Una riforma che – dovesse mai essere approvata, e il periodo ipotetico è obbligatorio se si pensa alla data di scadenza dell’attuale legislatura e all’assenza di garanzie circa il fatto che nella prossima troverà spazio – potrebbe introdurre un obiettivo che in Sicilia non è mai stato perseguito: intendere il servizio idrico come un sistema regionale, sottoposto a una governance unica, andando a mediare tra le differenti capacità e bisogni dei singoli territori. A immaginarla è stato il governo Schifani che a fine maggio ha approvato una delibera di giunta per approvare un disegno di legge che modifica profondamente il settore. Il cuore del ddl è l’istituzione di una Autorità idrica siciliana (Ais), ente che andrebbe ad assumere il ruolo di ambito territoriale ottimale, comportando una centralizzazione della pianificazione degli interventi in materia di acqua.
Va da sé che, ottenuto l’ok dalla giunta, il disegno di legge dovrà arrivare all’Ars e qui essere valutato dai settanta deputati di sala d’Ercole. Considerazioni che verteranno sugli aspetti tecnici della riforma ma anche – è chiaro – su quelli politici, perché è probabile che, considerato il problema siccità, in futuro attorno all’acqua potranno svilupparsi anche le campagne elettorali.
Il presente e la transizione
Al momento in Sicilia, la politica dell’acqua è gestita a livello provinciale all’interno delle Ati, le assemblee territoriali idriche. A farne parte, con voto proporzionato alla popolazione amministrata, sono i sindaci dei Comuni. È nelle Ati che si prendono le decisioni come l’individuazione di quali investimenti vanno fatti sul fronte infrastrutturale, l’ammontare della tariffa tramite cui definire le bollette relative ai consumi ma anche il tipo di gestione da adottare: privata, tramite società pubblico-privata o in house. Un aspetto è imprescindibile: all’interno dei singoli ambiti, al momento coincidenti con i territori provinciali, la gestione deve essere affidata a un unico soggetto. A dirlo è la legge, da almeno circa un ventennio.
Tuttavia il panorama è ancora frastagliato: ci sono province dove la gestione unica è ormai attiva da tempo e altre, come nel Catanese, dove fatica ancora a partire e l’acqua continua a essere gestita da una moltitudine di realtà.
Il disegno di legge
“La presente proposta normativa – si legge nella relazione illustrativa del ddl – si limita a predisporre una differente delimitazione degli ambiti territoriali ottimali (non più nove ma un unico ambito coincidente con l’intero territorio regionale); a ridisegnare l’assetto organizzativo del servizio, attribuendo le competenze amministrative e regolatorie ad un unico ente di governo per l’ambito unico; a rispettare le gestioni esistenti, civilisticamente tutelate sino alla loro scadenza, e ciò delimitando sub-ambiti gestionali, in corrispondenza dei precedenti ambiti ottimali”. Il disegno di legge portato in giunta dall’assessore Francesco Colianni conserva le attuali Ati, sottoponendole però al controllo dell’Ais.
“L’Ais si articola in una struttura amministrativa centrale di livello regionale con sede presso l’Ati del Sub-ambito 1 – Palermo, e in nove settori territoriali periferici che operano alle dipendenze del direttore generale dell’Ais”. La nascita dell’Autorità idrica siciliana comporterebbe l’istituzione di un nuovo ente dotato di proprio personale e una guida che verrà definita dalla politica.
Un futuro gestore unico?
Il ddl specifica che l’approvazione della riforma non andrebbe a incidere nelle attuali gestioni. In altre parole, le società che attualmente hanno in mano il servizio nelle singole province avranno il diritto di completare la propria conduzione. Trattandosi di convenzioni trentennali e considerata la presenza di situazioni, come il già citato caso Catania, in cui la gestione unica è ancora agli albori significa che per i prossimi decenni è impensabile immaginare di affidare il servizio per l’intera regione a un unico operatore o a bandire una gara dividendola in lotti. Ciò non toglie che la prospettiva futura potrebbe essere questa.
Obiettivo più a medio termine è invece quello di lavorare a una tariffa unica regionale. Nella relazione si specifica infatti che il ddl punta a prevedere “un meccanismo compensativo-perequativo che garantisca il pagamento, da parte dell’utenza siciliana, di una tariffa unica, nelle more di pervenire ad una gestione unica”. Cosa ciò concretamente potrebbe comportare è difficile dirlo; certo è che in giro per la Sicilia la questione acqua – e i problemi a essa connessi – sono molto diversi, con zone dove la presenza è forte e semmai i problemi riguardano la rete di distribuzione e altre in cui scarseggia.
La sfida del governo Schifani
Ma la sfida del governo Schifani sembra essere proprio quella di riuscire a trovare il punto di equilibrio tra le istanze e i diritti di tutte le parti. “Conseguire una pianificazione davvero integrata, sinergica e complementare, e pienamente rispondente alle necessità infrastrutturali della Regione in un’ottica sovra-provinciale che consentirà di provvedere alla necessità di integrazione e interconnessione delle fonti di approvvigionamento e loro messa in sicurezza, operando sulle dighe ad uso potabile, sugli impianti di potabilizzazione, di grande adduzione, di distrettualizzazione delle reti di distribuzione e monitoraggio e recupero delle perdite di rete, di realizzazione-adeguamento degli impianti fognari e depurativi”.
Tramite la regia unica, per Schifani sarà più facile “garantire l’accesso universale all’acqua, mediante istituti perequativi di finalità sociale e solidale a vantaggio dell’utenza meno abbiente garantendo, tra l’altro, l’erogazione giornaliera di 50 litri per persona, quale quantitativo minimo vitale per l’alimentazione e l’igiene umana”. Di centralizzazione se n’era parlato anche all’epoca del governo Musumeci, ma la legislatura si concluse senza che venisse votata dall’Ars. Adesso bisognerà aspettare per capire quale sorte toccherà alla proposta di Schifani.
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