Scuole in condizioni fatiscenti, qualità dell’istruzione, il dissenso contro il tetto degli alunni stranieri in aula, ma anche l’aumento del costo dei carburanti e la sensazione di essere abbandonati a se stessi e tanto altro. Continuano le proteste degli studenti in tutta Italia con tantissimo riscontro in Sicilia. A Palermo sono già diverse le scuole occupate, o in assemblea permanente che aderiscono.
Adriano Rizza, segretario regionale Cgil Scuola, contattato dal QdS.it fa il punto sulla particolare situazione che mostra, però, le tante criticità del settore. Che sono presenti da anni.
L’esponente sindacale parte proprio dal tema dell’edilizia scolastica. “La situazione – sottolinea – è davvero preoccupante sotto questo punto di vista. La settimana scorsa abbiamo affrontato il tema dando voce ai ragazzi che hanno piena contezza. I dati, inoltre, sono impietosi: nell’anno scolastico passato, il 2025-2026, vi sono stati in Italia il 68 crolli, il 15 percento solo in Sicilia e di questi ben quattro solo a Palermo. Questo numero dovrebbe già allarmare”.
Rizza fa riferimento ai dati dello studio dell’osservatorio civico Cittadinanza Attiva e il dato siciliano estrapolato dal segretario regionale Cgil Scuola sottolinea che nell’Isola vi sono 3.138 edifici scolastici. Di questi, però, “oltre il 77% è privo di agibilità, ossia 2.431”.
Gli edifici scolastici hanno un’età media che sia avvicina ai 60 anni e oltre la metà è stata realizzata prima del 1976, anno in cui entrò in vigore la prima normativa antisismica di riferimento. Studenti e personale vivono, dunque, in ambienti didattici vulnerabili.
Questa situazione “assume particolarmente rilevanza in una regione caratterizzata da una significativa esposizione al rischio sismico”. Impossibile non fare riferimento ai due terremoti di venerdì scorso (di magnitudo 5.5 e 5.0) registrati al largo del Mar Tirreno per fortuna non hanno avuto danni.
In questo caso il sindacato chiede una programmazione pluriennale, accompagnata da investimenti strutturali e continuativi, una ricognizione aggiornata e trasparente delle condizioni degli edifici e delle certificazioni. Priorità, inoltre, agli interventi di messa in sicurezza, prevenzione sismica e manutenzione.
Rizza aggiunge: “ Studenti e lavoratori hanno diritto a frequentare ambienti sicuri e adeguati”.
Sulla insufficienza dei trasporti pubblici
Ma i motivi del dissenso sono anche quelli relativi ai costi dei trasporti pubblici. Rizza ci dice: “Gli studenti devono pagare prezzi elevati senza però avere la stessa qualità di servizio che si hanno nelle altre regioni, soprattutto al centro nord”.
Dispersione scolastica e povertà educativa
“Anche questo è un tema caldo – osserva – perché vi sono troppi studenti che in età scolare non concludono il percorso di studi per tante ragioni. Il problema è quasi sempre di natura economico e quindi magari chi non termina il suo percorso lo fa per andare a lavorare e dare una mano in famiglia ma c’è anche chi viene attratto dal guadagno facile della criminalità. Per quanto riguarda, invece, la povertà educativa, siamo ai primi posti. Ribadisco: i nostri studenti non hanno le stesse possibilità dei coetanei del centro nord. Siamo carenti in palestre, servizi mensa, laboratori e trasporti”.
I due fenomeni vengono spiegati anche con i numeri. Secondo quanto reso noto da Cgil Scuola Sicilia solo il 14,4% delle scuole siciliane ha le mense e questo limita la possibilità di estensione del tempo pieno. L’assenza di palestre (incluse solo nel 27,3% delle scuole), laboratori e spazi adeguati riduce le opportunità formative, sportive e di socializzazione.
Le perplessità sull’alternanza scuola-lavoro
Anche l’alternanza scuola-lavoro è oggetto delle proteste. Rizza spiega al QdS.it: “Così come viene intesa dal Governo nazionale non è ottimale. La vogliono trasformare in un percorso formativo per lavoratori. Il principio di sé può anche andare bene ma l’idea di trasformare le superiori con un ciclo di 4 anni più 2, ossia i primi quattro per conseguire il diploma e i due per specializzarsi in un mestiere preclude ai giovani di poter scegliere per il futuro”.
E aggiunge: “Chi inizia le scuole superiori ha circa 13-14 anni ed è un’età difficile per capire cosa si voglia fare in futuro. Viviamo in una società dove anche chi ha superato i 30 anni spesso e volentieri non sa cosa voglia fare a livello lavorativo. Diciamo che in quel modo si traccia una strada dritta senza dare alternative a chi la intraprende”.
Continua: “Noi vediamo la scuola come luogo di formazione del cittadino, secondo gli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione (principio generali di uguaglianza; libertà di scienza, arte e insegnamento e diritto allo studio, ndr)”.
Tetto degli alunni stranieri nelle aule, “Una visione distorta”
C’è anche contrarietà sul tetto degli alunni stranieri nelle aule al 30 percento. Disposizione che si dovrebbe applicare al prossimo anno scolastico (2027-2028). “Questa – commenta – è una visione distorta che hanno gli adulti. Se chiediamo a un bambino sui suoi compagni stranieri, lui vede altri bambini, compagnetti, come è giusto che sia. È una distorsione che hanno solo gli adulti”.
E aggiunge: “Negli ultimi cinque anni il numero degli studenti immigrati – che sono la stragrande maggioranza di seconda generazione e quindi nati qui in Italia – ha ripopolato le classi anche qui in Sicilia. Vi sono da 21mila a 30mila studenti in più contro un calo di 11mila alunni siciliani. La soluzione, dunque, non è mettere il tetto ma ci vuole consapevolezza del fenomeno. Si deve rafforzare il personale scolastico, non diminuirlo. Abbiamo la possibilità di migliorare la qualità formativa col numero degli studenti che abbiamo. Ma per farlo non si possono avere 300mila precari con docenti che sono costretti a cambiare scuola di anno in anno senza la possibilità di dare continuità agli allievi. C’è anche il tema della dignità di questi docenti: grande responsabilità di formare i cittadini del futuro ma con stipendi bassi”.
“Ascoltare i ragazzi”
Sul tema delle proteste studentesche, Adriano Rizza osserva: “Bisogna ascoltare i ragazzi. Certamente ci sono stati episodi di violenza che vanno e devono essere condannati. Chi li fa non solo fa un danno a se stesso ma lo fa all’intera categoria. Oltre a tutto quello di cui abbiamo parlato, mancano le prospettive occupazionali. I giovani lo sanno, riconoscono il problema e lo vivono in prima persona. Sanno che in queste situazioni saranno costretti ad abbandonare la loro terra per trovare un lavoro. In questo clima si alimenta la sfiducia. Allora, a questo punto, la cosa principale diventa ascoltare e dialogare, fare sentire la presenza dello Stato. Ci vogliono però elementi tangibili, risolvere i problemi basilari. Ci deve essere un confronto sempre aperto tra istituzioni, docenti, studenti e sindacati”.
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