Col cambiamento dei tempi, delle classi sociali e di uno scenario internazionale ed economico sempre più in mutamento continuo, cambiano anche le Università. Tanti giovani vogliono costruire il loro futuro, con l’ambizione di realizzarsi tra nuove difficoltà e opportunità da cogliere che in passato non esistevano. Su questi temi, ai microfoni del Quotidiano di Sicilia, è intervenuta la professoressa Stefania Rimini, direttrice del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Catania.
Rimini (Disum): “Gli studenti sono sempre più dinamici e curiosi”
Rispetto alle facoltà di un tempo, quali sono oggi le principali differenze nel ruolo e nelle funzioni di un Dipartimento universitario, sia dal punto di vista dell’offerta formativa sia del rapporto con il territorio?
“Il Dipartimento di Scienze Umanistiche nasce dalla confluenza dell’ex facoltà di Lettere e dall’ex facoltà di Lingue. Ha assorbito le proposte didattiche di entrambe le strutture e ha cercato di armonizzarle tenendo conto delle costanti trasformazioni e degli scenari nazionali e globali. Noi oggi siamo una struttura estremamente composita e il dipartimento più grande dell’Ateneo, che propone sedici corsi di laurea (tra triennali e magistrali) e che naturalmente cercano di strutturare dei percorsi formativi legati a tutte le aree dei saperi umanistici. Per il triennio Lettere, Filosofia, Beni Culturali, Scienze della Comunicazione e Lingue e poi una canalizzazione magistrale che presuppone un’ulteriore conferma di quello appreso nel percorso triennale. Oggi diventa decisiva la scommessa dell’impatto delle nuove tecnologie che stanno profondamente modificando il modo di leggere, di scrivere, di studiare e di pensare la complessità. Quindi, alcuni dei nostri percorsi didattici sono strutturati verso la conoscenza e l’acquisizione di competenze che stanno dentro il paradigma dei social media ma anche dall’Intelligenza Artificiale. Questo lo condividiamo anche con altre aree con una trazione scientifica più forte ma noi stiamo sempre molto attenti a verificare in tempo reale i nuovi orientamenti e le nuove trasformazioni dei discorsi sull’umano e sull’umanità”.
Negli ultimi anni, come sono cambiati gli studenti che si iscrivono al Suo Dipartimento in termini di aspettative, interessi culturali e approccio allo studio rispetto alle generazioni precedenti?
“Gli studenti sono sempre più dinamici e curiosi, pronti a cimentarsi in esperienze formative meno tradizionali. Quello a cui noi stiamo assistendo è un progressivo allontanamento dalla lezione frontale e una maggiore apertura verso i tirocini, rapporti con le aziende e il territorio, pratiche laboratoriali e seminariali. Chiaramente lo studente di oggi sconta un gap decisivo che si trascina già dalla scuola. La disponibilità di strumentazioni tecnologiche crea qualche deficit di attenzione, non è più tanto facile avere un’attenzione piena durante le due ore canoniche di lezione. Però, noi cerchiamo di introdurre delle prove in itinere, dei seminari che portino lo studente già al triennio a diventare protagonista della lezione, a prendersi in carico una parte del programma ed esercitarsi in aula. In generale, quello che ci fa molto piacere è constatare una creatività dirompente. Sono tantissimi gli studenti che scrivono, fanno musica, che sono già pronti a organizzare cortometraggi. Abbiamo appena ricevuto un premio da un festival di cinema e ambiente della Sardegna dei nostri studenti di Scienze della Comunicazione, che hanno vinto la selezione. Quasi senza saperlo ci siamo ritrovati dentro una premiazione. Quindi, la creatività è un valore aggiunto degli studenti di oggi”.
Attività pratica, dibattito e pensiero critico
In passato l’università era spesso percepita come un luogo più teorico: oggi quanto conta il collegamento con l’attualità, l’informazione e il dibattito pubblico nella formazione degli studenti del Suo Dipartimento?
“Noi cerchiamo di non perdere la trazione e la tensione verso la teoria, che comunque rimane un bagaglio formativo importante. Ma lo sforzo che stiamo cercando di fare, grazie anche a molte istituzioni del territorio e ad alcune risorse di ateneo, è portare i ragazzi a misurarsi fin da subito con le urgenze del tempo presente, in termini di attualità politica, nuove forme di comunicazione, una capacità professionalizzante importante, partendo da due dati. Rimane per molti studenti forte l’attenzione verso la scuola, dobbiamo insistere sulla didattica, ma siamo stati in grado negli ultimi tempi di attivare dei canali formativi e professionalizzanti diversi. Non stiamo fermi a guardare il passato ma cerchiamo di proiettare i nostri studenti verso il futuro”.
Quale ruolo può svolgere la lettura dei quotidiani, sia cartacei sia digitali, nello sviluppo del pensiero critico, della capacità di analisi e della consapevolezza civica degli studenti universitari, e in che modo questa abitudine può contribuire a formare le competenze culturali e informative indispensabili per i laureati di domani, riducendo il divario tra università e società?
“Per noi l’attenzione all’informazione è decisiva. Lavoriamo tanto sulla verifica delle fonti, nel tentativo di smontare il dilagare le fake news. Il pensiero critico per noi è l’attitudine imprescindibile che deve maturare in tutti i corsi di laurea, per mettere gli studenti in grado di leggere il circostante di orientarsi, di farsi un’idea, di prendere una posizione attiva nelle sfide del presente. Tutti gli strumenti sono legittimi. Dal giornale cartaceo fino agli strumenti digitali. Non abbiamo un corso specifico di giornalismo ma direi che il corso di laurea in Scienze della Comunicazione prima e poi il corso magistrale in Comunicazione della Cultura dello Spettacolo si muovono in questa direzione. Abbiamo, per fortuna, delle partnership molto forti con altre attività territoriali, gli sforzi sono dedicati alla possibilità che i nostri studenti, anche fuori dalle nostre aule possano esercitarsi nella lettura, nella comprensione di quello che accade e nella produzione di testi critici. Ad esempio, UniCt magazine è una risorsa interna all’Ateneo; ci sono dei tirocini curriculari che permettono ai nostri studenti di fare esercizio di scrittura giornalistica”.
Il Suo Dipartimento promuove o potrebbe promuovere iniziative (corsi, laboratori, convenzioni, attività culturali) che incentivino gli studenti a informarsi attraverso la stampa quotidiana e i media di qualità?
“Il nostro dipartimento cerca di investire sulla cultura a tutti i livelli. Abbiamo dei cicli di seminari che ormai da diversi anni portano i nostri studenti a fare diretta esperienza nelle diverse formule del giornalismo. Ma abbiamo anche in cantiere la sperimentazione di un festival che dovrebbe, in sinergia con le istituzioni territoriali catanesi e non solo, avvicinare i nostri studenti all’ambito dei media e dell’informazione globalizzata. È un progetto in itinere che sta maturando ma che vedrà una partecipazione attiva dei nostri studenti insieme a un gruppo di colleghe e colleghi che stanno progettando. Noi riteniamo che l’apertura dei nostri studenti nei confronti delle realtà istituzionali del territorio sia necessaria per acquisire una disinvoltura e capacità pratica che può rappresentare un ulteriore guadagno in termini di sapere e saper fare”.
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