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Catania, Revolution sfida Pelligra e Grella per il logo: cosa c’è dietro la mossa

Catania, Revolution sfida Pelligra e Grella per il logo: cosa c’è dietro la mossa
Ross Pelligra. Foto di Catania FC, via Imagoeconomica

Non c’è solo il Catania FC in lizza per l’acquisizione dello stemma, simbolo della storia e dell’identità rossazzurra

Tra le questioni di più scottante attualità a tinte rossazzurre c’è sicuramente quella relativa all’asta per l’acquisizione del logo del Calcio Catania. La procedura competitiva, in modalità telematica, avrà inizio il 15 ottobre alle ore 11 e si concluderà sette giorni più tardi allo stesso orario. Il termine ultimo per la presentazione delle offerte è fissato alle 11 del 14 ottobre. Prima di entrare nel merito della questione e delle indiscrezioni circolate in questi giorni, vale la pena ricordare che il marchio oggetto della procedura non è quello storico e originale del Club Calcio Catania, nato il 24 settembre 1946 come erede della storica Società Sportiva Catania fondata nel 1929, ma la sua ultima versione, rivista e aggiornata, risalente agli anni Duemila. Si tratta, ovviamente, di uno stemma dal forte valore simbolico e identitario, un elemento indispensabile per rafforzare sempre di più quel filo rosso, anzi rossazzurro, che tiene uniti il Catania FC, il Calcio Catania 1946 e la Società Sportiva Catania 1929. Una storia lunga quasi un secolo, che ha un ruolo importante nel panorama calcistico nostrano.

Logo Calcio Catania, la posizione di Revolution Group

Ed è proprio per queste ragioni che, fin dall’insediamento della società guidata da Ross Pelligra, la questione logo è stata – soprattutto nei pensieri e nelle richieste della piazza – uno dei punti dirimenti per riprendere quel percorso interrotto “tragicamente” tra il dicembre 2021 e l’aprile 2022 con il fallimento e l’esclusione dal campionato del Calcio Catania. Dopo oltre quattro anni, fra poco più di due settimane, si concretizzerà la possibilità di compiere questo atteso passo e chiudere un cerchio. Come noto, però, ci sarà almeno un altro partecipante alla procedura competitiva. Si tratta dell’azienda Revolution Group Srl, realtà locale operante nella fabbricazione di porte, finestre, telai, imposte e cancelli in metallo.

La società, nata nel marzo del 2025, è attualmente guidata – nel ruolo di amministratrice unica – da Provvidenza Napoli. Il ruolo di frontman dell’impresa, in questa operazione, è ricoperto dal marito Carlo Concorso, titolare della NP Serramenti Srl, altra azienda attiva nel medesimo settore che, in passato, è stata tra gli sponsor del Calcio Catania. Per dovere di cronaca dobbiamo rilevare che lo stesso Concorso è stato coinvolto nell’inchiesta denominata “Picaneddu”. Si tratta di un’operazione che, nel 2021, ha riguardato gli affari del gruppo mafioso del popoloso rione cittadino, roccaforte della famiglia Santapaola-Ercolano. Le contestazioni degli inquirenti nei confronti dell’imprenditore sono quelle di riciclaggio e trasferimento fraudolento di valori in concorso, perché – secondo le tesi accusatorie – avrebbe agito da prestanome nei confronti di Giovanni Comis, ritenuto figura verticistica del gruppo di Picanello. La vicenda ha avuto uno sviluppo con la pronuncia della sentenza di primo grado che, nell’aprile del 2024, ha inflitto a Concorso una condanna a quattro anni. A questo punto è doveroso ricordare e sottolineare che, in base all’articolo 27 della Costituzione, l’imputato è considerato non colpevole fino alla condanna definitiva e che la sentenza di primo grado non è una verità irrevocabile. Di conseguenza, questa non può e non deve essere usata come stigma contro nessuno, poiché soltanto i due eventuali e successivi gradi di giudizio potranno stabilire la verità.

Tornando sulla questione centrale è altresì doveroso chiarire che, trattandosi di un’asta pubblica, chiunque ha il diritto di partecipare e che quindi, quella dell’impresa catanese, è un’operazione del tutto legittima. Ci si è chiesti, ovviamente, per quale motivo un’azienda che opera in quel settore abbia scelto di competere per l’acquisizione del logo di una società calcistica. Proprio per fugare questi dubbi, lo scorso 18 settembre, abbiamo trasmesso – a mezzo Pec – una richiesta di intervista a Revolution Group. Al momento in cui scriviamo non abbiamo ricevuto risposta. Una scelta, anche questa, del tutto legittima e che può essere letta alla luce del comprensibile riserbo in questi delicati giorni che precedono la “data X” del 15 ottobre. Non potendoci confrontare con i diretti interessati, per fare luce sulla vicenda vogliamo avanzare delle ipotesi, anche sulla base di alcune indiscrezioni pervenuteci.

Perché scendere in campo?

La decisione di “scendere in campo” sarebbe stata, anzitutto, dettata dal percepito immobilismo del Catania FC circa l’importante questione. Una sensazione molto diffusa in città e tra i tifosi, anche quelli dei gruppi organizzati che hanno più volte richiamato la società ai propri doveri. Il Catania, dal canto suo, ha contestato questa percepita passività, anche di recente, tramite le dichiarazioni del suo legale – l’avvocato Dario Motta – al quotidiano La Sicilia. Un aspetto interessante, su cui ci concentreremo più avanti. Tornando alla ricostruzione sul “progetto” Revolution Group, si può evidenziare come il primo interesse fosse quello di “semplici” tifosi nonché di componenti di una famiglia imprenditoriale che, in passato, ha sostenuto anche economicamente i colori rossazzurri. Riassumendo, quindi, la volontà sarebbe stata quella di blindare il logo e di scongiurare o contrastare la sortita di qualche avventuriero che – ad esempio – avrebbe potuto rilevarlo per cucirlo sulle maglie di un’altra squadra. In caso di acquisizione, l’iconico stemma con elefante e pallone di cuoio, sarebbe stato riconsegnato ai legittimi eredi della storia calcistica rossazurra.

Non mancano, però, le ricostruzioni che suggeriscono ulteriori piani di lettura. Ricostruzioni secondo cui, in questa vicenda, entrerebbero in gioco anche i rapporti tra vasti settori dell’imprenditoria locale e i vertici societari del Catania FC. Rapporti non sempre idilliaci e che, in questi anni, sarebbero stati caratterizzati da qualche attrito di troppo. Insomma, in questo caso, la scelta di mettersi in gioco nella procedura competitiva avrebbe anche un forte valore simbolico, sarebbe un messaggio per la città e per tutti gli appassionati tifosi rossazzurri. Ma quale potrebbe essere lo scopo di questo messaggio? Probabilmente quello, suggeriscono i ben informati, di far sapere alla città che, in una fase in cui la gestione targata Pelligra-Grella mostra tutti i suoi limiti e suscita malumori diffusi, l’imprenditoria catanese c’è e sarebbe pronta rilevare la società. Forse non una vera e propria cordata, ma comunque un gruppo di “capitani d’impresa”, tra i quali figurerebbe anche un pezzo da 90, con un importante passato nel Calcio Catania, desideroso di scrivere un altro epilogo della sua storia a tinte rossazzurre.

Ipotesi e supposizioni le nostre, che mettono insieme voci e indizi che si fanno sempre più insistenti in città e tra i tifosi. Intanto, focalizzando l’attenzione su ciò che accadrà con certezza, vale la pena chiedersi perché si è arrivati a questo punto e perché il Catania FC non ha ancora rilevato il marchio. La premessa fondamentale è che, in questi casi, è compito della curatela quello di definire il modus operandi migliore per arrivare alla vendita del bene. Non esiste un percorso obbligato, né una scelta universalmente valida. Tendenzialmente, proprio in virtù del valore che ha l’emblema di una squadra sportiva fallita, l’indizione di una gara competitiva è il modo più consono per dimostrare di aver fatto tutto il possibile per liquidare il bene alle migliori condizioni possibili. Certo, è sempre possibile una trattativa privata che porti direttamente all’acquisizione, ma è sempre esposta al rischio di contestazioni.

Le proposte del Catania FC

Le stelle polari per i curatori, da questo punto di vista, sono la trasparenza dell’operazione e il massimo soddisfacimento dei creditori. Facendo degli esempi concreti si può guardare a quanto avvenuto, negli anni, in realtà calcistiche che hanno affrontato il fallimento. A Napoli, nel 2004, il logo venne rilevato nell’ambito dell’operazione che portò alla nascita della nuova società guidata da Aurelio De Laurentiis. A Palermo, invece, non era coinvolto il tribunale fallimentare perché Dario Mirri lo acquisì dalla Unicredit Leasing. Casi simili a quello che riguarda il Catania si sono, invece, verificati a Firenze, Parma e Reggio Calabria dove sono andate in scena aste pubbliche per l’acquisizione degli storici stemmi. Nei primi due casi gli unici partecipanti sono stati i rappresentanti delle nuove società calcistiche, mentre per quanto riguarda la Reggina, nel 2024 e a quasi un anno di distanza dalla ripartenza del calcio in città, l’asta vide la partecipazione di un altro soggetto, vale a dire l’imprenditore Stefano Bandecchi, che era stato tra i “competitor” della procedura indetta dal sindaco l’estate precedente. L’ex patron della Ternana partecipò con l’offerta minima, non fece alcun rilancio e il logo fu acquisito da “La Fenice amaranto”, all’epoca proprietaria del club reggino.

Il Catania FC, secondo la ricostruzione del suo legale Dario Motta, avrebbe inviato una prima manifestazione d’interesse nel gennaio del 2024. Questa mossa ha determinato una nuova e più precisa stima sul logo da parte della curatela, che l’ha condivisa con la società etnea. Sulla base di tale stima, tra la primavera del 2025 e il 25 giugno scorso, il Catania avrebbe presentato due proposte irrevocabili d’acquisto.

La prima, sempre secondo la ricostruzione di Motta, sarebbe stata passata in secondo piano nelle attenzioni della curatela, comprensibilmente intenzionata a concentrarsi in modo prioritario sulla vendita del centro sportivo di Torre del Grifo, avvenuta poi nell’ottobre dello stesso anno. La seconda, insieme a quella di Revolution Group che pare sia arrivata negli stessi giorni, ha determinato l’indizione di una gara. Il meccanismo sembra quello visto altrove: quando un’offerta viene ritenuta congrua, diventa la base d’asta per la procedura competitiva. Al di là delle questioni legate a Torre del Grifo, dunque, i precedenti interessamenti del Catania, probabilmente, non erano stati ritenuti congrui. Ma sarebbe stato possibile arrivare direttamente all’acquisizione del logo? Difficile stabilirlo, però alla luce di quanto si è detto, la procedura competitiva era probabilmente inevitabile. Cosa si può “rimproverare”, perciò, al Catania? Forse tempistiche e modalità con cui si è mosso e attraverso le quali ha gestito le interlocuzioni con la curatela. Insomma, anche in questo caso (nonostante sia stato fatto un importante lavoro sottotraccia), pare che la società rossazzurra, avrebbe potuto agire con più risolutezza e decisione. Adesso l’obbligo morale, per proprietà e dirigenza, è quello di riportare a casa un logo simbolo di una storia gloriosa e di mantenere una delle più sentite tra le tante promesse fatte quattro anni or sono.

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