceologici. Il ruolo dell’associazione è molto importante perché rappresenta e tutela le imprese associate nei rapporti con le Istituzioni e le amministrazioni pubbliche, con le organizzazioni sindacali, economiche e politiche e offre una vasta gamma di servizi per fornire supporto e garantire competitività alle imprese in tutti i campi di interesse: sindacale, scuola, formazione, sicurezza, ambiente, qualità, assistenza fiscale, finanza d’impresa e molti altri”.

Cosa serve alla Sicilia e alle sue realtà produttive per diventare da vagone a locomotiva dell’economia italiana?
“Purtroppo, stiamo attraversando una crisi che non è congiunturale come è stata quella del 2008, ma è strutturale. È per questo che, mai come adesso, occorrono interventi decisi e scelte chiare e nette. Ci sono le risorse ma non sono sufficienti da sole: mettere a terra e rendicontare le opere nei tempi stabiliti dal Pnrr è una sfida molto ardua e senza un apparato amministrativo adeguato il pericolo è quello di perdere anche questa ennesima opportunità. Gli imprenditori siciliani chiedono una cosa apparentemente semplice: permetteteci di competere ad armi pari con il resto d’Italia e con il resto del mondo. E in cima alla lista delle priorità c’è senz’altro lo snellimento delle procedure burocratiche e il rispetto dei tempi. Le Zes, le Zone economiche speciali, ad esempio, non sono ancora realmente operative, pur avendo alla guida due commissari che hanno tutta la voglia e l’interesse di andare avanti. È tempo prezioso che le imprese stanno perdendo e, con loro, tutta la Sicilia. Ma non solo. Rispetto dei tempi e programmazione devono essere le parole d’ordine anche quando si parla di Fondi europei. È normale, secondo lei, presentare un’istanza a seguito di un bando e ricevere il primo saldo dopo anni? In Puglia, per esempio, i controlli formali non vengono effettuati all’inizio dell’iter. In prima battuta viene chiesta una cauzione a garanzia senza altra documentazione aggiuntiva e poi, a fine pratica, vengono effettuati i controlli sul campo per vedere se quanto ottenuto sia stato effettivamente speso conformemente a quanto dichiarato. Se tutto è in regola, l’imprenditore recupera l’acconto e ottiene il resto delle somme. Viceversa, perde l’acconto e, ovviamente, viene denunciato alla Procura della Repubblica. Attivando questi processi, la spesa o la rendicontazione delle spese avrebbero un’accelerazione notevole, mentre ora stiamo morendo di formalismo esagerato. In Sicilia abbiamo una legge, la 7 del 2019, che detta le regole proprio sulla semplificazione amministrativa. Ma manca di un pezzo, ossia la sanzione per chi non rispetta i tempi. La domanda da porre all’assessore alla Funzione pubblica è quindi: quante sono le pratiche andate in porto in un anno di attività da parte degli uffici pubblici? Può accadere che l’impresa non invii la documentazione necessaria, ma accade spesso che le pratiche restino impantanate con la motivazione della carenza di personale. Così non si va da nessuna parte”.

Giudica accettabili i tempi di pagamento alle imprese da parte della Pubblica amministrazione?
“Assolutamente no. Il problema è generalizzato dalle piccole alle grandi forniture o servizi. Anche in questo caso esiste una norma comunitaria che prevede che i pagamenti da parte della pubblica amministrazione avvengano entro 30 o 60 giorni. Con poche eccezioni, anche questa è disattesa. Aggiungo che i ritardi comportano spesso gravosi interessi moratori, ma i problemi sono anche più grossi, perché molti enti locali rischiano il default. Esistono problemi di riscossione di tributi locali e i sindaci si caricano di responsabilità notevoli. Numerosi enti locali sono portati avanti da precari, molti funzionari sono andati in pensione e c’è il blocco del turn over, per cui il corpo amministrativo è ridotto a poche unità che non possono svolgere tutti i compiti in tempi brevi. Così però non va. Invertire la rotta deve essere una priorità condivisa”.

La formazione è troppo scolastica e teorica vogliamo portare l’azienda nell’Università

Il sistema di formazione regionale è utile alle aziende che fanno parte della vostra associazione?
Abbiamo una formazione ancora troppo scolastica e teorica, dove la pratica è poco presente, a parte negli istituti professionali. Se un’azienda cerca un direttore della produzione si rivolge a un ingegnere gestionale che, però, non è mai entrato in una fabbrica e non ha idea dei fattori produttivi, dell’organizzazione del personale o dell’ottimizzazione dei processi produttivi. Questo significa che chi esce dall’Università dovrà innanzitutto fare pratica e capire come funziona un’impresa. Servono abilità, quelle che gli inglesi chiamano soft skills, necessarie per entrare in una realtà produttiva. Spesso un imprenditore si trova a dover formare da zero le figure professionali necessarie e questo significa un investimento di medio-lungo periodo. Se c’è una esigenza immediata il problema emerge in modo drammatico. Un esempio? Il bonus del 110% ha portato a un incremento esponenziale dei lavori per cui le aziende hanno avuto necessità di direttori di cantieri. E certamente non è stato possibile reperire queste figure tra i neo diplomati geometri che non hanno mai vissuto un cantiere. Le ore svolte nell’ambito dei percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento nelle scuole non sono sufficienti. Per questo Sicindustria ha di recente sottoscritto con il nuovo rettore di Palermo, Massimo Midiri, una convenzione grazie alla quale ci siamo resi disponibili anche a entrare nelle aule universitarie per creare una vera e propria osmosi tra mondo della formazione e mondo della produzione. Vogliamo portare l’azienda nell’Università anche perché molti studenti studiano e restano fuori dalla Sicilia nonostante qui esistano belle realtà che cercano personale adeguato”.

Far ripartire il Sud Italia per rilanciare tutto il Paese

C’è una politica seguita Confindustria nazionale per dare più sostegno alle associazioni del Sud Italia?
“Confindustria è sempre stata chiara sul fatto che, se riparte il Sud, riparte tutta l’economia italiana e non a caso i Giovani imprenditori hanno organizzato il convegno nazionale proprio a Palermo con la presenza del presidente Carlo Bonomi”.

Ritiene adeguate le politiche di supporto avviate dal Governo regionale?
“I rapporti sono buoni e non è mai mancato il confronto sulle problematiche riguardanti le aziende. Nonostante questo ci sono delle importanti criticità, soprattutto per quanto riguarda i tempi delle autorizzazioni, che non si riescono a superare. A fine 2021 i progetti in attesa di un provvedimento autorizzativo (Decreto) erano 1.155. E dietro questi numeri ci sono investimenti che sfumano, imprese che muoiono, posti di lavoro che non vengono creati, giovani costretti a emigrare a causa di uno sviluppo economico bloccato da una burocrazia spesso troppo autoreferenziale. Di certo, questo governo ha portato avanti delle iniziative pregevoli, come il lavoro sull’immagine turistica o la spesa velocizzata dei fondi comunitari, ma ai ritardi della burocrazia non ha saputo porre rimedio”.

Ci risulta che spesso le aziende fatichino a trovare profili professionali adatti alle loro esigenze. Come si può risolvere?
“A oggi, l’unica formazione che funziona pienamente è quella autofinanziata dalle imprese che seguono i ragazzi per sei mesi con il sistema del tirocinio retribuito al termine del quale può decidere se assumerli con un ex contratto di formazione del lavoro e poi stabilizzarlo o meno. L’obiettivo, però, deve essere quello di creare un sistema formativo capace di rispondere alle esigenze delle imprese così da dare maggiori opportunità ai nostri giovani”.

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