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Il vino “ritrovato”: la famiglia Maugeri, le radici della terra e quel patto con l’Etna

Il vino “ritrovato”: la famiglia Maugeri, le radici della terra e quel patto con l’Etna
Renato Maugeri e le figlie Carla, Michela e Paola

Da un sogno rimasto in cantina nel 1972 alla rinascita dei vigneti a Milo: Renato e le figlie Carla, Michela e Paola hanno scelto di restituire valore a un territorio unico

La storia della famiglia Maugeri è profondamente intrecciata alla proprietà di Milo e si configura oggi, più che come una semplice vicenda agricola, come un vero progetto di restituzione di valore a un territorio unico e irripetibile; un luogo appartenuto da generazioni alla famiglia di Renato e alle figlie Carla, Michela e Paola, quello della nonna, da cui deriva la storica denominazione “Leotta e Figli”, ancora visibile su alcune vecchie etichette che testimoniano una tradizione vitivinicola autentica.

Dal 1972 all’abbandono: come le difficoltà economiche fermarono la produzione di vino a Milo

Qui il vino si è sempre prodotto, inizialmente venduto sfuso, fino al 1972, ultima annata prima dell’interruzione, quando si tentò per la prima volta l’imbottigliamento con circa 13.000 bottiglie, rimaste però invendute e custodite in una cantina poi chiusa, simbolo di un sogno rimasto sospeso; le difficoltà economiche dell’epoca – il basso valore del vino e i costi elevatissimi di gestione di una proprietà terrazzata e coltivata ad alberello – portarono infatti all’abbandono della produzione, in linea con un periodo storico in cui molte campagne venivano progressivamente lasciate perché ritenute non redditizie.

Il patto della famiglia Maugeri con l’Etna

Per anni, quel paesaggio straordinario, fatto di terrazze che seguono le curve naturali del terreno e costruito attraverso un delicato equilibrio tra uomo e natura, ha rischiato di andare perduto, con i muretti a secco destinati a crollare senza manutenzione; è proprio da questa consapevolezza che nasce la svolta, quando papà Renato Maugeri, insieme alle figlie Michela, Carla e Paola, decide di recuperare la proprietà non solo per tornare a produrre vino, ma per ridare dignità e significato a un luogo che rappresenta un patrimonio paesaggistico e culturale. Il primo intervento, il recupero dei muretti, diventa così un gesto simbolico di ricostruzione del territorio prima ancora che dell’attività agricola, seguito da un reimpianto dei vigneti che rispetta integralmente l’orografia originaria, senza modificarla, proprio perché il valore risiede nell’unicità di quel paesaggio; nasce così un progetto che mette al centro il territorio stesso, interpretato e non trasformato.

Il Carricante di Milo: un vino che traduce fedelmente il territorio

I vini Maugeri sono l’espressione diretta di questa visione: non prodotti costruiti per il mercato, ma traduzioni fedeli di un luogo preciso, con una scelta chiara e coerente di concentrarsi sul Carricante di Milo, evitando deviazioni stilistiche o mode passeggere, nella convinzione che la vera ricchezza stia nella purezza e nell’identità; in questo senso, il vino diventa uno strumento per raccontare e valorizzare il territorio, un mezzo attraverso cui restituire ciò che la terra offre.

Alberello e pali in castagno come scelta culturale prima che produttiva

Emblematica è anche la parabola di Renato, che in passato aveva estirpato le vigne per motivi economici e che oggi, con una nuova consapevolezza condivisa con le figlie, le ha ripiantate con cura, recuperando pratiche tradizionali come l’alberello e i pali in castagno, a dimostrazione di un cambiamento culturale prima ancora che produttivo. Parallelamente, ma su un piano distinto, nasce Zash come progetto di ospitalità, anch’esso orientato alla valorizzazione dei luoghi ma separato dalla produzione vinicola, che resta il cuore identitario della famiglia. In definitiva, quello dei Maugeri non è solo un ritorno alla viticoltura, ma un percorso consapevole di valorizzazione del territorio, in cui ogni scelta – dal recupero dei muretti alla produzione del vino – è guidata dall’idea che la vera ricchezza risieda nell’ascolto e nella tutela di un paesaggio che, proprio perché unico, merita di essere preservato e condiviso.