Le nostre piazze, un tempo culle dell’aggregazione gratuita e palcoscenici della democrazia, hanno cambiato volto. Oggi, se due persone vogliono incontrarsi, la scelta è quasi obbligata: sedersi al tavolino di un bar. La panchina libera, all’ombra, è un bene in via d’estinzione. Assistiamo alla silenziosa privatizzazione dello spazio pubblico: esistere, in città, è un atto a pagamento. Siamo passati dall’agorà al dehors. I marciapiedi siciliani, da Catania al Ragusano, vengono metodicamente fagocitati da recinti commerciali. Parallelamente, avanza l’urbanistica ostile: si rimuovono le panchine in nome del “decoro”, si progettano sedute anti-bivacco, spariscono le fontanelle. La logica è spietata: eliminando i servizi gratuiti, si costringe il cittadino a trasformarsi in cliente. Chi non consuma non sosta, sta “occupando” il suolo.
Privatizzazione dello spazio pubblico e diritto alla città
Le rare panchine superstiti sono un ecosistema saturo: la notte ai senza fissa dimora, al mattino agli anziani, il pomeriggio agli ambulanti per i turisti. That’s it. Abbiamo un meraviglioso parco urbano in centro, la Villa Bellini, che in estate chiude i battenti alle 17 per allestire i concerti serali, privando di fatto i bambini di giocare senza il sole cocente, gli anziani di godersi la brezza e le persone di due chiacchiere gratuite. Abbiamo barattato il diritto alla città con il dovere del consumo. La mercificazione ha ridefinito la nostra identità civica: non ci incontriamo più perché condividiamo lo stesso spazio urbano, ci incontriamo perché condividiamo lo stesso target commerciale. Una città che non offre spazi di sosta gratuiti sta privatizzando le relazioni, erodendo la solidarietà. Dobbiamo rivendicare il diritto all’ozio non a pagamento e riappropriarci delle piazze. Non sono centri commerciali a cielo aperto, ma spazi di pura, gratuita e sovversiva umanità. Per chi ci governa non siamo cittadini, siamo consumatori.
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