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I “fanatici ignoranti” dei social e dei talk show

I “fanatici ignoranti” dei social e dei talk show
Smartphone (Imagoeconomica)

Il rischio per la democrazia quando il rumore batte la conoscenza

Nei palinsesti televisivi degli ultimi anni, così come negli spazi digitali, è sempre più riconoscibile un tipo umano ricorrente: il “fanatico ignorante”. Si tratta di individui che, spesso impreparati, superficiali o del tutto inadeguati rispetto al tema trattato, si presentano con grande certezza e aggressività, nutrendo la propria opinione più sul sentito dire che sul serio studio. Non si tratta di casi isolati, non si tratta di fenomeni sociali alimentati dalla struttura stessa dei media contemporanei, in cui la visibilità spesso vale più della competenza. Si tratta invece di qualcosa di più complesso e persino pericoloso, una sorta di cultura del “mi basta farlo sapere” e il resto non conta.

Social media e opinioni “pari”: quando ogni post vale più della conoscenza

Il fenomeno dei “fanatici ignoranti” sfrutta in modo naturale la grammatica dei social, attraverso la quale ogni opinione è “pari”, ogni emozione è “votabile” e ogni post è misurabile in like, condivisioni e commenti.

In questo contesto, la confusione tra conoscenza e opinione diventa cronica e meno male che sulla “legge di Newton” non si vota, altrimenti simili soggetti pretenderebbero di fare anche questo. Chi parla poco, ma forte, spesso ottiene più eco di chi parla con prudenza e competenza. Non serve conoscere la storia delle pensioni, la teoria delle leggi internazionali o il funzionamento della scuola: è sufficiente trovare un’etichetta, una narrativa semplice, una causa da difendere e soprattutto un nemico da attaccare.

Il problema è che la rete, come i talk, non neutralizza la propria audience, ma la premia. Un commento furioso, anche se incoerente, arriva più lontano di un’analisi complessa. In questo modo, la banalità viene amplificata, l’ignoranza stabilizzata e la confusione restituita come normalità. In questo modo, quindi, il fanatico riceve conferma sociale: se sono così visibile, allora “devo” avere ragione, o almeno mi si deve riconoscere importanza.

Talk show e pantomima intellettuale: quando il rumore batte la competenza

Anche la televisione partecipa a questo processo. I talk show, specie quelli che puntano più sullo scontro che sul confronto, finiscono per selezionare i “personaggi” più rumorosi e credibili nell’immaginario del pubblico, non per la loro preparazione, ma per la loro capacità di esasperare un tema in pochi minuti.

Un esperto, un ricercatore o un professionista, che pesa le parole e cita fonti, spesso appare meno “divertente” di chi parla con sicurezza assoluta, anche quando dice sciocchezze, cosa che accade molto spesso.

Il risultato è una confusa e spesso volgare pantomima intellettuale: clip, siparietti, battute, che nascondono o banalizzano la profondità dei problemi reali. Il pubblico, educato a questo ritmo, finisce per confondere l’abilità di parlare con l’abilità di pensare e di conoscere ciò di cui si parla. Così, i “fanatici ignoranti” vengono riproposti come “voci del popolo”, quando in realtà sono solo “voci del rumore di fondo”.

Libertà di parola non è libertà di ignoranza: il rischio per la democrazia

Una delle giustificazioni più frequenti di questo fenomeno, che non esiterei a definire drammatico, è la celebrazione del principio secondo il quale “tutti possono parlare”. E si tratta di un principio formale, indispensabile in una democrazia, ma che non deve essere scambiato con “tutte le opinioni sono ugualmente valide” che non è assolutamente vero. In una società matura, la democrazia funziona quando la partecipazione è arricchita dalla competenza, non quando è sostituita dallo scontro casuale. La libertà di parola non è la stessa cosa della libertà di ignoranza.

Il rischio è che, quando la visibilità smette di essere filtrata dalla responsabilità e dalla competenza, la democrazia si trasforma in una sorta di festival di opinioni gratuite, dove il buon senso è percepito come un elemento di disturbo. In questo contesto, il fanatico ha la capacità di danneggiare il senso comune, perché la sua voce non è isolata, ma amplificata e spesso è persino presa per buona, pur non essendola affatto.

La svolta culturale possibile: non condividere automaticamente, verificare, rifiutare la visibilità come criterio di verità

In ogni caso non è solo un problema dei media, che hanno grandi colpe, ma anche degli utenti. La dipendenza sensoriale per il conflitto, la facilità con cui si condivide, senza verificare, una dichiarazione estrema, alimenta ed amplifica tragicamente il fenomeno. La “svolta” culturale potrebbe consistere nel riscoprire la responsabilità personale: non condividere automaticamente, non plaudire chi urla, ma interrogarsi e verificare con cura.

In questo scenario, il fanatico ignorante può essere sia un sintomo sia un prodotto: sintomo della superficialità in cui viviamo, prodotto della nostra tendenza a valorizzare pigramente la visibilità più della riflessione. La vera rivoluzione culturale potrebbe iniziare dal semplice rifiuto di considerare la certezza come un unico criterio di verità, evitando di subire, per pigrizia, ciò che ci fa più comodo.