Autonomia, riforme e sviluppo: ecco un breve “vademecum” - QdS

Autonomia, riforme e sviluppo: ecco un breve “vademecum”

Dario Immordino

Autonomia, riforme e sviluppo: ecco un breve “vademecum”

venerdì 10 Dicembre 2021 - 09:23

La corretta applicazione delle norme sulla semplificazione amministrativa consentirebbe di sbloccare diverse migliaia di procedimenti

di Dario Immordino

Componente del gruppo di lavoro sulla riforma della contabilità regionale istituito presso la Regione siciliana

L’intera esperienza autonomistica siciliana risulta incentrata sul modello dell’intervento della Regione in economia e della creazione di sviluppo attraverso la distribuzione a pioggia di risorse e la moltiplicazione degli enti e delle strutture pubbliche: società partecipate e controllate, enti ed istituti di varia natura, agenzie, consorzi, gal, distretti, che avrebbero dovuto sostenere le imprese e favorirne l’internazionalizzazione, incrementare l’occupazione, attrarre investimenti, favorire l’insediamento ed il consolidamento di attività produttive negli ambiti strategici per l’economia e la società regionali.

Il fallimento di questo modello di politiche non è mai stato affrontato seriamente, ed ai risultati deludenti prodotti dalla miriade di soggetti pubblici istituiti nel corso degli anni si è costantemente fatto fronte attraverso l’istituzione di nuove strutture che avrebbero dovuto sostituire quelle precedenti rivelandosi più efficienti e producendo effetti benefici in termini di sviluppo ed efficienza delle prestazioni pubbliche. Ma gli enti, le società gli istituti ed i vari soggetti da sostituire non si possono eliminare con un tratto di penna, perché hanno dipendenti, rapporti finanziari, partecipazioni, debiti, contenziosi ed è quindi necessaria una fase di liquidazione, che spesso si è protratta diversi anni. Così la sostituzione si è di fatto trasformata in una moltiplicazione dei soggetti pubblici, che ha determinato la dilatazione incontrollata del perimetro regionale, la stratificazione e la frammentazione delle politiche pubbliche, spesso incoerenti e contrastanti perché concepite da una vasta gamma di centri decisionali in assenza di forme effettive ed efficaci di coordinamento.

Questo modello di politiche pubbliche non ha prodotto sviluppo, ma ha creato una burocrazia elefantiaca e molto costosa, che assorbe una quota consistente di risorse pubbliche sottraendole alle prestazioni sociali, al finanziamento degli enti locali e delle infrastrutture, all’investimento produttivo.

Circa la metà delle risorse del bilancio regionale risulta, infatti, destinata alla struttura burocratica, al personale pubblico e ai soggetti controllati e il finanziamento delle iniziative dirette allo sviluppo dell’economia regionale risulta sostanzialmente affidato ai fondi europei, che però a causa della moltiplicazione dei soggetti pubblici si disperdono in mille rivoli e non producono gli effetti sperati.

Gli innumerevoli soggetti che a vario titolo gravitano nell’orbita pubblica, infatti, costituiscono centri decisionali e centri di programmazione, che partoriscono programmi, piani, interventi, misure spesso incoerenti, e talvolta contrastanti, e percepiscono le risorse europee disperdendole in mille rivoli.

La crisi della finanza pubblica e l’esigenza di razionalizzare e rendere efficiente l’uso delle risorse prelevate dalla collettività hanno reso insostenibile questa situazione, e da diversi anni ormai anni la legislazione europea e quella nazionale, le relazioni della Corte dei conti sul rendiconto regionale e sul documento di economia e finanza evidenziano la necessità improrogabile di strutturare un nuovo modello di politiche pubbliche incentrato sulla qualità della legislazione la riduzione dei vincoli e degli oneri burocratici, la distribuzione razionale di risorse, l’efficienza dei servizi e delle prestazioni pubbliche. Il Rapporto Doing Business della Banca mondiale e gli studi più accreditati evidenziano, infatti, che l’efficienza amministrativa essenziale costituisce un fattore di attrazione degli investimenti, che può produrre un impatto sul prodotto interno lordo superiore, nel lungo periodo, all’uno per cento.

La Sicilia sinora si è parzialmente adeguata, con una certa refrattarietà, avviando di recente la razionalizzazione delle società partecipate ed imponendo loro le regole di buona gestione, ma non ha ancora abdicato al modello di sviluppo fondato sull’intervento diretto in economia, né avviato la sua sostituzione con quello fondato sulla regolazione efficiente dell’esercizio dei poteri pubblici e del mercato.

Eppure l’ampia competenza legislativa ed amministrativa di cui dispone consentirebbe alla Regione di produrre effetti espansivi sull’economia territoriale contrastando efficacemente l’asfissiante burocrazia che danneggia i cittadini ed ostacola la competitività del sistema produttivo regionale, promuovendo politiche a sostegno dell’occupazione, rendendo efficiente l’erogazione di servizi e prestazioni pubbliche, razionalizzando la disciplina dei settori sensibili dello sviluppo territoriale, accelerando i termini delle autorizzazioni e concessioni pubbliche e i tempi per la realizzazione di iniziative produttive.

Non v’è dubbio, infatti, che l’adozione di efficaci misure concernenti il rispetto dei termini procedimentali, la semplificazione delle regole, la misurazione e la riduzione degli oneri burocratici, la razionalizzazione dei controlli e l’eliminazione di quelli superflui o controproducenti, in relazione ad ambiti strategici dell’economia come l’industria e il commercio, l’agricoltura, l’urbanistica, il turismo, la programmazione delle infrastrutture, le politiche ambientali aiuterebbe la Sicilia ad uscire dalla pericolosa situazione di stallo che ne soffoca le potenzialità, e produrrebbe notevoli riduzioni di costi e di adempimenti per i cittadini e gli operatori economici, rendendo il sistema produttivo molto più efficiente e competitivo

Basti pensare che la corretta applicazione delle norme sulla semplificazione amministrativa consentirebbe di sbloccare diverse migliaia di procedimenti concernenti l’insediamento di attività produttive e di istanze di gestione del patrimonio regionale, che attualmente si dilata ben oltre i termini prescritti, con record di 4, 5 e persino 10 anni, a causa di richieste di pareri e documentazione non necessaria, ritardi nella definizione delle attività istruttorie ecc. Ciò consentirebbe di realizzare da subito una profonda riforma del sistema regionale, che lo renderebbe molto più efficiente e competitivo, con notevoli riduzioni di spesa e benefici per cittadini e imprese.

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