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Verso la realizzazione dei termovalorizzatori in Sicilia, dalla cenere dell’Etna agli impianti: gli elementi all’attenzione della Cts

Verso la realizzazione dei termovalorizzatori in Sicilia, dalla cenere dell’Etna agli impianti: gli elementi all’attenzione della Cts
Il rendering dei due progetti per Catania e Palermo

Oltre 90 chiarimenti richiesti dalla commissione tecnico-specialistica incaricata di valutare i progetti per la realizzazione degli impianti di Palermo e Catania

Approfondimenti sui materiali che alimenteranno i forni, maggiori verifiche sugli impatti ambientali, richieste di tenere conto dell’effetto cumulativo derivante dagli impianti presenti nei rispettivi circondari, qualche probabile refuso e pure un riferimento all’Etna. Sono quasi un centinaio gli appunti che la commissione tecnico-specialistica ha riportato nei pareri intermedi emessi dopo aver preso in mano i progetti per la realizzazione dei termovalorizzatori a Palermo e Catania.

Gli impianti rappresentano uno degli obiettivi principali dell’attuale Governo Schifani. Il presidente della Regione, che ha ottenuto dal governo Meloni i poteri commissariali, sin dal proprio insediamento ha dichiarato di vedere nei due siti l’unico modo per mettere la Sicilia in condizione di essere autosufficiente nello smaltimento dei rifiuti indifferenziati.

Per riuscirci, Schifani ha messo sul tavolo un investimento da 800 milioni di euro. Prima però serve ottenere le autorizzazioni ambientali.
Il primo vaglio da parte della Cts ha certificato la necessità di rimettere mano ai progetti. “Valutato che l’esame della documentazione e delle informazioni fornite ha evidenziato alcune criticità per le quali si richiedono i seguenti approfondimenti o integrazioni”, è la frase che in entrambi i pareri anticipa la lista di richieste fatte dalla commissione.

La strada verso i termovalorizzatori in Sicilia, la situazione a Palermo

Il progetto palermitano interessa la zona di Bellolampo, la stessa in cui è presente la grande discarica pubblica utilizzata dal Comune del capoluogo e da altri enti locali della provincia. Il parere intermedio della Cts contiene 44 prescrizioni. La lista è varia.

Uno degli aspetti che si chiede di chiarire riguarda il rapporto tra il termovalorizzatore e le piattaforme di ricezione dei rifiuti, i cui scarti dovrebbero finire nei forni per essere smaltiti.

Nella relazione presentata per Palermo – ma il discorso vale anche per Catania – si citano le realizzazioni di una piattaforma per provincia specializzate nella selezione avanzata dell’indifferenziata e che hanno come prodotto di scarto il Css (combustibile solido secondario) che finirebbe nel termovalorizzatore. Lo stesso dicasi per gli scarti degli impianti di biodigestione e compostaggio pubblici: nel piano rifiuti si parla di realizzarne almeno dieci. Infine nel progetto si fa riferimento ad almeno cinque impianti pubblici di trattamento della frazione secca della raccolta differenziata (carta, plastica, legno, Raee, tessili), i cui scarti possono essere termovalorizzabili.

La Cts fa però notare che “occorre produrre un cronoprogramma relativo all’entrata in funzione a regime del sistema delle piattaforme a gestione pubblica”. Maggiori dettagli vengono richiesti anche per le singole tipologie di rifiuto che si prevede di ricevere, tanto nella fase transitoria (2028-2030) che in quella a regime (2030-2050).

Le richieste di integrazione riguardano anche le modalità di gestione del percolato, la definizione di una rete di controllo e monitoraggio delle acque sotterranee e di falda, ma anche banalmente le modalità con cui si pensa di gestire i reflui civili. “Non essendo l’area servita da pubblica fognatura, il progetto prevede la realizzazione di due vasche di tipo Imhoff con funzione di solo accumulo e svuotamento tramite auto-spurgo”, si legge nel parere, dove si mette in dubbio l’efficacia della proposta.

Per quanto riguarda le tecnologie da implementare nell’impianto, la Cts chiede una relazione “che motivi la scelta che ha portato alla previsione di due camini di emissione fumi con due linee separate di combustione” e “l’utilizzo dei soli abbattitori a secco”. Inoltre bisognerà fornire la copia della deroga “che potrà consentire la costruzione del termovalorizzatore entro i tre chilometri dai centri abitati”.

Un’altra importante integrazione riguarda le informazioni da dare in merito al “sito di conferimento delle ceneri e dei residui del sistema di trattamento dei fumi, distinguendo tra recupero e smaltimento e i quantitativi annui stimati per ciascuna tipologia di residuo”.

A dover essere chiariti, infine, sono gli aspetti riguardanti l’analisi del rischio sanitario in una zona già oggetto di contaminazione storica per via della presenza della discarica.

A Catania si tira in ballo anche l’Etna, le richieste di integrazioni

Il progetto per il termovalorizzatore catanese ha ricevuto 52 richieste di integrazioni. La più curiosa è sicuramente quella in cui si chiede alla Regione “se trattasi di refuso il riferimento al sito dell’Autorità di bacino distrettuale dell’Appenino Meridionale”, ente che nulla ha a che vedere con la Sicilia.

Decisamente più seria è invece l’osservazione riguardante la necessità di valutare gli impatti del termovalorizzatore sulle attività della caserma dei vigili del fuoco che si trova nei pressi dei terreni selezionati dalla Regione per la costruzione dell’impianto. La stessa richiesta viene fatta citando le altre attività industriali presenti.

Anche per il termovalorizzatore di Catania si chiede di produrre “esiti analitici eseguiti sui campioni di acque sotterranee” con l’obiettivo di “fornire ogni utile elemento circa la qualità delle medesime in condizione ante operam, possibilmente distinguendo i diversi livelli produttivi acquiferi intercettati (falda libera e in pressione)”.

Inevitabilmente interessa soltanto il progetto catanese la richiesta di fornire maggiori delucidazioni sulla compatibilità dell’impianto con l’Etna, che dista circa 28 chilometri.

“Il proponente dovrà produrre idonei studi e analisi che dimostrino la non interferenza delle ceneri vulcaniche e dei fumi dell’Etna che ciclicamente interessano l’ambito di riferimento, con il funzionamento del termovalorizzatore – si legge nel parere rilasciato dalla Cts –. Il proponente dovrà dimostrare che la natura abrasiva e la granulometria fine delle ceneri vulcaniche (in quantitativi importanti come spesso si registra), non determini l’intasamento degli impianti di depurazione dei fumi e non danneggi i sistemi di aspirazione e i filtri e dovrà contestualmente descrivere tutte le necessarie e indispensabili opere, macchinari e apparecchiature da utilizzare nel caso di forte attivazione esplosiva del vulcano, al fine di garantire il funzionamento del termovalorizzatore ed evitare l’insorgere di rischi e pericoli sanitari”.

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