Agroalimentare, il deficit di infrastrutture frena l’export, 1,4% del Pil in Sicilia, 5,4% in Trentino - QdS

Agroalimentare, il deficit di infrastrutture frena l’export, 1,4% del Pil in Sicilia, 5,4% in Trentino

Chiara Borzi

Agroalimentare, il deficit di infrastrutture frena l’export, 1,4% del Pil in Sicilia, 5,4% in Trentino

giovedì 19 Settembre 2019 - 00:00
Agroalimentare, il deficit di infrastrutture frena l’export, 1,4% del Pil in Sicilia, 5,4% in Trentino

Nomisma: nell’Isola 24 chilometri di collegamenti ogni cento imprese agricole contro i quaranta del Nord Ovest. Nanfitò (Autorità di sistema portuale del mare Sicilia orientale), "Manca una visione strategica degli agrumicultori siciliani". Selvaggi (Confagricoltura Catania), "Indietro di vent'anni rispetto al resto d’Italia"

CATANIA – Il 63 per cento dell’export agroalimentare italiano appartiene a quattro regioni appartenenti al Nord del paese, parliamo di Veneto (16,5 per cento), Lombardia insieme ad Emilia-Romagna (15,6 per cento) e Piemonte (14,5 per cento). Assente la Sicilia che, è pur vero, rimane inserita nel range di regioni che ottengono un buon risultato economico dal comparto (tra il miliardo e 5 miliardi di euro l’anno, 1,2 miliardi per la precisione).

È quanto si legge all’interno del Rapporto “Il sistema infrastrutturale a servizio dell’agricoltura italiana realizzato da Nomisma per Agrinsieme e presentato nel maggio scorso.

Per la precisione la Sicilia è riuscita ad esportare prodotti agricoli per 566 milioni di euro nel 2018 e Food & beverage per 648 milioni (sempre al Sud fanno molto meglio Campania con un totale esportato, tra prodotti agricoli e F&B, di 3,1 miliardi, o la Puglia con un totale di 1,6 miliardi).

L’export di Food & Beverage siciliano ad ogni modo è aumentato del 42,6 per cento nell’ultimo quinquennio (rispetto al 2013), mentre l’export di prodotti agricoli è cresciuto del 22,5 per cento.

Sono profitti e percentuali che per la Sicilia potrebbero, tuttavia, essere superiori se solo si riuscisse ad aumentare la capacità interna d’esportazione.

In quest’ambito è il Nord Italia a dimostrarsi eccellente incidendo per il 33,2 per cento sul Pil nazionale, mentre il Sud è fermo al 12,3 per cento.

Nel Mezzogiorno le regioni che più esportano sono Basilicata (33,1 per cento il valore delle esportazioni di merci sul Pil) e Abruzzo (28 per cento), seguite a distanza da Sardegna (16 per cento) e Sicilia (10,6 per cento). Se la regione lucana supera addirittura la Lombardia per percentuale regionale positiva (31,5 per cento) registrata nell’ultimo anno, la Sicilia si fa invece scavalcare dalla piccola Valle d’Aosta, forte di un 15,3 per cento di crescita.

Considerando solo l’export dei prodotti agroalimentari, la Sicilia deve “accontentarsi” dell’1,4% del proprio Pil. Regioni che riescono ad esportare molto di più in proporzione al Pil sono il Trentino Alto Adige (5,4%), il Veneto (4,2%), Piemonte (4,1%), l’Emilia Romagna (4%).

In generale è comunque tutto il Sud ad incidere poco in relazione al Pil (1,9 per cento) mentre Centro (2,4 per cento) e Nord (3,1 per cento) fanno meglio ancora una volta.

Se esiste un deficit lo si deve anche alle differenti condizioni e distribuzioni delle infrastrutture nei diversi territori regionali. In Sicilia la via predominate dell’export agroalimentare è quella del mare (42 per cento) seguita dall’autotrasporto (28 per cento), con cui si sposta il 26 per cento di prodotti agroalimentari.

Nonostante il mare sia la soluzione di maggioranza, solo due porti siciliani rientrano tra i primi dieci italiani censiti per tonnellaggio movimentato, parliamo di Augusta (8°) e Milazzo (10°). I restanti rimangono attardati nonostante una crescita della merce trasportata: Palermo è sedicesimo con un aumento del 10 per cento nel 2017, Messina ventesimo con un aumento del 4 per cento, Catania ventunesimo seppur con una crescita del 12 per cento.

Secondo quanto riportato dallo studio di Nomisma la Sicilia soffre di scarsa intensità infrastrutturale (chilometri disponibili ogni 1000 km2), perché ogni impresa dispone di appena 26 km di autostrade correttamente collegata da poter sfruttare (contro i 69 della Liguria) e 53 km di linee ferroviarie ogni 1000 km2 (contro i 92 della Liguria e gli 80 della Campania). In generale, facendo riferimento ai km di infrastrutture disponibili ogni 100 imprese dell’agroalimentare, la Sicilia si ferma a quota 24 contro i 40 km del Nord Ovest dell’Italia.

È anche per questa ragione che la competitività tra regioni del Mezzogiorno e regioni del Nord rimane profondamente diversa e nell’indice di competitività territoriale, stilato in base all’accessibilità delle reti o la presenza dell’alta velocità, ritroviamo una Sicilia in forte ritardo anche rispetto la media europea.


Roberto Nanfitò, dirigente dell’Autorità di sistema portuale del mare di Sicilia orientale
Manca una visione strategica degli agrumicultori siciliani

CATANIA – All’interno del rapporto Nomisma il porto di Catania occupa, per tonnellaggio movimentato, oltre la ventesima posizione in Italia. Da cosa è provocato questo deficit di risultato? Una risposta arriva dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Orientale.

“Scrivo oggi da dirigente dell’area Comunicazione e stampa dell’Autorità di sistema portuale del mare di Sicilia Orientale che racchiude la “governance” dei porti di Augusta e Catania – chiosa Roberto Nanfitò -. Nell’anno 1996, nella già qualità di segretario generale della ex Autorità Portuale di Catania, venni incaricato dal presidente pro tempore, Cosimo Indaco, di occuparmi del trasporto marittimo containerizzato già utilizzato da diversi porti europei, e fra questi il porto spagnolo di transhipment di Algesiras. Quest’ultimo era collegato ai più importanti porti americani e permetteva ai produttori di ortofrutta iberici di immettere direttamente sul ricco mercato americano i loro prodotti senza rimanere bloccati dall’U.S.D.A (Organo Ispettivo di Controllo sanitario americano), per via dei controlli sulla mosca mediterranea. La merce viaggiava all’interno di container frigo e sottoposti ai controlli fitosanitari del “cold treatment”.

In Italia i nostri fitopatologi non erano abilitati e l’unico Ente che poteva certificare loro era l’U.S.D.A. americano, per cui con il supporto della Compagnia di Navigazione americana “Sea Land”, oggi Maersk, abbiamo organizzato il primo corso di formazione professionale del “cold treatment”.

Il porto di Catania, pertanto si è dotato delle attrezzature necessarie per alimentare i contenitori frigo, che venivano trasportati al porto di Gioia Tauro, e successivamente raggiungevano i porti del Nord America in 10 giorni circa. Un lavoro – continua Nanfitò – complesso ma strategico per rilanciare la nostra agricoltura nei grandi mercati statunitensi, ma anche del Far East”.

Tredici anni fa esistevano già opportunità importanti da cogliere, ma furono rifiutate.

“Gli imprenditori siciliani potenzialmente interessanti mancarono a quell’incontro. Oggi come allora assistiamo a scelte legate proprio al commercio con l’estero che rimangono discutibili, come quella di contrattare e raccogliere nell’arco di svariate ore, a discapito della tempestività con cui viene fatta partire la merce. Per questo possiamo dire che la mancanza di una visione strategica da parte dei nostri agrumicultori, di esportare le loro “eccellenze” nei mercati non solo extraeuropei ma anche europei, preferendo conferirle al macero all’A.I.M.A. poi divenuto E.I.M.A, spesso aggirando i controlli comunitari, dichiarando quantità superiore a quella conferita, ha dato ai nostri produttori un primo facile guadagno, che poi è svanito per la mancata innovazione degli impianti, oltre che per l’assenza di consorzi in grado di poter commercializzare i prodotti sui mercati esteri e di tutela del marchio. Oggi neppure l’orizzonte appare roseo”.


Giovanni Selvaggi, presidente di Confagricoltura Catania
Indietro di 20 anni rispetto al resto d’Italia

CATANIA – Tra le motivazioni che riducono le potenzialità dell’export agroalimentare siciliano c’è anche una visione atavica e poco moderna dell’attività imprenditoriale legata al primo settore. Lo ribadisce Giovanni Selvaggi, presidente di Confagricoltura Catania e del Consorzio di tutela Arancia Rossa Igp.

“Per agroalimentare intendiamo prodotti freschi, quali soprattutto formaggi e salumi, etichette che notoriamente producono oggi volumi di fatturato più alti rispetto ad esempio la frutta, che è specialità delle nostre zone. Ecco quindi un primo motivo che scatena risultati poco positivi per l’export siciliano, le nostre produzioni non hanno ancora un valore aggiunto importante. Il Sud paga lo scotto della difficoltà di aggregazione, del mancato rinnovamento aziendale, della frammentazione fondiaria che addirittura, oggi, sembra stia portando ad un ritorno delle grandi proprietà. L’ideale – evidenzia Giovanni Selvaggi – sarebbe si tornasse ad un minimo di 10-15 ettari per azienda. Credo fermamente sia un bene che esistano imprese importanti che dialoghino con la Gdo, bene che ci siano i giovani, ma l’agricoltura deve essere vista definitivamente come una vera professione, non un hobby o un ripiego. Basta improvvisare.

Parlando di export il presidente siciliano ha spiegato: “Esiste un’Italia a due velocità e questa realtà costa salata. Alcune zone di produzione sono scomparse perché non collegate in maniera adeguata e hanno lasciato spazio ad altre zone d’Italia.
Questo si ripercuote a cascata sulla nostra economia regionale. Quello delle infrastrutture è problema primario, al netto della capacità di competere delle aziende influenzate anche da accordi comunitari poco convenienti per noi. Ben vengano studi come “Grow” ma qualcuno faccia qualcosa per non lasciarci ancora indietro di 20 anni rispetto l’Italia. Potenziando la rete interna e potenziando i nostri porti, come Augusta che ha già tonnellaggio e spazio per ospitare attività, potremo fare passi in avanti”.

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