PALERMO – Tra cinema d’autore e commedie popolari, tra ruoli disillusi e improvvise crepe di ironia, il suo percorso racconta un modo diverso di essere protagonista: meno patinato, più umano. E proprio in questa autenticità risiede il suo fascino.
Che interpreti un tale allo sbando o un antieroe contemporaneo, Valerio Mastandrea riesce sempre a restituire qualcosa di familiare, come se sullo schermo ci fosse qualcuno che conosciamo davvero – o, forse, una parte di noi stessi. Dà vita a “Migliore”, opera straordinaria di Mattia Torre. Un monologo tagliente, brillante e sorprendentemente comico, diventato un cult. Prodotto dalla compagnia Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo, lo spettacolo verrà rappresentato dall’8 al 10 maggio al Golden di Palermo, concludendo trionfalmente la stagione Turi Ferro 2025-2026, e poi a seguire dall’11 al 13 maggio all’Abc di Catania (fuori abbonamento).
Il pubblico siciliano è noto per essere caloroso ma anche molto esigente. Qual è la sfida più grande nel portare “Migliore” su questi palcoscenici?
“La sfida rimane quella di trasmettere – con questo testo – tutto quello che Torre voleva raccontare. Una storia scritta più di vent’anni fa, ma che trova spazio nella società attuale in maniera fortissima”.
Questo spettacolo parte da lontano: com’è nata, l’idea originaria di mettere in scena il testo di Mattia Torre?
“Mattia voleva raccontare la parabola ascendente di un uomo che, per la sua natura sincera e leale, era abituato a perdere. E credo volesse sottolineare come oggi per occupare un posto da ‘dirigente’ nel mondo (non solo da un punto di vista professionale) ti venga chiesto di rinunciare a quello che sei”.
Un mite che smarrisce ogni filtro sociale e si rende conto che cinismo e spietatezza sono spesso premiati come strumenti per emergere. ‘Talenti’ grazie ai quali, improvvisamente, funziona tutto meglio. Dobbiamo preoccuparci?
“Beh, più preoccupati di così, in questi tempi di ricerca della forza come unico strumento per comunicare! Il problema della parabola del nostro personaggio non è la parabola in sé ma come viene interpretata dagli altri. È come se avessimo bisogno di chi è cattivo per noi, di chi fa la guerra per noi. È come delegare al prossimo della cattiveria a cui uno ambisce e che considera l’unico modo per sopravvivere”.
Nel Sud si dice spesso che “i buoni restano indietro” e questo monologo sembra confermarlo con crudele ironia. C’è un momento preciso in cui sente che il suo personaggio smette definitivamente di essere “innocente”?
“Secondo me no. Perché credo che la natura delle persone, specie quando è pura e sana, non cambi. O almeno lo spero. Per me, un briciolo di innocenza, Alfredo, la mantiene”.
Un uomo qualunque che più qualunque non si potrebbe. Il vessato per antonomasia: dai datori di lavoro, dalla famiglia, dalle donne. Soffre d’ansia e di insonnia, in amore è un disastro, mentre sul suo immediato futuro si allunga l’ombra di un possibile licenziamento. Fino a quando, un giorno, per eccesso di zelo e goffaggine, è causa di un grave incidente. Alfredo Beaumont subisce così un cambiamento radicale, da vittima a carnefice. Lei lo interpreta come una liberazione o una sconfitta?
“Tutte e due. Qui sta la difficoltà: restare in bilico e rinunciare al giudizio”.
Un’esperienza teatrale potente e spiazzante, come un pugno allo stomaco. Cos’è che ancora la colpisce come fosse la prima volta?
“Continua a colpirmi come il pubblico interpreti questa storia. Quello sempre”.
Recitare questo testo significa anche portare avanti una certa visione etica. Ne sente la responsabilità?
“Sento la responsabilità di dare sempre il massimo nel rispetto del testo e del pubblico. In questo senso, il teatro è responsabilità più di ogni altra forma d’arte”.
Si ride molto durante la rappresentazione, ma un attimo dopo ci sente leggermente a disagio. È la risata o siamo noi il problema?
“Ridere non può essere mai un problema. Anche quando ci si pente mentre si ride”.
Quella capacità di stare in scena con apparente naturalezza, come se ogni battuta fosse pensata sul momento, come se ogni silenzio avesse qualcosa da dire. E invece dietro c’è un mestiere affinato negli anni, che l’ha portata a vincere prestigiosi riconoscimenti come i Nastri d’argento e i David di Donatello. Ebbene, il successo le ha dato risposte o ha solo reso più sofisticate le domande?
“L’unico successo di cui mi nutro è quello di aver trovato un lavoro che mi piace e che mi fa fare domande, perlopiù. Le risposte non sono nemmeno tanto necessarie”.
Si riconosce ancora nello sguardo con cui ha iniziato?
“Nell’approccio sì, poi l’esperienza è naturale che ti faccia vivere tutto in maniera diversa. L’importante è non impedirsi di sorprendersi sempre, nelle storie che racconti o nei personaggi che ti si presentano davanti”.
Romano, classe 1972, con una predilezione per quei personaggi imperfetti, spesso in bilico tra malinconia e sarcasmo. Per Valerio Mastandrea, recitare è un modo per nascondersi o per dirsi la verità?
“Tutte e due le cose, credo. Anzi, lo spero”.

