Sutrio (Udine), 7 lug. (askanews) – C’è un modo molto semplice per capire Sutrio: qui l’albergo è il paese stesso. La reception è una porta d’ingresso. Poi l’ospitalità si sparpaglia tra le case di pietra e legno, i vicoli lastricati, i ballatoi, le scale, i cortili. Borgo Soandri, albergo diffuso nato nel 2000, funziona così: appartamenti recuperati nel borgo, una regia centrale, servizi comuni, convenzioni con ristoranti, negozi, produttori e guide. Per andare a dormire attraversi un pezzo di paese. Per andare a cena, un altro. Alla fine, volente o nolente, prendi il passo del posto. Sutrio sta sotto lo Zoncolan, nel cuore della Carnia, con una bellezza che si gusta attraverso la pazienza e la voglia di scoprire.
Lo spiega bene Enzo Marsilio, ex consigliere ed ex assessore regionale, che su quel modello ha lavorato: ‘L’idea non era fare un albergo con delle dépendance, ma un paese-albergo, un progetto di comunità’. Il turista, dice, dovrebbe ‘vivere la quotidianità della comunità, le cose che nel paese si fanno normalmente’: persino l’aperitivo al bar diventa un piccolo rito di appartenenza. Con quel tajut, il bicchiere di bianco friulano eccellente che qui costa un terzo rispetto a Milano.
Marsilio ricorda che la legge regionale ha aiutato i privati a recuperare le case, legandole per anni alla gestione dell’albergo diffuso. Ma il punto, dice, era un altro: ‘Far diventare il paese un sistema turistico’, senza perdere il modo normale di vivere la comunità.
Qui il turismo serve, porta lavoro, tiene aperte attività, dà futuro a case e paesi che rischierebbero di diventare cartoline disabitate. Ma va governato, tenuto dentro il ritmo del luogo. Sutrio i turisti li vuole. Li vuole curiosi, non concentrati tutti negli stessi giorni, negli stessi vicoli, negli stessi orari.
I numeri raccontano che qualcosa sta funzionando. Otto anni fa Borgo Soandri, con 33 appartamenti e 133 posti letto, registrava circa ottomila presenze l’anno. Oggi, con lo stesso numero di appartamenti e posti letto, le presenze sono raddoppiate. La crescita arriva dall’uso più intelligente dell’esistente. Invece di aggiungere letti, si lavora meglio su quelli che ci sono.
Dietro c’è anche Visit Zoncolan, rete d’impresa nata per promuovere e commercializzare l’offerta turistica del comprensorio dello Zoncolan. Il presidente Silvio Ortis, che guida anche l’albergo diffuso, la racconta con un misto di concretezza carnica e impazienza civile. La sua visione sta in due frasi: ‘Noi non vogliamo turisti’, dice. ‘Vogliamo turisti curiosi’.
Oggi la rete mette insieme 54 soci: hotel, ristoranti, bar, caseifici, macellai, operatori del territorio. ‘Andiamo sul mercato con una faccia sola’, dice Ortis. In una terra di vallate, paesi e campanili, la frase ha un peso che va oltre il marketing.
L’idea viene anche dal lavoro fatto attorno allo Zoncolan ciclistico con Enzo Cainero, l’uomo che ha contribuito a farne una salita mitologica del Giro d’Italia. Per promuovere davvero quel massiccio, racconta Ortis, serviva mettere insieme comuni, imprese, territori. In montagna, dove tutto è più difficile e più piccolo, la parola rete è una necessità fisica.
La parte più interessante, oggi, riguarda le famiglie.
‘L’Italia se ne frega delle famiglie’, dice Ortis, senza girarci troppo intorno. La frase è brusca, ma va al centro della questione: finisce la scuola, arriva giugno, i bambini sono liberi, i genitori hanno ancora riunioni, mail, turni, scadenze.
Da qui nasce ‘Vivere la montagna in famiglia’, il progetto pilota lanciato da Visit Zoncolan a Sutrio: bambini dai 6 ai 13 anni in un camp tra boschi, orti, animali, sport, laboratori manuali, attività con il legno, malghe e camminate; genitori nel borgo, con la possibilità di lavorare da remoto in spazi attrezzati. Un pacchetto turistico, certo. Ma anche qualcosa che somiglia molto a un esperimento di welfare territoriale.
I bambini vengono affidati al mattino e passano la giornata fuori. Vanno a vedere una malga, mettono le mani nell’orto, camminano, giocano, costruiscono, litigano un po’, fanno pace, tornano stanchi. Stanchi bene, che è una condizione sempre più rara nell’infanzia contemporanea. Dopo una giornata così, un bambino ha attraversato un pezzo di mondo reale.
Da genitore lo capisci subito. La sera i bambini hanno quella faccia lì: accesi e cotti, felici e un po’ sporchi, pieni di micro-racconti laterali che per loro sono epica e per noi adulti sembrano dettagli. Un insetto, un animale, un compagno nuovo, un laboratorio, una camminata. Sono entrati in rapporto con un luogo. E la differenza si vede.
Intanto i genitori lavorano. Detto così sembra una condanna, ma in realtà è quasi un lusso: poter lavorare senza l’angoscia logistica di aver parcheggiato i figli da qualche parte, sapendo che stanno vivendo una settimana vera. È vacanza? È lavoro? È una tregua. E in questo tempo nervoso anche le tregue hanno valore.
Ortis vorrebbe far crescere il progetto. Nel 2026 il camp è partito come sperimentazione, ma l’obiettivo è estenderlo in futuro da giugno a settembre, con una precedenza anche per i figli dei soci della rete, per gli abitanti del luogo e poi per le famiglie che arrivano da fuori. ‘Una rete d’impresa deve fare anche il bene dei soci e del territorio in cui è immersa’, ragiona Ortis. È un modo diverso di intendere l’impresa: vendere servizi, ma anche costruire condizioni perché un territorio resti abitabile.
Anche qui, però, la poesia dura poco se i conti non tornano. I ragazzi che seguono i bambini vanno pagati, i pasti costano, l’organizzazione pure. Sul camp, spiega Ortis, l’obiettivo è il pareggio: senza guadagnarci, e senza rimetterci. L’idea è andare in Regione con numeri concreti e chiedere un sostegno per rendere stabile il progetto. Il welfare, quando funziona, raramente nasce da una sola tasca: servono famiglie, imprese, istituzioni, territorio.
A dare carne a questo racconto ci sono persone come Rossella Silverio e Manuel, che a Sutrio vivono, lavorano e crescono i figli. Rossella, 36 anni, è nata qui. Ha studiato all’alberghiero di Longarone, poi ha fatto stagione al mare, a Jesolo, dove ha conosciuto Manuel. Per un periodo hanno vissuto verso Udine. Poi sono arrivati i figli, i genitori erano qui, e la montagna ha ricominciato a chiamare.
‘Alla fine qua stiamo bene. Anche per crescere i bambini è tutta un’altra cosa’, racconta Rossella. Le figlie escono tranquille, portano fuori il cane, girano senza la fobia che spesso accompagna i luoghi più grandi. Il paese è più piccolo, più contenuto. Si fa meno, forse. Ma si respira di più.
Rossella lavora anche in un albergo ad Arta Terme e vede bene la distanza tra chi arriva dalla città e chi cresce qui. Racconta di genitori che chiedono dove portare i figli a vedere una mucca viva. ‘Mi dicono: dove posso portare mio figlio a vedere una mucca? Perché non ne ha mai vista una viva. E io penso: come non ha mai visto una mucca? Mia figlia andava col passeggino vicino alle mucche’.
Con Manuel gestisce un ristorante a Sutrio. E riconosce l’importanza dell’albergo diffuso: ‘È importante perché riempie il paese’, spiega. È forse la frase economica più precisa di tutto il racconto. Riempie il paese, e così dà sostanza anche ai locali, alle attività stagionali, alla ristorazione.
Anche Giacomo Della Pietra, tra i più promettenti chef friulani, proprietario con la famiglia dell’Osteria da Alvise e già chiamato da giovanissimo a rappresentare la montagna del Friuli Venezia Giulia a Expo Milano, conferma la stessa lettura: ‘In vent’anni il paese è cambiato molto. L’albergo diffuso è stato importante: ha fatto crescere attività, ristorazione, cucina, un po’ tutto’.
Un albergo diffuso è una formula ricettiva, ma anche un’idea di territorio. Un borgo può ospitare senza travestirsi, crescere senza costruire nuovi volumi, accogliere turisti ricordando che prima dei turisti ci sono gli abitanti.
Sutrio sta tutto lì: nelle case recuperate invece che lasciate vuote, nei ristoranti che lavorano anche fuori stagione, nei bambini che tornano stanchi dai boschi, nei turisti che restano dentro il paese qualche giorno invece di attraversarlo come una scenografia. C’è una scena che racconta tutto questo meglio di ogni numero: un genitore chiude una call dentro una stanza con il wi-fi, mentre fuori il paese procede con il suo passo; un bambino, da qualche parte nei boschi, impara che il mondo contiene anche erba, legno, mani, animali, persone. La sera si ritrovano: uno ha finito di lavorare, l’altro ha vissuto un’avventura. È una strada possibile: usare il turismo per tenere vivo un paese, invece di consumarlo.

