La mia amicizia con Luigi Zanzi, che è andata crescendo per tutta la vita, è nata negli anni di collegio. I grandi temi ai quali Luigi ha dedicato tanto talento e tanta passione erano in lui già chiari in quegli anni e nel ricordare i vari aspetti della sua poliedrica personalità e cultura, ho pensato che fosse utile un intervento che evocasse l’unitarietà del suo pensiero, dei suoi interessi e delle sue qualità intellettuali e morali.
Collegio Ghislieri e Cairoli: la generazione della ricostruzione e i suoi ideali
Ci siamo conosciuti in collegio, io al Ghislieri, lui al Cairoli, io dal 1956 al 1960, lui dal 1956 al 1961, ma, come capita spesso tra i nostri due collegi così contigui fisicamente e moralmente, ci trovammo uniti a collaborare in gruppi di studio e di lavoro trasversali che non trovavano il loro collante né nella facoltà che frequentavamo né nel collegio di appartenenza, ma su temi più generali, più profondi, se vogliamo più legati al senso da dare alle nostre vite. Erano quelli gli anni della ricostruzione, noi eravamo la generazione della ricostruzione e ne eravamo consapevoli. C’erano certamente tanti problemi da superare, ma c’erano anche in noi tanto entusiasmo, tanta speranza e tanta consapevolezza di essere privilegiati, sia perché le vicende storiche ci offrivano la possibilità di essere parte della generazione della ricostruzione sia perché le vicende personali ci permettevano di iniziare il nostro impegno da una posizione privilegiata, come quella che ci offrivano i nostri collegi e la nostra storica università, non solo sotto forma di facilità logistiche, ma di vigorosi e coinvolgenti stimoli intellettuali e morali.
Il federalismo come risposta alla pace
Sugli indirizzi di fondo, le nostre idee erano molto chiare. La chiamata della nostra generazione era quella di essere partecipi e, possibilmente, protagonisti della ricostruzione. Ma la ricostruzione non poteva essere solo in chiave nazionale. Doveva essere inquadrata in uno scenario e in un progetto europeo che superasse per sempre l’Europa delle guerre per sostituirla con un’Europa della convivenza, della solidarietà, della collaborazione, della pace. Entrambi quindi ci trovammo da subito impegnati nel gruppo di lavoro dei federalisti pavesi, che era uno dei più attivi e significativi d’Italia.
Il Manifesto di Ventotene e i maestri del federalismo
Il leader del gruppo era Mario Albertini, il manifesto di riferimento era il Manifesto di Ventotene, i grandi maestri erano Colorni, Spinelli, Rossi, Einaudi. Intorno a questi riferimenti e maestri si era formato un gruppo notevole di giovani impegnati e capaci. Tra questi certo spiccò rapidamente Luigi Zanzi, ma penso anche a Gino Majocchi, a Francesco Rossolillo, ad Antonio Padoa-Schioppa e altri giovani di valore.
Federalisti, non semplici europeisti
Non eravamo generici europeisti ma federalisti, cioè partecipi di un pensiero politico, sociale, culturale, filosofico ben preciso. Studiammo a fondo il pensiero federalista sui testi originali (soprattutto i federalisti americani), ma anche l’esperienza dei Paesi nei quali il pensiero, la filosofia e la pratica federalista avevano dato i migliori risultati, come la Svizzera. Non fu, la nostra, solo attività di studio, ma anche di attivismo politico per sviluppare il Movimento Federalista su scala nazionale, per coltivare contatti con analoghi gruppi in altri Paesi europei (soprattutto Germania e Francia), per preparare il terreno culturale per le future battaglie politiche (come lo Sme, l’elezione diretta del Parlamento europeo, la moneta unica). Luigi diede al movimento un grande contributo di pensiero e di impegno organizzativo che continuò, praticamente, per tutta la vita.

