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Catania non vede più i suoi rifiuti? L’abitudine a conviverci nello spazio urbano nel progetto “SpazZ(i)ature”

Catania non vede più i suoi rifiuti? L’abitudine a conviverci nello spazio urbano nel progetto “SpazZ(i)ature”
Presentazione del progetto del collettivo catanese FlashMood al Giardino di Scidà, foto QdS

Il paradosso: la spazzatura è ovunque, ma proprio per questo rischia di diventare invisibile. Le fotografie che raccontano l’abbandono

Catania raccontata da diversi punti di vista, attraverso una fotografia che prova a fermare ciò che ormai rischia di non essere più visto. È questo il filo conduttore del reportage a sfondo sociale dedicato al problema dell’abbandono dei rifiuti in città: una riflessione sulla presenza della spazzatura nello spazio urbano e, soprattutto, sulla progressiva abitudine a conviverci. Spazz(i)ature è stato presentato al Giardino di Scidà.

L’idea nasce da un senso di indignazione di fronte a una problematica diventata quotidiana. Sacchetti abbandonati, microdiscariche e rifiuti sparsi per le strade finiscono così per trasformarsi in una componente quasi ordinaria dello spazio urbano. Il paradosso è proprio questo: la spazzatura è ovunque, ma proprio per questo rischia di diventare invisibile.

La mostra prova quindi a interrompere questa assuefazione e a riportare il tema sotto gli occhi dei cittadini. Un percorso che, con un taglio anche ironico, mette in discussione il rapporto tra consumo, produzione dei rifiuti e responsabilità individuale e collettiva.

Il “processo” ai rifiuti e il richiamo a Giuseppe Fava

Tra i riferimenti del progetto c’è anche Processo alla Sicilia di Giuseppe Fava, opera nella quale il giornalista siciliano utilizzava la forma del processo come strumento di denuncia e riflessione sulla società. Anche in questo caso la dimensione del “processo” diventa un modo per interrogare il contesto in cui il fenomeno dei rifiuti prende forma. Non soltanto chi abbandona, dunque, ma un intero sistema di produzione e consumo nel quale ogni individuo è coinvolto.

L’avvocato Valentina Costanzo, presente al dibattito, fa riferimento alla società dei consumi e al modello capitalistico: “Noi stessi produciamo rifiuti”. Il problema, quindi, non riguarda soltanto ciò che viene lasciato per strada. Riguarda l’intera filiera del consumo e la consapevolezza con cui ogni giorno si producono, utilizzano e smaltiscono beni.

Una scena del crimine a cielo aperto

Nelle immagini della mostra, la città assume quasi le sembianze di una scena del crimine. I rifiuti diventano “prove” di un fenomeno che non è soltanto estetico, ma coinvolge ambiente, legalità e controllo del territorio. Il riferimento è anche alla normativa sui reati ambientali, il cui impianto è stato modificato con la legge 68 solo fino al 2015. Sullo sfondo resta il tema dell’ecomafia e degli interessi economici legati alla gestione illecita dei rifiuti.

Emerge così il legame tra questione ambientale e criminalità organizzata, insieme alla necessità di interrogarsi sull’efficacia degli strumenti di prevenzione, controllo e repressione. Il territorio siciliano porta inoltre con sé una storia nella quale il tema dei rifiuti si intreccia con quello della mafia. Tra i luoghi richiamati c’è proprio il Giardino di Scidà, bene confiscato riconducibile ai Santapaola – uno dei rifugi di Nitto Santapaola.

L’abbandono diventa normalizzato

Il fenomeno non può essere spiegato soltanto attraverso la criminalità organizzata. C’è anche una dimensione quotidiana, fatta di piccoli gesti ripetuti e progressivamente normalizzati. Antonio Leo, responsabile Ambiente e territorio del QdS distingue il littering, cioè l’abbandono di piccoli rifiuti come sigarette o sacchetti, dal fenomeno delle microdiscariche – quando l’abbandono selvaggio diventa sistematico.

A fare la differenza, spiega, è anche il contesto. Se un determinato comportamento viene percepito come abituale e condiviso, aumenta la possibilità che venga replicato. È la dinamica per cui, se tutti si comportano in un certo modo, quel comportamento finisce per essere percepito come normale. A questo si aggiungono il problema del controllo del territorio e la capacità di sanzionare. La questione non riguarda soltanto quante persone vengano effettivamente multate, ma quanto sia percepita come concreta la possibilità di essere controllati e multati.

Catania sotto pressione: rifiuti e disuguaglianze

La questione dei rifiuti si intreccia inoltre con le condizioni sociali della città. Esiste una forte disparità tra quartieri e fasce della popolazione, così come situazioni abitative nelle quali anche la gestione quotidiana dei rifiuti può diventare complessa. “Ci sono persone che vivono in pochi metri quadrati e che possono avere difficoltà ad uno spazio adeguato dove conservare temporaneamente i rifiuti prima del conferimento”, evidenzia Leo.

C’è poi la pressione esercitata dai comuni dell’hinterland. Catania, per la sua centralità, deve confrontarsi con un problema che non riguarda esclusivamente i propri confini amministrativi: la gestione dei rifiuti coinvolge infatti un territorio più ampio e richiede un’organizzazione capace di reggere la pressione dei comuni della provincia.

Le risorse rappresentano una parte del problema, ma resta anche la domanda su come vengano utilizzate e organizzate.

Non solo controllo, serve educare al conferimento dei rifiuti

Per affrontare il fenomeno non basta dunque aumentare i controlli. La prevenzione passa anche dalla cultura e dall’educazione, a partire dalla scuola e dalla capacità di rendere chiaro ai cittadini come, dove e quando conferire correttamente i rifiuti. Il cambiamento riguarda anche la percezione del gesto individuale. Abbandonare un sacchetto o una sigaretta può sembrare un’azione minima ma la sua ripetizione produce effetti collettivi.

È proprio su questa consapevolezza che la mostra costruisce la propria provocazione: costringere chi guarda a fermarsi davanti a ciò che normalmente attraversa senza più vedere. Perché il vero paradosso dei rifiuti “invisibili” è che non siano realmente scomparsi. Sono diventati invisibili agli occhi di chi ha imparato a considerarli parte della città.

E allora il primo passo, prima ancora di pulire, controllare o sanzionare, è “tornare a vedere”, conclude Antonio Leo.

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