Un’attesa di 50 giorni - QdS

Un’attesa di 50 giorni

Giuseppe Sciacca

Un’attesa di 50 giorni

venerdì 14 Giugno 2019 - 00:00

Con la festività di Shavuot gli Ebrei ricordano il dono della Torà (Bibbia).

Con la festività di Shavuot gli Ebrei ricordano il dono della Torà (Bibbia). Erano usciti dalla schiavitù d’Egitto ed avevano vagato per quaranta lunghi anni per il deserto, quasi a volersi liberare delle scorie della cattività, conseguenti alle contaminazioni subite, vivendo a lungo a contatto con i culti del faraone e dominati dall’esigenza, preponderante, di salvare giorno per giorno la propria vita. Avevano, finalmente, riacquistato la libertà materiale, ma occorreva, ancora, conquistare la libertà spirituale ed era necessario avere delle regole, senza le quali nessun popolo può mai dirsi libero.

Mosè li condusse ai piedi del monte Sinai, e inerpicatosi da solo sulla cima ricevette in dono, per il Popolo israelita, la legge morale, la cui accettazione era la piena realizzazione del legame diretto di ciascun Ebreo con Dio.
Shavuot significa settimane e si riferisce al fatto che il calendario la colloca sette settimane dopo Pesach, ossia la Pasqua Ebraica. Il legame tra le due festività è così stretto che la Torà, a differenza di altre festività non indica una data precisa, ma dispone che debbano intercorrere tra le due feste cinquanta giorni (Levitico:23;15-16), di cui ne è prescritta la conta dei giorni. Questo periodo di tempo è caratterizzato dall’inquietudine per l’attesa e da un fermento, a causa dell’incertezza che ciascuno nutre sulla propria capacità di saper accogliere, degnamente, gli insegnamenti che si stanno per ricevere.

Nel corso di queste settimane le riflessioni quotidiane sono rivolte ad un maggior impegno a migliorare le proprie caratteristiche comportamentali ed alla crescita interiore. Il periodo era coincidente con quello gioioso della mietitura, in cui si raccoglieva il frumento ormai maturo. Ma allo stesso tempo i primi trentatré giorni dell’Omer, ancor oggi, vengono vissuti come un periodo di lutto, durante il quale non vengono organizzate feste e non si celebrano matrimoni, in ricordo di particolari e gravi eventi luttuosi che hanno colpito il popolo ebraico, nel corso della sua storia.

Durante questo periodo vige l’uso di non tagliarsi i capelli e non radersi la barba. Nella tradizione ebraica è frequente che ad un momento di grande gioia, ne venga accostato uno di profondo lutto. Ciò quasi a ricordare che nella vita non vi è luce che non abbia la sua ombra. Per meglio comprendere la particolarità della essenza della ricorrenza, senza lasciarsi sviare dalle apparenti antinomie, ricordiamo le parole del grande rabbino Elio Toaf, che affermava: Shauvot è una festa che va solennizzata con dolcezza e grande serenità, grati al Signore del dono della Legge.

La Festa ci offre, infine, motivo di riflessione sulle radici ebraiche del cristianesimo, che emegono alla luce dalla stretta rispondenza di Shavuot e la Pentecoste cristiana. Infatti anche quest’ultima Festa si celebra cinquanta giorni dopo la Pasqua, per ricordare la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli radunati nel cenacolo. Ma ancor più, costituisce motivo di similitudine la circostanza che come gli Ebrei si identificano popolo dopo l’accoglienza della Torà, i Cristiani si riconoscono Chiesa proprio a partire dalla Pentecoste.


Quest’anno le celebrazioni di Shavuot avranno inizio al tramonto di sabato otto giugno e si concluderanno la sera del successivo lunedì, al compimento del terzo giorno.

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